RIPRESA?/ La “zavorra” dell’Italia che Renzi non vuol tagliare

- int. Guido Gentili

Per GUIDO GENTILI, l’aumento delle esportazioni favorite dal calo del cambio euro-dollaro non basta per trainare la ripresa. Occorre intervenire anche per ridurre la pressione fiscale

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Nel 2014 il Pil italiano è diminuito dello 0,4% rispetto al 2013. A renderlo noto è l’Istat, secondo cui nello steso periodo l’andamento del Pil è stato del +2,4% negli Stati Uniti, +1,6% in Germania e +0,4% in Francia. La domanda interna ha inciso negativamente sull’andamento del Pil per lo 0,6%, mentre le esportazioni hanno contribuito in modo positivo per lo 0,3%. Per Guido Gentili, editorialista ed ex direttore de Il Sole 24 Ore, «l’aumento delle esportazioni favorite dal calo del cambio euro-dollaro non è sufficiente per trainare la ripresa. È indispensabile intervenire anche per ridurre la pressione fiscale nel nostro Paese».

Gentili, che cosa ne pensa di questo calo del Pil italiano?

Il -0,4% era un dato atteso per il 2014, mentre le previsioni della Commissione Ue per il 2015 sono di un aumento dello 0,6%. Per Istat e Banca d’Italia, il primo trimestre 2015 si chiuderà con un aumento del Pil dello 0,1%. Finalmente abbiamo il segno più, ma parliamo sempre di un aumento minimo. Il dato va preso come un elemento che segnala il momento di svolta, ma bisognerà vedere quale sarà la velocità di crociera di questa ripresa dell’economia. Abbiamo bisogno di una crescita molto più forte e anche lo 0,6% previsto per l’inizio 2015 è una cifra sostanzialmente bassa. In tutti questi anni il contributo delle imprese, specialmente esportatrici, è stato l’unico dato veramente positivo e costante.

Che cosa ha contribuito maggiormente all’aumento delle esportazioni?

L’elemento che più di tutti ha rilanciato l’export è stato l’indebolimento dell’euro. Questo con buona pace della mistica del cambio forte che è stata alimentata per anni. Si è detto che con l’euro venivano meno le svalutazioni competitive, e questo è stato un fatto positivo perché ci ha spinto a fare le riforme. È anche vero però che il deprezzamento dell’euro favorisce le esportazioni.

Come ha influito il Quantitative easing della Bce?

Grazie alla sua spinta ci si aspetta un ulteriore incremento del Pil, anche se dal punto di vista operativo il programma deve ancora entrare in campo.

E il calo del prezzo del petrolio?

Su questo sarei più prudente, perché come dimostrano le stime questa repentina diminuzione comporta dei fattori di rischio non irrilevanti. Ci sono paesi che non hanno retto un abbassamento dei prezzi di questo livello, tanto è vero che tra gli altri il Venezuela si trova sull’orlo del default e gli stessi Stati arabi ne risentono negativamente. Le previsioni di crescita di Fmi, Ocse e Commissione Ue per l’area euro grazie al deprezzamento del petrolio sono molto prudenti.

Basta questo per trainare la crescita?

No, questo non basta. Sappiamo che ciò che occorre è un aumento della domanda interna, come è avvenuto e sta avvenendo in Spagna, dove le previsioni di crescita della Commissione Ue nel primo trimestre 2015 sono intorno al 2,3%, ben al di sopra dello 0,6% dell’Italia. Il bonus da 80 euro è servito al contrario soprattutto per ripagare i debiti familiari o per aumentare i risparmi, piuttosto che per essere speso in consumi.

 

Che cosa dovrebbe fare il nostro governo?

Ciò che occorre per tornare a spingere la macchina della domanda è la riduzione del livello della pressione fiscale sulle imprese e sui cittadini. Se non ci sarà questa riduzione, siamo condannati a una crescita che anche in futuro rimarrà a livelli da zero virgola. O alziamo la velocità di crociera di questa ripresa oppure non usciremo da questa situazione.

 

Su quali tasse è più importante intervenire?

Con la Legge di stabilità 2015 per la prima volta abbiamo avuto una consistente riduzione delle tasse che gravano sul lavoro. Ora è necessario insistere su questo terreno, in quanto per stimolare la domanda è fondamentale incoraggiare una crescita degli investimenti, sia pubblici che privati. Ricordiamoci che per le Pmi la tassazione complessiva è pari al 68%. Nello stesso tempo è necessario intervenire per ridurre la tassazione generale a livelli accettabili, perché non possiamo ipotizzare una crescita consistente con una pressione fiscale al 44%. È necessario di conseguenza ridurre le spese: riprendere in mano la partita della spending review è essenziale per abbassare le tasse.

 

(Pietro Vernizzi)

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