FINANZA E POLITICA/ Forte: dalla scuola alla banda larga, così Renzi ci lascia nel pantano

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, non ha senso andare a fare la predica all’Europa quando poi i fondi Ue per il Mezzogiorno non sono utilizzati perché il nostro governo non se ne occupa

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«Investimenti, liberalizzazioni e un piano per la banda larga: è questo ciò di cui ha bisogno l’Italia. Non ha senso andare a fare la predica all’Europa quando poi i fondi Ue per il Mezzogiorno non sono utilizzati perché il nostro governo non se ne occupa». Lo afferma il professor Francesco Forte, ex ministro per le Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie. Lunedì il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato in Germania dove ha incontrato il presidente Joachim Gauck e il Cancelliere Angela Merkel. Ieri quindi si è recato a Bruxelles, dove ha avuto un tête-à-tête con ii vertici di Parlamento e Commissione Ue. L’obiettivo è chiedere all’Unione europea di cambiare la sua linea in politica economica, anche se il punto di vista europeo è che è l’Italia a dover cambiare. Non a caso Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del board della Bce e ora presidente di Societé Generale, nel corso di un’intervista a Repubblica ha sottolineato: “Il passo delle riforme è migliorato rispetto al passato ma è ancora troppo lento. Il Jobs Act è una buona legge, che probabilmente dispiegherà effetti positivi almeno a giudicare dall’attenzione con cui le aziende stanno aspettando i decreti attuativi. Ma è una. E la P.A., la corruzione, la giustizia civile e la burocrazia?”.

Professor Forte, chi ha ragione in questa querelle tra Italia e Ue?

L’Ue ha ragione in quanto l’Italia non sta attuando una politica di investimenti né pubblici, né privati. Mancano i mezzi per realizzare infrastrutture e banda larga e il governo non riesce a decidere chi debba stanziare le risorse. Per quanto riguarda Rai Way, Renzi sembra propenso a rifiutare l’offerta di Ei Towers, e per quanto riguarda Telecom Italia ha fatto marcia indietro sul decreto che serviva a generare l’investimento obbligatorio. C’è un’impasse totale che si aggiunge all’enorme ritardo per quanto riguarda l’alta velocità. È inutile chiedere all’Europa di investire, è l’Italia che dovrebbe rimboccarsi le maniche.

Che cosa dovremmo fare?

In primo luogo, le risorse vanno utilizzate in modo più razionale. Il bonus da 80 euro è costato 10 miliardi di euro, senza effetti benefici significativi per la domanda interna. Sarebbe bastato investire la metà di quella somma in nuove infrastrutture e l’effetto sarebbe stato molto più profondo. Vanno inoltre attuate le liberalizzazioni, per esempio eliminando l’obbligo di vendita degli immobili tramite il notaio. Su questo è stato presentato un timido disegno di legge, che al momento è fermo in commissione, mentre si interviene per decreto su una questione molto meno urgente come le banche popolari.

Che ne è stato nel frattempo del decreto Sblocca-Italia?

Il decreto Sblocca-Italia è completamente bloccato, con la parte relativa agli investimenti ferroviari in Campania e Sicilia che non si sa quale fine abbia fatto. Non riusciamo nemmeno a spendere i fondi Ue per il Mezzogiorno, in quanto il nostro governo non se ne occupa, e quindi è inutile andare a Bruxelles a reclamare altri soldi. La Bei potrebbe finanziare i progetti in Italia a condizione che ci fosse un’iniziativa del nostro governo.

Nel consiglio dei ministri di ieri è approdato il piano per la banda larga. Quale può essere l’impatto?

L’impatto potrebbe essere enorme, perché il lavoro edile che sottende alla banda larga richiederebbe diversi miliardi di euro. Ciò genererebbe un volano di sviluppo molto importante, perché gli scavi darebbero lavoro a numerosi disoccupati anche privi di una preparazione specifica. Con l’edilizia che ristagna, si renderebbe l’offerta nuovamente disponibile e ciò sarebbe prioritario, come lo sono del resto anche altre politiche di lavori pubblici.

 

Che cosa ha frenato finora il piano sulla banda larga?

Il fatto che renda necessari investimenti molto rilevanti. È questo il motivo per cui Telecom non può attuare l’intervento, anche se il governo non sceglie chi altro lo potrebbe fare. Andrebbe varato un programma sulla banda larga con i mezzi pubblici, in quanto è normale che una rete strategica sia finanziata dal Tesoro. La banda larga tra l’altro è molto più necessaria al Paese di una Snam Rete Gas in mani pubbliche.

 

In che modo si dovrebbe intervenire sulla banda larga?

Lo Stato dovrebbe mettere sul piatto una cifra, inducendo Telecom Italia a partecipare a sua volta. A quel punto nel pacchetto azionario potrebbero entrare anche soci esteri minoritari, anche se ovviamente non si possono accettare imprese pubbliche straniere.

 

Qual è il suo giudizio sulla stabilizzazione dei precari della scuola?

Questa è l’ultima cosa di cui bisognava occuparsi, in quanto si tratta di un provvedimento con uno scopo puramente elettorale. La vera questione da porsi era se chi ha fatto il concorso dovesse essere assunto o meno. Ci sono però due punti da chiarire. Il primo è che in una parte delle scuole sarebbe razionale fare le assunzioni per concorso. A questo si aggiunge un problema di mobilità, in quanto le classi fluttuano e i programmi sono modificati, con l’offerta di docenti che è diversa da quella tradizionale. I precari sono quindi un elemento indispensabile per dare flessibilità al funzionamento della scuola.

 

(Pietro Vernizzi)

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