SPY FINANZA/ Austria e Grecia, i “disastri” spaventano l’Italia

- Mauro Bottarelli

In Austria è in atto una crisi bancaria in pieno stile, le cui conseguenze sono pronte a riverberarsi anche sull’Italia. E la Grecia va sempre peggio. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

trader_ansia_mercatiR439
Infophoto

I giornali, troppo impegnati a ragguagliarvi sulle magnifiche sorti e progressive del governo Renzi, temo abbiano dimenticato di dirvi che in Austria, ovvero a poche centinaia di chilometri, è in atto una crisi bancaria in pieno stile, le cui conseguenze sono pronte a riverberarsi anche su di noi. Il governo austriaco, infatti, ha deciso di imporre perdite anche agli obbligazionisti senior della bad bank creata per accogliere i crediti deteriorati del gruppo bancario carinziano Hypo Alpe Adria Bank. Direte voi: e cosa ci interessa di cosa fa l’Austria? Dovrebbe, invece, visto che a Vienna stanno applicando per la prima volta una legge che recepisce la direttiva europea sulla risoluzione degli istituti creditizi e finanziari, normativa che stabilisce la possibilità che a condividere l’onere siano anche gli obbligazionisti senior: insomma, benvenuti nel secondo (dopo Cipro) bail-in europeo, strategia per evitare ulteriori esborsi ai contribuenti austriaci attraverso bail-out. 

Dopo i 5,5 miliardi di soldi pubblici iniettati negli ultimi cinque anni in Hypo Alpe Adria, collassata sotto il peso delle sofferenze su crediti nei Balcani, il governo austriaco ha infatti scoperto che la sua bad bank, Heta Asset Resolution AG, ha un ulteriore buco di capitale di 7,6 miliardi di euro e quindi ha deciso di presentare il conto agli obbligazionisti senior di Heta, tra cui figurano Pimco, Deutsche Bank attraverso Dws Investment, BlackRock, Kepler-Fonds, Ubs e anche la Banca Mondiale. 

Ora, la questione non è urgentissima, visto che l’entità delle perdite inflitte agli obbligazionisti sarà stabilita solo tra un anno, ma un paio di variabili fanno paura: primo, le stime parlano di un haircut tra il 30% e il 50% e, secondo, d’ora in poi come si comporteranno gli investitori esteri a fronti di maggiori rischi nell’area euro, visto il precedente austriaco? E non fatevi irretire dalle piccole dimensioni del Paese alpino, perché qui siamo di fronte a qualcosa di sistemico esattamente come la bancarotta di Orange County del 1994 o della città di Detroit nel 2013: solo che è avvenuta in Carinzia, poche centinaia di chilometri da Milano, meta di investitori che fuggono dalla burocrazia italiana e a ridosso del confine sloveno. 

Insomma, il sistema bancario europeo sta cambiando, passando da un regime di bail-out a uno di bail-in in caso di ristrutturazioni bancarie e il governo austriaco lo ha detto chiaro e tondo a tutti, visto che questo regime change sarà obbligatorio per tutta l’Ue dal prossimo anno. E questo caso non sarà certo l’ultimo, visto che l’abbandono da parte della Svizzera del cambio fisso con l’euro sta per scoperchiare il vaso di Pandora dell’espansione incontrollata di molti istituti, tra cui anche la nostra Unicredit, nell’area dei Balcani e in Polonia, dove i mutui denominati proprio in franchi stanno per tramutarsi in sofferenze e incagli. E sentite cosa dice al riguardo Marc Ostwald della Monument Securities: «Questa faccenda sta diventando sempre più grande, hanno calciato la lattina in avanti fino a che hanno potuto, ma ora è arrivato il redde rationem. Ed Heta non sarà certo l’ultima, visto che in questa storia ci sono sinistri rimandi della situazione irlandese. La Carinzia si è posta a garante di debiti che sapeva non avrebbe potuto coprire e ci sono altre regioni che rischiano la stessa fine, come la Vallonia in Belgio e la Sicilia in Italia». Evviva! 

E non fatevi nemmeno tranquillizzare dal fatto che martedì la Carinzia sia comunque riuscita a emettere con successo un bond a cinque anni con rendimento in negativo, visto che come vi dico da mesi mezzo mondo ormai prezza yield sovrano sotto zero in attesa che tra pochi giorni Mario Draghi faccia partire il suo bazooka da 60 miliardi di acquisti obbligazionari al mese. Non c’è stato fallout, quindi, solo perché il mondo vive anestetizzato dal Qe dell’Eurotower. Ancora per poco, però, fidatevi di me. Tanto più che il mese scorso, Fitch ha declassato l’Austria da AAA ad AA+, motivando la decisione con il fatto che «in un breve lasso di tempo le dinamiche del debito austriache sono deteriorate in maniera significativa»: per l’agenzia di rating, la ratio debito/Pil di Vienna toccherà quest’anno l’89%, 15 punti percentuali in più di quanto previsto solo 18 mesi fa, il tutto proprio per la crisi bancaria che ora viene a chiedere il saldo del conto e per la debole crescita del Pil nominale. 

Per mettere la cosa in prospettiva, i vari bail-out bancari sono costati finora all’Austria il corrispettivo dell’11% del Pil, il doppio di quanto pagato dalla Gran Bretagna. E non basta, perché sempre Fitch ha sottolineato come l’esposizione delle banche austriache a Russia, Ucraina e al resto dell’Est europeo sia pari a 194 miliardi di euro, il 59% del Pil nazionale: forse hanno un po’ esagerato, che ne dite? Per William Jackson della Capital Economics «le banche austriache rischiano di patire un doppio danno, perché potrebbero pagare sia la crisi che sta per colpire i creditori dell’Est a causa del crollo del mercato immobiliare, sia il deprezzamento della valute di quei paesi. Questi debiti in valute estere sono guai a lunga combustione, ma le sofferenze bancarie emergono sempre col passare del tempo». E anche il Fmi ha reso noto che «le tre principali banche austriache – Raiffesen, Ernste e Volksbanken – sono vulnerabili a qualunque tipo di shock. I rischi rimangono elevati perché l’aumento delle sofferenze, i write-offs obbligati e i costi della gestione del rischio vanno a erodere i margini di profitto». 

Incredibile vero? Tutto questo sta accadendo dietro l’angolo, ma i giornali sanno solo venderci bufale su presunte riprese economiche a migliaia di chilometri da qui. Ve l’ho detto e ora comincia a palesarsi: il castello di carte creato dalle banche centrali sta per crollare e a tirare il colpo decisivo sarà proprio Mario Draghi con il suo Qe, di cui oggi verranno svelati i particolari operativi. C’è poi dell’altro che l’esperienza della Carinzia ci insegna. Ovvero, il fatto che anche una bad bank può diventare una bomba a orologeria di debito. Questa, infatti, per definizione dovrebbe essere avulsa dal contagio, visto che si parte dal presupposto che ciò che ci finisce dentro sia stato prezzato in maniera chiara all’atto del conferimento dei crediti: così non è evidentemente stato per Heta, forse per difficoltà nella prezzatura verso crediti concessi in contesti non cristallini come quello balcanico o forse per il brutto vizio delle banche di sotto-accantonare fondi a copertura delle perdite. In parole povere, cedo con somma gioia la mia immondizia a una bad bank pubblica che paga bene, almeno in base al valore di realizzo reale, lasciando che sia il tempo a far capire quale e quanta di quella immondizia rischia di essere anche radioattiva, oltre che puzzolente. 

Attenzione, quindi, perché visto che la smentita definitiva rispetto all’ipotesi bad bank per Monte dei Paschi non è ancora giunta, potremmo dover seguire con molta attenzione la vicenda conclusiva della banca senese, tra speranze di fusioni, aumenti capitale cui certamente il governo non dirà di no quando a luglio diverrà azionista tramite il Tesoro e strani risiko bancari che si annidano tra le pieghe della riforma delle popolari. La lezioni carinziana è meglio impararla bene, soprattutto perché come vi dicevo sta arrivando il redde rationem definitivo: il meraviglioso mondo delle banche centrali è infatti andato fuori controllo, dalla Fed alla Bank of Japan e il Qe della Bce sta cominciando a mietere vittime prima ancora di cominciare ufficialmente. 

Già, perché il sistema globale a rendimenti zero reso possibile dall’aspettativa del programma di stimolo europeo ha già creato un danno da 92 miliardi di euro nei fondi pensione e nei piani pensionistici delle aziende, tanto che se questa traiettoria al ribasso dovesse continuare le stesse potrebbero essere costrette a misure drastiche e andare incontro a un declassamento del rating. Stando a calcoli di Standard&Poor’s, il crollo dei rendimenti vissuto finora ha fatto aumentare le liabilities dei piani pensionistici del 18% lo scorso anno, come ci mostra questo grafico: analizzando le principali 50 aziende europee, l’agenzia di rating ha infatti scoperto che i piani pensionistici sono pesantemente sottofinanziati, ovvero hanno deficit superiore al 10% del loro debito aggiustato, il quale è pari a 1 miliardo di euro. 

 

E cosa potrebbe accadere? «Nel caso peggiore, ovvero di un ambiente di tassi a zero reiterato, le aziende potrebbero dover congelare i salari pensionabili, alzare l’eta di pensionamento e chiudere i piani verso nuovi o anche già esistenti membri». E il cocktail potenziale di bassi rendimenti obbligazionari, crescita rallentata e inflazione in aumento potrebbe portare i deficit di quei piani pensionistici anche a quota 15%, come diretta conseguenza proprio del Qe. Per Standard&Poor’s, «il rischio rimane quello del fatto che il Qe non promuova nulla se non la stagflazione nell’area euro. Una combinazione di bassa crescita, potrebbe infatti indurre la Bce ad aumentare l’aggressività della sua politica di acquisto e a continuarla più a lungo, portando a un aumento dell’inflazione che sarebbe devastante per i piani pensionistici delle aziende che già oggi stanno combattendo con pesanti deficit». Ma se per alcuni piani pensionistici i guai potrebbero essere all’orizzonte, per altri sono già arrivati. Mentre cerca di innalzare una cortina fumogena ideologica annunciando elettricità gratuita, buoni pasto e facilitazioni negli affitti per i più poveri, il governo greco sta infatti per compiere un vero e proprio raid nelle riserve valutarie di fondi pensione e altre entità del settore pubblico per coprire le sue necessità di finanziamento del mese in corso, tanto da aver già deciso l’utilizzo di transazioni repo a breve termine per trasferire il denaro. 

In parole povere, quei soggetti pubblici “presteranno” all’Agenzia nazionale del debito soldi attraverso operazioni repo fino a quindici giorni per consentire al governo di onorare le sue scadenze, tra cui una da 1,5 miliardi di euro verso il Fondo monetario internazionale. E nonostante un funzionario greco abbia escluso che quei soldi saranno utilizzati per ripagare il prestito verso l’istituto di Washington, la realtà sembra destinata a dirci il contrario e portarci alla paradossale situazione di dipendenti pubblici e pensionati greci che vedranno i loro soldi trasferiti al Fmi, il quale li girerà prontamente all’Ucraina in ossequio al piano di aiuto internazionale, mentre quest’ultima li pagherà pronta cassa a Vladimir Putin per non vedersi tagliate le forniture di gas. Insomma, chi non voleva morire per Berlino, ora rischia di trovarsi più povero per Kiev. 

E non basta, tanto per farvi capire a che gente si sono messi in mano i greci alle ultime elezioni, ieri Atene ha tenuto la tanto temuta asta di rollover sul debito in scadenza, prezzando un rendimento del 2,97% rispetto al 2,75% precedente, il livello più alto dal 3,01% dell’aprile 2014. La Grecia ha venduto 1,138 miliardi in titoli semestrali, coprendo tutto l’ammontare che necessitava per rifinanziare la maturazione in scadenza, ma una cosa è interessante, ovvero la provenienza del denaro necessario a non far fallire l’asta: i fondi del Greek Social Security oltre a parte delle riserve detenute da altre entità statali presso la Bank of Greece. Insomma, visto che non nessun investitore estero ha partecipato all’asta e che le banche greche non potevano comprare altri titoli di Stato perché vietato dalla Bce, si è ben pensato di utilizzare soldi di malati e pensionati per fare rollover sulla maturazione (che è prevista per domani) del debito esistente! 

Una beffa doppia, perché da un lato oltre 750 milioni di quei T-bills in scadenza domani sono in mano a detentori stranieri che non hanno partecipato all’asta di ieri, mentre dall’altro Atene ha dovuto utilizzare i fondi della sicurezza sociale per far roll-over, quindi non per racimolare altri soldi sul mercato, unicamente per mantenere piatta la sua linea di esposizione debitoria! Per quanto potrà andare avanti questa pantomima? Per quanto pensionati e lavoratori greci si faranno prendere in giro da Tsipras e Varoufakis, i quali promettono bollette elettriche gratis (in futuro), ma utilizzano i soldi pubblici per tamponare le falle del debito (e lo fanno subito)? Da Klagenfurt ad Atene poco cambia, se non si tornerà a logiche di mercato reali, abbandonando la follia dello stimolo globale da parte della Banche centrali (ieri si è unita al coro anche quella polacca con un bell’abbassamento dei tassi, diventando la 21ma da inizio anno a impegnarsi in manovre monetarie) passeremo la nostra vita a combattere una crisi dopo l’altra. E la prossima, quella del Qe, è proprio davanti a noi, già ci guarda negli occhi. E ride. 

Esattamente come lo fa questo grafico, il quale ci dice che le prospettive di default a sei mesi della Grecia oggi sono di nuovo in netta risalita, con il credit default swaps su quella scadenza che viaggia oltre quota 3700 punti. E se pensate che sia solo io a vedere rischi da quanto sta accadendo, dovete ricredervi perché l’altro giorno è stata la stessa Goldman Sachs a mettere in guardia dai pericoli dell’investimento a reddito fisso in un mondo a rendimenti zero, tanto che «la sensibilità verso anche piccoli cambiamenti nelle aspettative sugli yields da qui in poi potrebbe portare a sensibili scostamenti sui prezzi». E la Grecia? «Il rischio maggiore là fuori rimane Atene, stiamo vivendo un periodo di prova che riteniamo altamente insostenibile. L’intero gioco si basa sul mantenimento di un bilancio dei fondi pubblici il cui rischio di calcolo errato, a nostro modo di vedere, è molto alto». In compenso, né giornali, né tg vi hanno detto una parola di tutto questo.

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori