RIPRESA?/ I “buchi” del Jobs Act frenano le speranze dell’Italia

- int. Luigi Campiglio

Per LUIGI CAMPIGLIO, l’idea di mobilità che sottende alla legge sul lavoro di Renzi presuppone un’economia dinamica che sta crescendo, ma la situazione nel nostro Paese non è questa

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Il board della Bce si è riunito ieri a Nicosia per decidere gli ultimi dettagli relativi al Quantitative easing. L’obiettivo di Mario Draghi è riportare l’inflazione vicino al 2%, fare affluire liquidità alle imprese e trainare le esportazioni grazie all’euro debole. In effetti la moneta unica è scesa di nuovo verso 1,10 nei confronti del dollaro. Sempre ieri, l’Istat ha anche confermato la stima sul Pil del 2014: un -0,4% che certifica il terzo anno di fila di recessione per l’Italia. Tuttavia, il 2015, almeno nelle previsioni, sembra essere l’anno della svolta, della ripresa. Ne abbiamo parlato con Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano.

In questo momento ci sono tutte le condizioni ideali per la ripresa. Il nostro Paese è pronto o ha ancora bisogno di riforme?

Il nostro Paese ha certamente molto bisogno di riforme. La questione più pressante riguarda la capacità di recupero dell’economia e della società italiana, in una situazione in cui le prospettive potenziali di ripresa ci sono ma la strada da percorrere per arrivare a un livello pre-crisi è molto lunga. C’è la necessità forte di intervenire facendo le riforme giuste.

Di quali riforme c’è più bisogno?

Le riforme necessarie in questo Paese sono tutte quelle che consentono di ridurre velocemente la disoccupazione, in particolare quella giovanile. Ma soprattutto quelle che fanno sì che il sistema delle imprese, in particolare quello più innovativo, possa contare su risorse di mercato e su una domanda pubblica che forniscano garanzie maggiori per il futuro della ripresa.

Il Jobs Act è sufficiente per ridurre la disoccupazione?

Il Jobs Act può essere soltanto un pezzo di una riforma più complessiva. Nel frattempo bisogna fare diventare operativi tutti quei meccanismi di stabilizzazione automatica senza cui la mobilità del lavoro rischia di rimanere al palo. Il Jobs Act così com’è non favorisce di certo la mobilità: dal momento che si applica ai nuovi assunti, l’incentivo a cambiare lavoro si riduce.

Quali misure occorrono per incentivare la mobilità?

Uno cambia lavoro se è tutelato, cioè se esiste un sistema di protezione contro i rischi della disoccupazione. Se l’indennità di disoccupazione Aspi non agisce in modo quasi simultaneo con l’applicazione del Jobs Act, l’economia ne risulterà nuovamente frenata. Il problema da mettere al centro è il lavoro. Abbiamo bisogno di riforme che aiutino il mondo del lavoro a muoversi più rapidamente di quanto sia avvenuto finora.

I giovani italiani hanno poca voglia di mettersi in gioco?

Tutt’altro, la voglia di lavorare c’è come documenta il flusso inarrestabile di giovani verso l’estero. Dobbiamo chiederci perché vadano all’estero, anche perché il rischio che non ritornino poi aumenta.

 

Quali sono gli ostacoli presenti nel nostro Paese?

Il quadro normativo, la burocrazia e i tempi per l’approvazione delle leggi sono caratterizzati da un’eccessiva lentezza. Occorrono una certezza del diritto e una legislazione che sia applicata in tempi ragionevolmente brevi. La macchina dello Stato va inoltre riportata al livello del cittadino e dell’impresa. Se non ci muoviamo con rapidità in questa direzione, rischiamo di rimanere in una dorata mediocrità.

 

Come contemperare lavoro e garanzie?

L’idea di mobilità che sottende alla legge sul lavoro di Renzi presuppone un’economia dinamica che sta crescendo nel tempo. In quest’ottica se un lavoratore perde il posto non è un dramma, perché da un lato è tutelato da un sistema di protezione sociale finché trova un nuovo impiego, e dall’altra le opportunità professionali non mancano. Evidentemente la situazione nel nostro Paese non è questa.

 

Va ridotto il costo del lavoro?

Assolutamente no, anche perché il costo del lavoro in Germania è del 50% superiore rispetto a quello dell’Italia. Se noi immaginiamo di creare un’economia solida con il basso costo del lavoro abbiamo perso in partenza. Lo dimostra il fatto che le imprese di successo sui mercati internazionali sono quelle tecnologicamente avanzate e innovative. Per produrre innovazione sono necessarie qualificazione e professionalità, che equivalgono a buoni salari.

 

(Pietro Vernizzi)

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