DEF 2015/ Privatizzazioni e debito, le “falle” nel piano del Governo

- int. Mario Seminerio

Con il Documento di economia e finanza il Governo torna a premere l’acceleratore sulle privatizzazioni e prevede una forte discesa del debito. Il commento di MARIO SEMINERIO

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Con il Documento di economia e finanza il Governo torna a premere l’acceleratore sulle privatizzazioni. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha spiegato che dalle cessioni è atteso un contributo al Pil dell’1,7-1,8% nell’arco di quattro anni. Dopo il 5% di Enel, toccherà a Enav, Poste e Ferrovie finire sul mercato. Mario Seminerio, economista e autore del blog Phastidio.net, ha più di un dubbio sul piano del Governo.

Le privatizzazioni programmate possono fruttare così tanto?

L’anno scorso Padoan aveva ipotizzato un contributo dello 0,7% all’anno in un triennio, quindi il 2,1% del Pil nel periodo 2014-2016. Ora l’importo è diminuito e il tempo si è allungato. Mi sembra quindi che come al solito si parte con grandi aspettative, che dopo vengono ridimensionate in corsa. A questo punto mi viene da pensare che quello fornito da Padoan non sarà neppure il dato definitivo. Bisognerebbe poi capire cosa si intende con privatizzazioni.

In questo senso Padoan ha spiegato che si parla di privatizzazioni, non di perdita di controllo delle società interessate…

Quindi non sono privatizzazioni, sono semplicemente cessioni parziali.

Il ministro ha anche detto che non si cederà il 5% di Eni che si pensava di mettere sul mercato fino all’anno scorso.

In questo momento le quotazioni delle società petrolifere sono abbastanza depresse. La cessione di una quota non sarebbe quindi un’idea particolarmente brillante. Credo che si aspetterà un rialzo più consistente del prezzo del petrolio. Va detto che Eni ha deciso, secondo me saggiamente, di ridurre investimenti e dividendi, proprio in conseguenza del crollo del greggio. Il Tesoro incasserà quindi un po’ meno, ma almeno si eviterà il ricorso alla leva del debito per pagare i dividendi. 

Entro fine anno, secondo le intenzioni del ministro, verrà messo in vendita il 40% di Poste Italiane. Cosa ne pensa?

Bisognerà capirne di più, perché se quello che ha anticipato l’ad Francesco Caio è vero, mi sembra che ci sarà un problema. 

In che senso?

Sembra che si voglia portare il costo della posta prioritaria a 3 euro e alzare i tempi di consegna della posta ordinaria (1 euro) a 4 giorni. Capisco che Poste abbia il problema del servizio universale, ma recuperare risorse con degli aumenti tariffari non mi sembra una grande mossa. Non dimentichiamo poi che si vuol mettere sul mercato il 40% di un coacervo, visto che Poste ha anche un’attività bancaria e assicurativa. Probabilmente era meglio spacchettare e collocare le singole parti per generare valore.

Sul mercato dovrebbero finire anche le ferrovie.

Magari si giungerà alla quotazione parziale dell’Alta velocità, che è una divisione profittevole. Ma anche qui, come nel caso delle Poste, ci sono problemi di sussidi incrociati tra le divisioni profittevoli e quelle in perdita. Difficile che i privati vogliano entrare nel trasporto locale, dove servirebbe la messa a gara del servizio, una forte apertura del mercato, quello che in Italia sembra il mondo dei sogni…

La privatizzazione potrebbe accelerare la separazione tra rete e operatore che da tempo viene invocata in Italia?

Sul piano della contabilità, gli investimenti sulla rete non sono così immediatamente e nettamente separabili da quelli sulla società operativa. Sarebbe quindi problematico sul piano contabile arrivare alla separazione. Finché non ci sarà un’imposizione esterna secca e cogente, come quella dell’Ue, difficilmente ci si potrà arrivare.

 

Secondo il Def, anche in ragione delle privatizzazioni, il rapporto debito/Pil, che nel 2015 sarà del 132,5%, scenderà fino al 123,4% nel 2018. Ritiene credibile una diminuzione del genere?

Il rapporto debito/Pil cala sia in conseguenza di cessioni patrimoniali che di un miglioramento del rapporto tra la crescita nominale del Pil e il costo medio nominale del debito pubblico. Ora, considerando che abbiamo oltre il 130% del debito/Pil e che abbiamo il costo medio del debito pubblico al 3,5%, vedo piuttosto difficile ipotizzare una crescita da qui al 2018 del Pil nominale così vigorosa da superare il costo medio del debito e di conseguenza abbattere spontaneamente il debito/Pil. Sono quindi piuttosto perplesso circa la rapidità e la progressione con cui nel Def si ipotizza l’abbattimento del debito. 

 

Anche perché sarà difficile quest’anno non rispettare pienamente il Fiscal Compact…

L’anno scorso abbiamo avuto una deroga per circostanze eccezionali. Bisognerà vedere se ce ne sarà concessa un’altra. Se l’Italia dovesse dare effettivamente segno di un miglioramento tangibile nella propria crescita, cosa che attualmente non si vede, probabilmente anche il raggiungimento parziale degli obiettivi del Fiscal Compact verrebbe considerato accettabile. 

 

Cosa intende con raggiungimento parziale degli obiettivi del Fiscal Compact?

Noi avremmo dovuto tagliare dello 0,5% e l’abbiamo fatto dello 0,2%. Potremmo quindi riuscire a ottenere qualcosa di analogo. Ho sentito che c’è chi accarezza l’idea di tagliare dello 0,1%, ma mi sembra francamente troppo: vorrebbe dire che ci lasciano fare quello che vogliamo. Speriamo quindi che ci sia davvero la crescita, anche perché ciò permetterebbe di cancellare definitivamente le clausole di salvaguardia.

 

(Lorenzo Torrisi)

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