SPY FINANZA/ “L’arma” degli Usa per controllare il prezzo del petrolio

- Mauro Bottarelli

Gli Stati Uniti rischiano di soffrire molto se il prezzo del petrolio resterà basso a lungo. Per questo, spiega MAURO BOTTARELLI, punta a manovrare la situazione del Medio Oriente

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Ormai è crisi, sistemica. Non parlo del mercato azionario o di quello obbligazionario, ma del comparto petrolifero Usa, in sofferenza ormai da mesi per il drastico calo dei prezzi, ma ora a un vero e proprio crocevia tra speranza di un bottom che non sembra arrivare mai e il possibile calo ulteriore delle quotazioni, addirittura in area 30 dollari al barile. Il primo grafico a fondo pagina ci spiega molto bene gli ultimi sviluppi: le scorte petrolifere Usa a marzo di quest’anno sono salite al massimo dallo stesso mese del 2001, salendo di altri 10,95 milioni di barili la scorsa settimana e raggiungendo quota 482,4 milioni, stando a dati dell’Eia, e contro le attese degli analisti di “soli” 3,25 milioni di barili. Di più, in forza di questo dato ora la produzione giornaliera Usa è ai massimi record, 9,4 milioni di barili, nonostante l’incessante chiusura di pozzi e impianti estrattivi per la crisi. Si tratta del tredicesimo aumento di fila nella quantità delle scorte, la serie più lunga dal 1983 e ora al +25% rispetto alla media a 5 anni, tanto che stando a calcoli di Goldman Sachs rimane ormai soltanto il 10% di spazio di stoccaggio, di fatto confermando il punto di non ritorno atteso per maggio, quando, andando avanti di questo passo, ogni nuovo barile di greggio estratto dovrà forzatamente andare sul mercato per essere venduto, di fatto abbassando ancora di più le quotazioni, come ci mostra il secondo grafico.

E attenzione, perché ormai il fallout della crisi del settore è in piena formazione e comincia a mietere vittime anche negli indotti, siano essi legati indirettamente al settore (distribuzione, manifattura e costruzioni) oppure soltanto connessi alla finanziarizzazione dello stesso. Stando a un recente studio sempre di Goldman Sachs, infatti, i tagli occupazionali nelle industrie “strettamente connesse” a gas e petrolio crescono storicamente di tre volte l’attuale tasso, sintomo che c’è spazio per ulteriore emorragia di posti di lavoro se il trend non dovesse invertirsi seccamente e in tempi brevi, come ci mostra il terzo grafico.

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Per Goldman, «se la perdita di posti di lavoro nel comparto energetico dovesse proseguire al tasso di 10mila o più unità al mese nei prossimi mesi, allora potremmo cominciare a vedere sensibilmente gli effetti anche su comparti come manifattura e costruzioni. Se la nostra analisi risulterà corretta, ovvero se la debolezza dell’occupazione nel settore energetico dovesse travalicare e tramutarsi in rallentamento della crescita nei settori a esso correlati, allora il peso andrebbe a cadere su comparti legati ai consumi, gli stessi destinati a produrre una larga parte dell’aumento occupazionale atteso in termini medi nei prossimi mesi». Insomma, o cambiano le cose o la Fed avrà ulteriore materiale macro per spostare il primo aumento dei tassi comodamente nella primavera 2016, come minimo.

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Ma, come anticipato, essendo il settore oil&gas il più finanziarizzato tra le commodities, ecco che anche Wall Street rischia di pagare un prezzo, per l’esattezza 26 miliardi di dollari che rappresentano la rete di sicurezza denominata in contratti assicurativi per la difesa dal calo del prezzo emessi da qualcuno e rivenduti dalle grandi banche a produttori in difficoltà nell’arco degli ultimi mesi e che ora rischia di tramutarsi in perdite nette, se il calo delle valutazioni continuerà. Come ci dimostra il quarto grafico, in cima alla lista di chi opera maggiormente su questi strumenti ci sono i big della finanza Usa, come JP Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo: se infatti per questi colossi è una pratica standard vendere parte di quel rischio a terze parti, appare praticamente impossibile identificare chi esattamente rischia di restare con il cerino della perdita in mano, visto che non esiste una regolamentazione che richieda la trasparenza di tutte le transazioni.

I compratori, solitamente, sono hedge funds, linee aeree, raffinerie e utilities, ma il problema è che, come conferma John Kilduff dell’Again Capital Llc, «la gente che era intenzionata a vendere è la stessa che è rimasta con il malloppo in mano quando i prezzi hanno cominciato a muoversi». Il netto calo delle quotazioni – da 107,26 dollari del 20 giugno 2014 ai 46,39 dollari di sette mesi dopo – ha di fatto colto di sorpresa molti partecipanti del mercato, come ad esempio Harold Hamm, fondatore della Continental Resources, il quale a ottobre ha venduto tutti gli strumenti di protezione della sua azienda, puntando su un rimbalzo e invece ha dovuto assistere al calo continuo del prezzo. Altre aziende, invece, hanno comprato assicurazioni, visto che il fair value delle 68 compagnie presenti nell’indice Bloomberg Intelligence North America Independent Explorers and Producers era già salito a 26 miliardi al 31 dicembre scorso, un incremento di cinque volte dalla fine del settembre 2014, stando sempre a dati di Bloomberg.

Nonostante tutto, è difficile determinare chi perderà dei soldi su questi trades e quanti, visto che solo pochi produttori hanno rivelato i nomi delle loro controparti: più di una dozzina di aziende energetiche ha confermato di aver comprato strumenti di hedging dalle loro banche di riferimento per il business, incluse le quattro citate in precedenza. Alla fine del 2014, JP Morgan deteneva circa 671,5 milioni di controvalore di esposizione in derivati alle compagnie energetiche, incluse Pioneer Natural Resources, Concho Resources, Pdc Energy e Antero Resources, un dato simile a quello di Well Fargo, la quale detiene 460,9 milioni di controvalore di derivati su gas e petrolio per aziende come Carrizo Oil, Pioneer, Antero, Conchio e Pdc.

Insomma, in alcuni casi le principali compagnie hanno stipulato contratti con più soggetti finanziari. Ovviamente non stiamo parlando di somme che possono scatenare una crisi sistemica, visto che normalmente le commodities occupano una percentuale minore del business di una banca rispetto al prestito e alla sottoscrittura, tanto più che gli istituti a loro volta fanno hedging sul loro rischio legato al prezzo del petrolio. JP Morgan lo scorso hanno aveva assets per 2,57 triliardi di dollari contro liabilities nette per derivati sulle commodities pari a 2,3 miliardi, mentre Well Fargo deteneva assets totali per 1,69 triliardi di dollari contro liabilities su materie prime pari a 241 milioni.

Resta da dire, però, che 26 miliardi di dollari sono sempre 26 miliardi di dollari. Ma le compagnie petrolifere Usa hanno già compiuto netting per almeno 2,4 miliardi di dollari nell’ultimo trimestre del 2014 sulle loro posizioni di hedging, stando a dati del Bloomberg Intelligence Index e normalmente può capitare che le aziende legate al comparto oil perdano soldi sui trade, poiché il profitto è dato dal vendere il petrolio a prezzi più alti: un po’ come un’assicurazione sulla casa, nessuno la compra sperando che casa sua bruci. Inoltre, la protezione da 26 miliardi di dollari non durerà per sempre, molti contratti di hedging scadranno a fine anno e comprare nuova protezione oggi significa farlo bloccando il prezzo sotto i 60 dollari al barile: in alternativa c’è la scelta di Hamm, ovvero non avere cuscinetti e osservare il prezzo del greggio scendere ancora, sperando nel bottom.

Di fatto le istituzioni finanziarie operano come cosiddetti “go-between”, ovvero vendono derivati petroliferi a una compagnia e ne comprano da un’altra, monetizzando da commissioni e profitti sugli spread: il problema è se le banche sapranno operare un adeguato off-set del loro rischio quando il mercato si schianterà frontalmente, stante la produzione al massimo che a maggio non potrà più essere stoccata e dovrà andare giocoforza sul mercato, aumentando ancora l’offerta in un mercato già saturo.

Ecco quindi la carta geopolitica, visto che proprio la scorsa settimana – freschi freschi di accordo sul nucleare con il gruppo del cosiddetto P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania) – alcuni funzionari del governo iraniano erano a Pechino per cercare un accordo per nuove vendite di petrolio alla Cina, una mossa per rendere meno stringenti le sanzioni occidentali e porre pressione su Washington affinché acconsenta a un loro ammorbidimento, almeno sull’export di greggio. A causa delle restrizioni imposte alla fine del 2011 in relazione al programma di arricchimento dell’uranio, Teheran infatti ha patito una calo di 1 milioni di barili al giorno di export nel 2012 rispetto all’anno prima, stando a dati dell’Eia statunitense. Storicamente, poi, l’Iran è il terzo esportatore verso la Cina, anche se per evitare una rottura netta con Ue e Usa dal 2012 Teheran ha ridotto il suo export verso il Dragone, a sua volta secondo consumatore al mondo e Paese che conta per un terzo della crescita mondiale dei consumi petroliferi.

Insomma, forte dell’accordo sul nucleare – la cui ratifica finale sarà però a giugno e che già sconta l’opposizione tout court di Israele e di buona parte del Congresso Usa – Teheran vorrebbe diversificare il suo mercato petrolifero, sia per non essere interamente dipendente dall’Europa, sia per l’oggettiva difficoltà di penetrare il mercato Usa, tanto più che nonostante le sanzioni, Pechino nel 2014 ha aumentato il suo import dall’Iran, il quale ha più volte rotto la quota massima di 1 milione di barili al giorno imposta dalle restrizioni internazionali. Insomma, Teheran si fa forte del fatto che le sanzioni saranno, se non eliminate, almeno allentate e di molto entro giugno, quando sarà implementato e concluso l’accordo sul nucleare e quindi si porta avanti con il business, tanto che giovedì il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha avvertito che il suo Paese non firmerà l’accordo sul programma nucleare a meno che «tutte le sanzioni economiche non siano revocate immediatamente», subito spalleggiato dalla guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, a detta del quale «l’accordo deve rimuovere tutte le sanzioni». Insomma, Rohani alza la voce forte dell’accordo: «Non firmeremo alcun accordo a meno che tutte le sanzioni non vengano cancellate il primo giorno della sua applicazione», tesi quest’ultima sostenuta anche dal ministro degli Esteri, Javad Zarif e della sua squadra di negoziatori, in vista della firma dell’accordo finale prevista entro il 30 giugno.

Nella scheda diffusa dagli Usa dopo l’intesa di Losanna si parla invece di “sospensione” delle sanzioni europee e statunitensi solo quando l’Aiea avrà compiuto i passi concordati e di possibile ripristino nel caso di inadempienza: sulla stesse linea si sono espressi sia il presidente Usa, Barack Obama, che ha parlato di rimozione graduale e condizionata, che il presidente francese, Francois Hollande. Nella dichiarazione congiunta del 2 aprile, infatti, si parla di “fine” delle sanzioni Usa e Ue «contemporaneamente alla applicazione da parte dell’Iran, verificata dall’Aiea, degli impegni presi». Ma per la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, l’intesa raggiunta a Losanna «non è vincolante», tanto da chiedersi «se la rimozione delle sanzioni dipende da un altro processo, perché hanno cominciato a negoziare?».

Insomma, come molti temevano in Israele e negli Usa, l’Iran sta cercando di sfruttare al massimo il potenziale di mediazione e anche di ricatto garantito dal frettoloso e raffazzonato accordo raggiunto a Losanna. Tanto più che un’eliminazione delle sanzioni riporterebbe in gioco un player di primo piano della produzione petrolifera, di fatto facendo aumentare la domanda e rischiando un ulteriore calo dei prezzi, l’ultima cosa che possono augurarsi gli Stati Uniti. Per Vikas Dwivedi, strategist di Macquarie Bank a Houston, «l’Iran potrebbe far risalire la propria produzione in maniera significativa già nelle settimane seguenti all’approvazione dell’accordo, aumentando l’export di 300-400mila barili al giorno grazie alle riserve di 30 milioni di barili, ma la vera pressione sul mercato arriverebbe subito dopo, sostanziata dalla risposta dei produttori del Golfo». Sempre stando ad analisi di Macquarie, però, ci vorranno tra i sei e i nove mesi prima che Teheran possa raggiungere il potenziale di produzione che aveva prima delle sanzioni, ovvero aggiungere all’attuale output un altro milione di barili al giorno. Inoltre, i membri Opec del Golfo certamente non vorranno cedere quote di mercato, abbassando la propria produzione per pareggiare l’aumento di quella iraniana, quindi l’output del cartello per il 2015 potrebbe salire a 32 milioni di barili al giorno, ben più alto del precedente 28,2 milioni e maggiore del record di marzo, quando sono stati toccati i 30,63 milioni di barili al giorno.

Se questo fosse l’epilogo, per gli analisti un rimbalzo dei prezzi sarebbe posticipato di un altro anno o forse ancora di più: inaccettabile per gli Stati Uniti, oltretutto in vista del voto per le presidenziali 2016, basate pesantemente su sicurezza ed economia. Come vi dicevo la scorsa settimana, l’accordo iraniano sul nucleare con ogni probabilità altro non è che una trappola per permettere agli Usa di intervenire sul rubinetto del greggio, potendo contare su un alleato quanto mai aggressivo e determinato come Israele.

Sarà, ma penso che da qui al 30 giugno saranno molti gli ostacoli sul cammino della ratifica dell’accordi Losanna: davvero tanti, compresa qualche false flag e, se serve, qualche report in stile armi chimiche di Saddam Hussein. È il business, bellezza!

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