TASSE/ Se bastasse un 730 precompilato a fermare l’evasione…

- Sergio Luciano

In un’intervista a Repubblica, Rossella Orlandi, direttore dell’Agenzia delle Entrate, ha parlato dell’evasione fiscale e dei metodi per contrastarla. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Siamo nani sulle spalle di giganti, diceva Bernardo di Chartres. Alla metafora non sfugge Rossella Orlandi, direttore dell’Agenzia delle Entrate, che patisce però un handicap in più, cioè che le spalle sulle quali è issata non appartengono precisamente a giganti, anzi a ben guardare la piramide umana del fisco italiano è fatta da tanti, troppi strati di nani, troppi perché non traballi ogni secondo, producendo risultati risibili.

Quattordici miliardi e duecento milioni di euro recuperati nel 2014 all’evasione fiscale sono tanti, sostiene lei in un’appassionata intervista a La Repubblica, ma non poi così tanti, a confrontarli con il macro-dato emerso dall’ultimo studio organico sul fenomeno in Europa. Nel 2012 l’organizzazione di studi Tax research, londinese, su incarico del gruppo socialista-democratico dell’europarlamento, accertò – si fa per dire – che in Italia la percentuale di economia sommersa sul Pil non è quel 17% innalzato al 19% dall’aggiunta dell’economia criminale che oggi Eurostat consacra, ma è ben di più, il 27%, e che questo genera un’imposta evasa di 180 miliardi di euro ogni anno, 180 sissignore, altro che manovre economiche, c’è di che prosciugare l’oceano del nostro debito pubblico, a sapere come. Già appunto: come.

Non come dice la dottoressa Orlandi, pur con tutta la buona volontà. Non c’è più tempo. Il capo dell’Agenzia delle Entrate afferma di voler recuperare un punto all’anno del tax-gap, ovvero la differenza tra quel che si dovrebbe incassare e ciò che s’incassa. Ma ce ne vuole, di tempo, e la concorrenza non aspetta. E soprattutto, fatalmente accodandosi al trionfalismo semplicista di Renzi, la dottoressa evoca come dato positivo il 730 precompilato che l’amministrazione sta mandando a casa dei contribuenti che sarebbero titolati a limitarsi a esso. Sulla carta, un bel passo avanti sulla via della semplificazione e della trasparenza, in concreto un pasticcio operativo infernale – come ben stanno constatando in queste settimane commercialisti, ragionieri e centri di assistenza fiscale – che con la lotta all’evasione c’entra come il cavolo con la merenda.

A bocca amara, qualcuno dalle parti di via Venti Settembre a Roma, dove ha sede il ministero dell’Economia, inizia a rimpiangere l’epoca di Vincenzo Visco, il ministro delle Finanze più odiato dagli italiani, forse perché il più incisivo contro l’evasione. E poco tempo fa proprio l’Associazione Nens, ispirata da Visco, ha pubblicato uno studio che promette in tre anni di arrivare a recuperare 60 miliardi di evasione fiscale (all’anno). Come?

Facendo uso intensivo del “reverse charge” (autofatturazione) in alcuni settori, uno strumento che complica molto la vita a chi, per evadere, emetta fatture false (inventandosi costi per abbattere l’imponibile); adottando su vasta scala la fattura elettronica (e ci stiamo arrivando); introducendo gli scontrini telematici e una speciale carta telematica per i pagamenti per i quali viene rilasciata la ricevuta fiscale anziché lo scontrino; l’accredito diretto nel bilancio dello Stato dell’Iva dovuta dalla Pa. E queste guarda caso sono le cose che il governo sta facendo e facendo fare.

Non parla, Visco, di un altro rimedio invocato dalla Orlandi, cioè un più vasto ricordo all’incrocio dei dati fiscali e bancari dei contribuenti: virtualmente possibile, nei fatti è assai poco praticato. Ma sarebbe giusto adottarlo. E non riparla neanche della limitazione dell’uso del contante che proprio lui nel 2006 – sono passati nove anni! – auspicava ridotto entro i 100 euro di spesa. Vivere di contanti, dentro la catena del contante, significa non poter più acquistare beni registrati, dal tvcolor all’automobile, senza intermettere dei prestanomi, il che trasforma la furbata quotidiana dell’ordinaria evasioncina in un crimine da pianificare acquisendovi complici da cui poi si può essere ricattati.

Nessuno cita però – né la Orlandi, né Visco – alcuni problemi evidenti. Intanto, la pressione fiscale – più schifosa che enorme – che affligge i contribuenti onesti è uno stimolo potentissimo a perpetuare l’evasione e investire in metodiche di evasione sempre più sofisticate (e quindi costose) una parte degli enormi risparmi che si conseguono evadendo. Nessuno ha mai avuto il fegato di provare a vedere cos’accadrebbe abbassando le aliquote e riducendo così la convenienza a evadere. E nessuno ovviamente cita la debolezza degli uffici chiamati a contrastare il fenomeno, rete ministeriale e Guardia di Finanza, esposti come pochi alla tentazione della microcorruzione permanente, come ben sanno, purtroppo, tanti contribuenti assoggettati ad accertamenti fiscali. È chiaro che bisogna negare, in certi ruoli istituzionali. Ma quando leggiamo cronache nere e giudiziarie dedicate a tutori della legge che la usano invece, e con essa le divise che gli vengono assegnate, per tutelare i propri interessi illeciti, sappiamo tutti perfettamente a cosa ci si riferisce.

Dunque, il 730 precompilato nulla c’entra con la lotta all’evasione. E la buona volontà della Orlandi non va confusa con l’effettivo avvicinamento allo scopo.

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