FINANZA/ 1. I “guai” sulla ripresa che i politici vogliono nascondere

- Ugo Bertone

Il rischio sempre più concreto per l’economia globale è quello di un prolungato periodo di bassa crescita. UGO BERTONE ci spiega perché potrebbe diventare una realtà

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“Sei mesi fa vi abbiamo messo in guardia contro il rischio della ‘nuova mediocrità’, cioè un prolungato periodo di bassa crescita. Oggi dobbiamo darci da fare per impedire che la nuova mediocrità diventi la nuova realtà”. È questo il principale messaggio in arrivo dall’assemblea del Fondo monetario internazionale. Messaggio terribile perché conferma il sospetto che la lunga lotta per uscire dalla crisi è tutt’altro che vinta. Anzi, al di là degli effetti del Quantitative easing in Giappone come in Europa, il mondo rischia di avviarsi a una stagione segnata da investimenti deboli e, di riflesso, di occupazione, ma anche da tassi di interesse reali a livelli storicamente bassi, con la conseguenza di moltiplicare la comparsa di bolle, vuoi nell’immobiliare o nelle obbligazioni piuttosto che nel mercato azionario. Il tutto distinto dalla moltiplicazione dei debiti già saliti, grazie alle costanti iniezioni di denaro e ai massicci acquisti di titoli pubblici e privati da arte delle banche centrali, dai 2.700 miliardi pre-crisi agli 8.200 miliardi di dollari attuali.

Verrebbe da dire, di fronte a queste cifre, che il mondo è stato contagiato dal “male italiano” che, come ben sappiamo, è caratterizzato dalla forte incidenza del debito pubblico sul Pil che, secondo le promesse governative, comincerà a scendere sotto la barriera del 130%, ovvero venti punti abbondanti in più del livello di inizio millennio, a partire dalla fine del 2017. Se tutto andrà per il verso giusto, naturalmente. 

Ma, in realtà, l’Italia è in buona, anzi pessima compagnia. Se si tiene conto del debito complessivo, composto oltre che dal debito pubblico anche da quello di imprese e famiglie, il Bel Paese risale in una posizione di metà classifica, davanti a nazioni insospettabili (l’apparente virtuosa Olanda, ad esempio), per non parlare della Cina: il debito complessivo del sistema industriale del Dragone è gravato da debiti pari al 217% del Pil, cifra che impallidisce di fronte ai conti dell’immobiliare. Intanto le Borse cinesi volano, grazie ai massicci trasferimenti sui vari Stock Exchange dei capitali parcheggiati nelle banche, ben 19.500 miliardi di dollari (contro gli 11.200 di tutta l’Eurozona). 

E, di squilibrio in squilibrio, merita rilevare che il Giappone ha sorpassato il rivale asiatico nel possesso di titoli di Stato Usa: 1.124 miliardi di dollari contro 1.123. Non è il frutto di surplus commerciali, bensì del “parcheggio” di capitali nel Sol Levante a garanzia di speculazioni finanziarie con la garanzia del miglior rendimento dei tassi Usa su quelli di Tokyo. 

Sono tanti gli effetti di quel fiume carsico di capitali di carta che corrode dalle fondamenta il sistema solo all’apparenza sano: il Pil mondiale, secondo le statiche del Fondo, cresce a un tasso del 3,5%, in linea con quanto è accaduto in stagioni che ricordiamo fortunate. Ma in passato la crescita è stata resa possibile in circostanze virtuose, in cui la crescita si avvicinava al potential output, la situazione ottimale che si verifica quando i frutti generati dall’attività economica vengono assorbiti dalla domanda. 

Non è la situazione dell’economia di oggi: famiglie molto indebitate sono portate a risparmiare e a rimborsare i debiti più che a consumare i propri redditi; le imprese, che non credono in un’espansione della domanda, tendono a comprimere gli investimenti. Trend che in Occidente arrivano da lontano, ancor prima dello scoppio della crisi finanziaria: all’eccesso di risparmio contribuiscono il calo demografico, e non di meno la rivoluzione Internet, che in questi anni ha divorato posti di lavoro e azzerato i profitti di interi settori (basti pensare ai media o alla moria dei posti a disposizione dei bancari). 

In questa cornice è dubbio che la crescita possa ripartire, al di là dell’euforia generata dal Quantitative easing, dal calo del greggio o dalle dinamiche monetarie. La nuova mediocrità rischia per davvero di diventare la situazione normale del pianeta per i prossimi anni. La nota di speranza arriva da Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed, che ritiene che gli squilibri tra domanda e offerta siano destinati a rientrare nel tempo per una sorta di processo naturale. Non la pensa così Lawrence Summers, l’economista ex segretario al Tesoro Usa. Ci vuole un intervento robusto di politica economica, ben più incisivo del Qe, con un massiccio impiego di investimenti pubblici che possano rilanciare anche gli animal spirits privati. Altrimenti, prepariamoci a una lunga traversata nel deserto perché le cose non torneranno a essere quelle di prima. Un verdetto amaro, che i politici tendono a occultare dietro l’ottimismo di maniera che va tanto di moda. 

È un grosso pericolo perché, come sostiene Martin Wolf sul Financial Times, la new mediocrity non è inevitabile. Ma ci vogliono riforme locali, regionali e globali per scongiurare questo destino. È l’ora di ragionare in concreto sugli interventi da mettere in cantiere. In Italia, ma soprattutto in Europa. È l’ora, tanto per cominciare, di aprire il dibattito sulla possibilità di ragionare in termini di bilancia commerciale e di rapporto deficit/Pil a livello comunitario. 

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