SPY FINANZA/ I “giochi da duri” (e miliardari) sul prezzo del petrolio

- Mauro Bottarelli

Il gioco attorno al prezzo del petrolio comincia a farsi pesante e apre fronti che si pensavano fino a ieri come vasi di Pandora intoccabili, spiega MAURO BOTTARELLI

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Il gioco attorno al prezzo del petrolio comincia a farsi pesante e apre fronti che si pensavano fino a ieri come vasi di Pandora intoccabili. Proprio mentre il rallentamento della produzione shale Usa cominciava a dare un minimo di respiro, consentendo alcuni giorni di aumento delle valutazioni che molti avevano incautamente interpretato come l’inizio di un rally rialzista dopo il raggiungimento del bottom, proprio lo storico alleato Usa in Medio Oriente, l’Arabia Saudita, ha assestato un secondo colpo micidiale, dopo quello di novembre quando oppose il suo veto alla riduzione della produzione da parte dell’Opec. Stando a dati ufficiali, infatti, in marzo Riyad ha visto un altro aumento record della propria produzione, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, salita di altri 658.800 barili al giorno e raggiungendo la media quotidiana di 10.294 milioni di crude, qualcosa come circa la metà della produzione giornaliera del mega-giacimento shale Usa di Bakken!

Insomma, invece che lasciare la propria produzione ai livelli invariati, l’Arabia sembra intenzionata a forzare la mano per riprendersi la propria quota leader del mercato (anche per il timore di un ritorno a breve dell’Iran come produttore, in caso le sanzioni vengano tolte o allentate grazie all’accordo sul nucleare), infischiandosene dell’ulteriore calo del prezzo che una sovra-produzione potrebbe innescare in un mercato già saturo, tanto che a maggio gli Usa non avranno più spazio per stoccare il greggio e dovranno scegliere se far crollare la produzione (con conseguenti fallimenti aziendali e default sulle obbligazioni high-yield emesse per finanziarsi) o mettere forzatamente in vendita ogni singolo barile prodotto a prezzo di saldo rispetto ai break-evens. Inoltre, Riyad non sta operando da sola in tal senso, visto che sempre in marzo sia Libia che Iraq hanno aumentato le loro produzioni nonostante le tensioni interne, portando così l’output giornaliero dell’Opec a 31,5 milioni di barili al giorno, un aumento di 1,2 milioni di barili rispetto a febbraio e di oltre 2 milioni rispetto al marzo del 2014.

Insomma, il gioco si fa duro, tanto che molti analisti prevedono – dato il combinato da produzione Usa e saudita – la possibilità di un ritorno dei prezzi ai minimi di gennaio, se non al di sotto in caso a Teheran venga concessa luce verde per riattivare al 100% la quota di export. E che l’evolversi della situazione potrebbe essere tutt’altro che positiva, almeno nel breve termine, per gli Usa lo conferma anche un altro dato, ovvero la fuga di capitali dai quattro principali Etf legati al comparto petrolifero, i quali nelle due settimane terminate l’8 aprile scorso hanno visto outflows per 338 milioni di dollari, il primo caso da settembre e con volume maggiore da gennaio 2014, come ci mostra il secondo grafico riferito al fondo Usa più grande, denominato Uso.

Certo, gli investitori hanno piazzato posizioni long sugli Etf per 6 miliardi, il terzo ammontare di tutto il mercato futures Usa, quindi non si può parlare di tracollo, ma se il trend record dovesse proseguire, tra un paio di settimane qualcuno potrebbe davvero cominciare a farsi molto male. Per John Kilduff del fondo Again Capital legato al comparto energetico, «se questo esodo dovesse prendere ulteriore vigore allora il segnale di nuova pressione sul prezzo del petrolio sarebbe palese, dopo una stabilizzazione attorno a quota 50 dollari al barile, seguita a un tonfo del 60% dai massimi. Gli investitori retail hanno cercato di pescare sul fondo, ma sono stati risucchiati dai recenti minimi». Per Philip K. Verleger, consulente ed economista energetico, «gli investitori passivi sono diventati un problema, visto che hanno basato tutti i loro inflows negli Etf sulla speranza che venisse raggiunto un calo della produzione da parte dell’Opec. Ora gli investitori sono stanchi di essere long e sbagliarsi e cominciano a scappare».

E come ci dimostrano i due grafici a fondo pagina, sono stati proprio gli investitori retail con i loro inflows negli Etf petroliferi a spingere al rialzo il mercato delle commodities, questo nonostante fondamentali molto deboli nel comparto e con prospettive di guadagno molto più alte nelle equities che nelle materie prime. Inoltre, nonostante il calo della produzione delle ultime settimane, l’output dello shale Usa non è ancora rallentato abbastanza per bilanciare il mercato e quindi, paradossalmente, le scommesse long di massa del parco buoi ben tosato dalle banche d’affari tramite le commissioni hanno funzionato da ulteriore driver al ribasso, visto che andavano in senso nettamente contrario proprio ai fondamentali del mercato delle commodities.

Inoltre, molti di questi investitori fai da te non sanno come funziona realmente il mercato delle materie prime: o meglio, non sanno come sono generati i profitti, i quali incorporano sia il return sul pezzo che il roll sul rendimento. E visto che attualmente il roll sui rendimenti è circa a -9% per il petrolio, ogni possibile return rialzista sul prezzo viene automaticamente eroso da queste perdite: molti analisti pensano che questa dinamica non sparirà dal mercato per almeno altri sei mesi, quindi operare sugli Etf long equivale a voler buttare via i propri soldi.

Ma c’è dell’altro, tanto per dimostrare che ormai del petrolio al mercato interessa solo il lato della finanziarizzazione, mentre il prezzo reale del barile a livello industriale è diventato una variabile assolutamente non vincolante. Ricorderete, spero, quando nel novembre scorso vi parlai del concetto di “petrodollaro”, ovvero il fatto che i paesi esportatori “riciclassero” il dollari ottenuti dall’export in asset denominati in biglietti verdi, di fatto aumentando la liquidità al sistema finanziario e rafforzando il ruolo di valuta di riserva della moneta Usa a livello globale. Di più, questi inflows facevano salire i prezzi degli assets e portavano a ulteriori acquisti, di fatto generando un loop virtuoso. Vi ricorderete poi del grafico (l’ultimo a fondo pagina) che ci mostrava che proprio a causa del calo del prezzo e delle tensioni geopolitiche che innescavano riallocazioni strategiche dei portafogli, lo scorso anno, per la prima volta da 18, i paesi esportatori non solo non garantirono inflows ma, anzi, drenarono risorse dal sistema finanziario.

Per qualcuno, era l’inizio della fine del sistema del “petrodollaro”, di fatto un obiettivo strategico ad esempio per Russia e Cina. All’inizio di quest’anno, Bank of America condusse una sorta di sondaggio-intervista con sei economisti energetici, i quali dissero chiaramente che «la fine della catena di riciclaggio del “petrodollaro” impatterà su qualunque ambito, dalla geopolitica russa alla liquidità dei mercati di capitale globali, dalla domanda di Treasuries come bene rifugio alle tensioni sociali nelle nazioni in via di sviluppo all’exit strategy della Fed (dal Qe, ndr)». Di più, Goldman Sachs stimava che «il nuovo equilibrio al ribasso dei prezzi del petrolio ridurrà l’offerta di “petrodollari” fino a 24 miliardi di dollari al mese nei prossimi anni, qualcosa come circa 860 miliardi di dollari da qui al 2018. Ovviamente, l’impatto finale dipenderà anche da una serie di fattori chiave legati ai cuscinetti difensivi di conto corrente, come le importazioni di beni, di servizi o l’income di fattore netto».

 

 

Il problema è che oggi, a fronte dei prezzi in perdurante calo o valutazione al ribasso, i produttori di petrolio non solo non stanno più riciclando “petrodollari” nel sistema, ma stanno liquidando assets denominati in biglietti verdi a una velocità ma vista: insomma, le riserve miliardarie che finivano in debito Usa o altre securities o che negli anni scorsi hanno visto emiri comprarsi grattacieli, case di lusso e squadre di calcio, ora non finiscono più in quel sistema ma restano altrove, quando non vengono bruciate per tamponare i deficit di budget interni come in Angola. Per la prima volta da venti anni, i Paesi dell’Opec stanno drenando liquidità dai mercati, portandola via invece che aggiungerne altra sotto forma di investimenti.

Lo stesso Fmi ha certificato un calo delle riserve estere nei paesi produttori di commodities, dall’Oman (petrolio) al Cile (ricco di rame) al Burkina Faso (cotone) e il declino è di velocità molto maggiore di quello registrato durante l’ultima crisi delle materie prime nel 2008 e 2009. E attenzione, perché tra i primi assets a essere liquidati potrebbero esserci proprio le obbligazioni sovrane dell’eurozona, i cui rendimenti ormai pari a zero non giustificano né i rischi, né l’utilizzo estero di risorse che potrebbero essere impiegate in patria. Solo in Cile, a febbraio il calo delle riserve estere è stato pari a 1,9 miliardi di dollari, il peggiore da tre anni. E ancora, solo sette anni fa il mercato fu inondato da 500 miliardi di “petrodollari”: chi tamponerà le implicazioni di questo drenaggio di liquidità? Ma le Banche centrali, ovviamente, peccato che le due cose non siano equivalenti, visto che i programmi di Qe prevedono la creazione di moneta, mentre il ciclo dei “petrodollari” è di fatto un gioco a somma zero.

Insomma, il calo del prezzo del petrolio ha fatto sì che l’accumulazione di “petrodollari” rallentasse, ma altri attori economici, vedi appunto gli Istituti centrali, stanno pagando il medesimo prezzo a livello di drenaggio di liquidità dal sistema. E cosa tendevano a comprare i paesi produttori con i loro “petrodollari”? Tendenzialmente erano investimenti conservativi, ovvero reddito fisso, vedi debito sovrano: quindi, il calo della crescita dei “petrodollari” rischia di sostanziarsi in minore domanda di securities a reddito fisso, una variabile che potrebbe vedere Bce e Bank of Japan costrette ad aumentare volume e platea degli acquisti, ma che potrebbe rendere molto più duro l’impatto finale del taper da parte della Fed, la quale oltretutto sta già maneggiando la bomba a mano senza spoletta dell’eventuale rialzo dei tassi.

Ma per farvi capire che la geofinanza conta più del prezzo del barile e della sofferenza reale dei produttori di shale Usa basta dirvi che dopo aver generosamente finanziato l’Ucraina, i contribuenti Usa stanno per offrire il loro denaro all’Iraq per far fronte al calo delle entrate legato proprio al basso prezzo del petrolio (il deficit di budget è di 25 miliardi di dollari su un totale di 100, con break-even fiscale per l’export a 56 dollari al barile) e all’aumento delle spese militari per la lotta contro l’Isis. Dopo aver deciso di emettere bonds internazionali per un ammontare di 5 miliardi di dollari, l’Iraq infatti ci ha ripensato e non solo sta per chiedere – e ottenere – un prestito dal Fmi (contribuenti Usa) tra i 400 e i 700 milioni di dollari, ma ha anche richiesto alla controversa Us Export-Import Bank (di fatto sempre i contribuenti Usa) un finanziamento per comprare, sapete cosa? Dieci aerei dalla Boeing, aziende leader nel settore aeronautico Usa e la stessa che ha messo a punto la nuova versione della bomba in grado di distruggere le istallazioni nucleari sotterranee iraniane che gli Usa vogliono vendere a Israele, alla faccia dell’accordo di Losanna!

I produttori shale di Bakken saranno entusiasti di vedere le proprie tasse utilizzate per tamponare i deficit di budget dei produttori iracheni: chissà che, prima o poi, “Main Street” alzi la testa e si ribelli. Anche perché, al netto dei tagli occupazionali e dei risparmiatori che patiranno perdite sui bond delle aziende energetiche o sugli Etf, c’è qualcuno che dal prezzo basso del petrolio, dalle variabile geopolitiche pressoché quotidiane (spesso trasformate in notizie ad hoc) e dalle fluttuazioni sui centesimi di dollaro sta guadagnando parecchio, oltretutto in palese violazione delle normative vigenti negli Usa.

La legge Dodd-Frank del 2010, infatti, mise fuorilegge la pratica dello “spoofing”, una tattica utilizzata per manipolare i mercati e, a detta di Benjamin Blander della Radix Trading Llc di Chicago, «una strategia estremamente tossica, visto che tutto ciò che distorce l’accuratezza dei prezzi sta di fatto rubando denaro dalla corretta allocazione delle risorse». E come funziona? È abbastanza semplice e chi conosce l’inglese può capirlo in maniera molto chiara dal grafico a fondo pagina. In parole povere, un trader può ingannare un gruppo di suoi colleghi facendo loro credere in un calo dei prezzi del petrolio, magari offrendosi di vendere contratti futures a 45.03 dollari al barile quando il prezzo di mercato è a 45.05 dollari. Dopo che i venditori hanno accettato di entrare nel gioco con offerte a quel pezzo al ribasso, lo “spoofer” rapidamente volta le spalle, cancella il suo ordine di vendita e compra al prezzo di 45.03 dollari che ha imposto con la sua scommessa falsa. Quindi, avendo comprato a 2 centesimi sotto il vero prezzo di mercato, può rivendere quel contratto in un secondo tempo a un prezzo più alto, magari dando vita a un’altra forma di “spoofing”, cercando di piazzare un ordine di acquisto a 45.04 dollari ma vendendo dopo aver ingannato i rivali che lo avevano seguito. Sembrano numeri risibili ma moltiplicateli per molte, moltissime operazioni e possono produrre profitti decisamente alti.

Per Matt Simon, analista alla Tabb Group, «questo tipo di atteggiamento pone una questione: queste persone stanno operando un’attività legittima di mercato e una chiara manipolazione dello stesso?». A voi la risposta.



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