FINANZA E POLITICA/ Grecia-Ue, l’alternativa al Grexit

- Luca Passoni

L’accordo fra creditori, Ue e Atene resta la soluzione più economicamente fondata: ma la politica potrebbe aprire scenari inediti per la Grecia. LUCA PASSONI

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Alexis Tsipras (Infophoto)

Seguendo pura razionalità politica ed economica, lo scenario da considerare maggiormente attendibile riguardo l’ennesimo capitolo della crisi greca dovrebbe prevedere il raggiungimento di un accordo tra Atene e i suoi creditori tale da superare le ipotesi di evoluzione più pessimista. Valutando però il contenuto delle promesse elettorali proposte dal partito di governo, la relativa inesperienza politica dei suoi componenti e la necessità di “salvare la faccia” nel caso di una conclusione ispirata alla sopra nominata razionalità, va accettata l’ipotesi che tale accordo non possa essere raggiunto se non all’ultimo momento (quindi più probabilmente in vicinanza dell’incontro dell’Eurogruppo dell’11 maggio che in aprile).

La popolarità dell’attuale partito al governo sembra già nettamente scesa da circa l’80% di approvazione in prossimità delle recenti elezioni, si può immaginare che esistano ulteriori spazi di peggioramento nel gradimento degli elettori, soprattutto quando si accorgeranno che anche per il premier Alexis Tsipras non esistono sostanziali alternative al programma già individuato prima delle elezioni e ampiamente criticato in campagna elettorale. A questo punto appare rilevante per Tsipras guadagnare la capacità di sopravvivere finanziariamente fino alla seconda metà di maggio, quando (valutata oggi la realtà) il suo calcolo di convenienza politica potrebbe indicargli la convenienza ad affrontare nuove elezioni pe migliorare il proprio peso in parlamento. Il resto d’Europa non può ritenersi indifferente alle diverse prospettive che si potranno presentare: un eventuale insuccesso di Tsipras in caso di elezioni anticipate andrebbe a favore della vecchia classe politica? O il consenso rischia di spostarsi più verso l’estremo di Alba Dorata?

La valutazione dei mercati appare concludere che un’uscita della Grecia dall’euro sia quasi indifferente, se non addirittura vantaggiosa, per gli stati che rimarranno, mentre sia disastrosa per la Grecia stessa. La lettura potenzialmente vantaggiosa di un’uscita della Grecia dalla zona Euro si baserebbe sul fatto che il disordine insorgente all’interno del Paese potrebbe essere sufficiente ad indurre i vari Podemos, Movimento 5 Stelle, ecc. a riconsiderare le loro proposte alla luce di un caso concreto sotto gli occhi di tutti. Quanto può essere considerata verosimile questa aspettativa? Ragionando su un’ipotesi di uscita della Grecia dalla zona Euro, emerge la necessità di considerare i meccanismi di attuazione dell’evento. Cosa prevedono le norme comunitarie e come’è immaginabile che la cosa si possa svolgere?

Passando dalla teoria (pura conoscenza delle norme comunitarie) alla realtà immaginabile, quanti e quali sono i rischi di mancato rispetto delle norme regolanti il funzionamento della zona euro e delle norme fondamentali in vigore all’ interno dei singoli stati membri? Ci siamo già dimenticati la Corte Costituzionale tedesca? Che effetti dovremmo immaginare sulla credibilità della divisa esposta a “innovazioni” così radicali da poter mettere in dubbio anche le sue norme istitutive? Sotto il profilo economico si deve imporre un altro ragionamento: quale vantaggio produrrebe all’economia greca l’adozione di una nuova, presumibilmente debole, dracma? L’uso di una moneta svalutata, maggiormente “competitiva” creerebbe una maggiore facilità nelle esportazioni, beneficio sufficiente a più che bilanciare l’inevitabile maggiore costo delle importazioni?

Data la struttura del sistema economico greco, tale effetto non appare sicuramente scontato. Quanto sopra, sinteticamente, riassume per sommi capi la sostanza attorno a cui ruota l’attuale negoziato (credibilità dell’euro, disastro economico greco), sconfinato in estremi comportamentali inaccettabili se guardati con distacco (la visita di Tsipras al leader russo Vladimir Putin, il ricordo del crac Lehman Brothers da parte del ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis sono sintomi di una mentalità ricattatoria, sicuramente non d’aiuto nella costruzione di un passo in avanti).

Anche la paralisi oggi mostrata da chi di fatto guida l’Europa si mostra stupefacente per l’incapacità di pensiero politico che sembra dimostrare (che significato hanno le richieste che vengono fatte alla Grecia? Volontà punitiva? Chi crede alla possibilità della Grecia di rimborsare i debiti contratti utilizzando solo il cilicio? Dove sta un progetto di crescita che aiuti il Paese a uscire dall’attuale problema?). Lo scontro tra le modalità comunicative proposte da Syriza e dal governo tedesco, guardate in contemporanea alla fermezza della fiducia della Bce di Mario Draghi nell’irreversibilità dell’euro (mai sostenuta dai commenti della Bundesbank, recentemente più silente delle abitudini iniziali), presentano la “Comunità europea” per quello che rischia di essere diventata: una letterale Babele senza guida dove i partecipanti parlano senza capirsi (o senza volersi capire). Come può essere successo questo degrado?

Il problema europeo è puramente politico, solo valutandone questa componente si può tentare di capire a quale sua evoluzione potremo assistere. Dalla nascita dell’euro a oggi la principale evoluzione riconoscibile appare essere data dal cambiamento di stile decisionale di chi governa l’area, da una preferenza decisionista iniziale (forte accordo iniziale soprattutto di Francia e Germania) a una rincorsa al consenso odierna (soprattutto gli anni del successo politico domestico della cancelliera tedesca). L’iniziale creatura incompleta ha vissuto iniziali anni felici, affronta oggi difficoltà che non consentono più la rincorsa del consenso, pretendono di nuovo la capacità decisionale dovuta da parte del rappresentante politico eletto.

Alla nascita dell’euro molti analisti oltre Atlantico si dichiaravano increduli sulle possibilità anche solo di nascere della nuova divisa, i più raffinati avevano capito che sarebbe nata e durata, fortemente sostenuta dalla volontà politica allora esplicitamente presente, si può dire che oggi la stiamo leggendo ancora nei comportamenti dei nostri politici (per nostri è meglio che ci abituiamo a intendere europei, non più nazionali)?

Riflettendo su queste ultime considerazioni, dovremmo stupirci della tranquillità con la quale i mercati finanziari stanno affrontando l’attuale, difficile momento. Com’è facilmente intuibile, i diversi esiti possibili comprendono significati ricchi di complessità formali, rispetto alle quali il generoso, ma solitario, aiuto della Banca centrale europea potrebbe iniziare a non essere più sufficiente. 

Concludendo con una valutazione di quanto oggi offerto dai mercati finanziari in ottica di breve termine, notiamo alcuni elementi indubbiamente positivi (finché riescono a permanere). I tassi a lungo termine prevalenti per il debito pubblico dei principali paesi periferici offrono rendimenti inferiori al tasso di sviluppo nominale delle rispettive economie (la loro sostenibilità èquindi nettamente migliorata).

La posizione politica di Tsipras oggi lo dovrebbe razionalmente spingere alla ricerca di un accordo con i suoi creditori europei visto che non sarà mai in grado di mantenere le principali promesse fatte al suo elettore (permanenza nell’euro e uso della spesa pubblica per spingere la ripresa economica). Ragionando in termini di teoria dei giochi (un aiuto gli potrebbe venire dall’esperto della sua compagine ministeriale), dovrebbe capire che un risultato lo può portare a casa, la permanenza nell’euro, rinunciando all’altro (spesa pubblica), che lo porterebbe alla probabile rinuncia a entrambi. La conclusione ora espressa ci porta a dire che può essere il momento di approfittare e investire nei titoli di stato della periferia europea che stanno subendo (o subiranno) il maggiore allargamento dello spread. Magra consolazione quella del “trading spicciolo” se si guarda a cosa altro potrebbe succedere con una guida meno timida della zona euro.

Ripensando a passati momenti della storia in termini positivi e non ricattatori, la proposta del piano Marshall fatta dalla potenza vincitrice alla ex potenza sconfitta si è rivelata per chi allora ha investito quello che ancora oggi è stato l’investimento a maggiore rendimento complessivo realizzato, con un beneficio evidentissimo anche per chi ha ricevuto il finanziamento. Allora si parlava di Stati Uniti che finanziavanao la ripartenza dell Europa (Germania compresa), oggi la stessa Europa, ricca per effetto di quella grande decisione, appare incapace di capire che un piccolo investimento in un Paese periferico può produrre un enorme risultato. Mi rifiuto di credere che questo succede per paura di perdere le prossime elezioni regionali in Carinzia (per dire un nome a caso).

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