SPY FINANZA/ Dagli Usa alla Cina, gli “iceberg” di una nuova crisi

- Mauro Bottarelli

Le varie politiche messe in atto dalle diverse Banche centrali, spiega MAURO BOTTARELLI, rischiano di creare parecchi problemi, in diversi angoli del globo oramai

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Il presidente della Fed, Janet Yellen (Infophoto)

Cosa vi dico da almeno tre settimane? La Cina, vista la bolla di liquidità creatasi sulle equities e di fatto facilitata nella sua espansione dalla volontà del governo di tramutare l’economia nazionale da produttiva a di consumi e servizi, sta per lanciare il suo programma di Qe. Ora c’è l’ufficialità, visto che MarketNews ieri rilanciava fonti ufficiali del governo di Pechino, stando alle quali «la Banca del Popolo sta discutendo l’acquisto diretto di bond governativi locali e altre politiche non convenzionali». Guarda caso, i futures sulla Borsa di Shanghai sono volati alle stelle. Oplà, ora tutto il mondo è all-in a livello di Banche centrali! 

D’altronde, come vi dicevo nell’articolo di ieri, c’è qualcosa di ormai totalmente sconnesso e manipolato. Guardate di nuovo il grafico (lo trovate a fondo pagina) che ho pubblicato ieri e, alla luce dei dati di Bank of America che vedono i flussi degli investitori professionali in fuga dagli indici in 9 delle ultime 10 settimane e la stagione dei buybacks in letargo, fatevi questa domanda: chi sta comprando? Io ho un paio di sospetti, anzi tre: o la Fed, la quale ora può statutariamente trattare futures sull’indice Standard&Poor’s 500, o qualche agenzia para-governativa che manipola il mercato attraverso lo spoofing, ovvero immettendo ordini di acquisto per trascinare con sé il parco buoi prima di cancellarli (in questo caso solo per tenere alti gli indici aumentando i volumi, non per speculare sui margini di trading) oppure ancora la Bank of Japan (ieri Fitch ha operato il downgrade del rating nipponico da A+ ad A), la quale come vi ho dimostrato è già intervenuta 143 volte acquistando Etf per un controvalore di 23 miliardi di dollari dal 4 aprile 2013 a oggi, casualmente quando il Nikkei apriva in ribasso (è successo nel 76% dei casi in cui l’indice di Tokyo partiva in rosso). 

Insomma, Mario Draghi può stare tranquillo, quando tra poco non potrà più mentire riguardo la scarsità di collaterale eligibile sul mercato per gli acquisti obbligazionari della Bce, nessuno dirà nulla se comincerà a comprare prima bond corporate, poi magari Etf e alla fine anche equities: è il meraviglioso mondo delle Banche centrali come motore immobile. E che qualcosa a Francoforte cominci a preoccupare i soloni del Qe ce lo conferma indirettamente la notizia in base alla quale ieri la peggior banca irlandese, bocciata agli ultimi stress test della stessa Eurotower, ovvero quella Permanent Tsb costata al governo di Dublino 2,7 miliardi di euro per essere salvata, ha collocato un bond per 125 milioni di euro con rendimento di poco inferiore al 10%. Ma non un bond normale, un cosiddetto AT1, ovvero senza scadenza, con la possibilità per la banca di convertire la carta in azioni in caso il capitale scenda sotto un certo livello e che permette all’emittente di non pagare i coupons se non vuole o non può! 

Avete capito bene, la disperazione da rendimento resa possibile dagli yield governativi sottozero del Qe porta il parco buoi a prendersi a cazzotti per accaparrarsi questa immondizia! E tranquilli, ci saranno altre emissioni visto che la prima fa parte di un piano di aumento di capitale per complessivi 525 milioni di euro per l’unica delle quattro grandi banche commerciali irlandesi che nemmeno lo scorso anno e dopo il salvataggio di Stato è tornata profittevole. Auguri a chi è ora detentore di quella preziosa obbligazione. Oltretutto, siamo anche al paradosso macro, oltre che alla follia speculativa. Già oggi le operazioni di stimolo delle banche centrali stanno infatti facendo crescere pressioni deflazionistiche (gli Usa ne sanno qualcosa, visto che le importano col badile) e ora che anche la Banca del Popolo cinese starebbe per unirsi alla festa, la situazione potrebbe degenerare a livello irreparabile. 

Proprio perché la Cina è l’epicentro di una “saturazione globale” che da oggi in poi chiameremo “global glut”, il frutto avvelenato del Qe senza fine e che spiega anche il crollo del prezzo delle materie prime, petrolio in testa. Mantenendo artificialmente a zero i tassi (e quindi il costo del denaro), gli Istituti centrali rendono impossibile per il mercato purgarsi dagli attori disfunzionali e inefficienti, come ad esempio aziende che invece di macinare utili creano solo perdite e debito. Così facendo, operatori insolventi restano attivi e contribuiscono alla sovra-offerta di beni sul mercato, impedendo a quest’ultimo di tornare in equilibrio, vedi proprio il costo del barile di petrolio, portato a questi livelli sia dalle scelte dell’Arabia Saudita di non tagliare la produzione Opec lo scorso novembre, ma anche dal mali-investment rappresentato dal boom dello shale oil statunitense, figlio legittimo del denaro a costo zero della Fed che ha permesso di indebitarsi a soggetti con rating da pelle d’oca. In parole povere, si amplia la platea dei produttori, sia amplifica l’offerta, ma questa – in un mondo in recessione o rallentamento – va in mismatch con la domanda scarsa, di fatto vanificando i benefici diretti delle politiche di stimolo. 

Insomma, il mondo non cresce o cresce poco, il denaro a pioggia va a Wall Street o a finanziare ultra-offerta, ma non finisce nelle tasche della domanda, di fatto portando alla saturazione del mercato e alla stagnazione in un contesto generale di bassa crescita, bassa inflazione e bassi tassi di interesse. Il problema è che siamo al corto circuito: i debiti fuori controllo di Usa, Giappone e molti governi europei non consentono spesa pubblica diretta per stimolare la crescita, quindi sono le Banche centrali a inondare le economie con più liquidità possibile. La quale, però, non entra in circolo virtuoso ma finisce in bolle e mal-investment, come almeno sei anni di Qe globale hanno dimostrato, dati macro e ratio debito/Pil alla mano. 

Inoltre, ricordatevi sempre – anche se i keynesiani inorridiranno a questa prospettiva – che la scienza economica è basata sulla limitatezza, non certo su una condizione di sovra-offerta. Che dire dello shale? Come vi ho dimostrato qualche settimana fa, a maggio non ci sarà più spazio fisico per stoccare il petrolio che si continua a produrre, il quale finirà forzatamente sul mercato, aumentando ancora di più l’offerta e ponendo pressione ulteriormente ribassista sul prezzo, il tutto al netto della concomitanza del taglio delle linee di credito verso le aziende produttrici, essendo aprile-maggio il periodo per banche e finanziarie della revisione del rating sul collaterale posto a garanzia (e con i prezzi a picco, quel bene non vale più come un anno fa o sei mesi fa). Ma non solo. Nel mondo ci sono circa 110 milioni di balle di cotone stoccate e ferme in depositi tessili o warehouse statali, un picco che non si registrava dal 1973, ovvero da quando gli Usa hanno cominciato a pubblicare il dato. 

Il dato delle scorte totali a febbraio per beni manifatturieri durevoli negli Usa è salito a 413 miliardi di dollari, il livello massimo dal 1992, quando il Census Bureau ha cominciato a tracciarlo. E guardate i grafici a fondo pagina, i quali ci mostrano il livello di saturazione della domanda per i metalli da parte del più grande produttore al mondo, la Cina e il conseguente crollo del prezzo. E rieccoci al punto di partenza, ovvero la scelta del governo cinese di rendere l’economia del Paese meno dipendente da settori come l’acciaieria e il tessile. La domanda di molti dei materiali legati a quei comparti non solo è rallentata, ma si è contratta, in alcuni casi a livelli che non si vedevano dal 2008. 

 

Insomma, per dieci anni la Cina è stato attore onnivoro del mercato, quindi ha portato i produttori a massimizzare l’output per andare incontro alla domanda e ottenere profitti, ma ora che l’economia del Dragone sta rallentando, nessun altro Paese ha preso il suo posto e la saturazione del mercato sta diventando non più variabile ma cronica. E qui, entra in scena anche il lato dei produttori, i quali a fronte di una domanda che non sale, non possono e non vogliono tagliare le produzioni, sia per il rischio di perdere anche il minimo di profitto che si riesce a ottenere sul margine, sia per la necessità di un cash-flow per sperare in qualche linea di credito, sia soprattutto per il timore maggiore, ovvero perdere quote di mercato ottenute negli anni. E ricordate che questo sta accadendo in un mondo che dal 2008 a oggi ha visto la Fed e la Bank of England aumentare i loro bilanci del 25% del Pil dal 6% precedente, la Bce dal 14% al 23%, ma ora è in modalità all-in e la Bank of Japan dal 22% al 66% attuale. Quindi, se i produttori – come quelli del shale oil – aumentano ulteriormente la produzione per cercare di pareggiare le perdite dovute al crollo dei prezzi, non fanno altro che esacerbare il problema della saturazione, come ci mostrano i primi due grafici a fondo pagina. 

Come si esce da questa situazione, ovvero come si evita una liquidazione di massa e una pressione deflazionistica ingestibile? Toc toc, si bussa ancora alla porta della Fed, chiamando la Yellen e chiedendole di riattivare “l’elicottero” per paracadutare altri soldi e mantenere l’orchestra sul ponte, la musica che suona e la gente che balla, facendo finta di ignorare l’iceberg in arrivo. Che, in un ambiente economico simile, potrebbe chiamarsi Weimar 2.0, una volta dato vita a un potenziale Qe4 statunitense. 

E tanto per chiudere l’articolo in modo che vi sia chiaro come funzionano certi meccanismi di interconnessi economica e finanziaria, vi faccio una domanda: a vostro modo di vedere, chi è maggiormente preoccupato dal default del principale costruttore cinese, Kaisa? Pechino, immagino rispondereste. Invece è New York, perché la stessa Kaisa che la scorsa settimana ha dovuto ammettere di non riuscire a rimborsare il suo debito a scadenza, è una dei principali attori dell’impennata del mercato immobiliare della Grande Mela, dove gli investimenti cinesi hanno pesato per oltre 3 miliardi di dollari solo nel 2014, tanto che a Manhattan per tutti compratore cinese era sinonimo di fondi illimitati e capacità di investire infinita. E se invece la festa stessa finendo? 

Tanto più che come ci mostra l’ultimo grafico, il mercato immobiliare interno cinese è già in bolla, con i prezzi dei nuovi immobili calati a febbraio alla velocità maggiore di sempre. Unite a queste variabili il fatto che, come ormai sapete a memoria, immobiliare e manifattura non sono più core business dell’agenda economica del governo di Pechino e capirete le preoccupazioni che albergano a New York. Tanto più che, a oggi, i costruttori cinesi hanno un debito obbligazionario denominato in dollari pari a 66 miliardi, stando a dati di Dealogic e con il dollaro così forte il servizio del debito è diventato più oneroso, a fronte di un mercato anch’esso in saturazione. 

Inoltre, proprio i costruttori cinesi che hanno investito a New York sono quelli che hanno emesso la maggior parte di bond in dollari: Greenland Holdings solo nel 2014 ha emesso per 2,7 miliardi, Soho China (azionista nel palazzo della General Motors) per 1 miliardo nel 2012, China Vanke un miliardo da inizio anno e Xinyuan Real Estate, 475 milioni di dollari in obbligazioni. Ma se la copertura del cashflow dovesse restringersi più di quanto atteso e questo fosse prezzato dai bond di quelle aziende, quale potrebbe essere l’epilogo? Liquidazione degli assets e una bella crisi immobiliare, mutui cartolarizzati compresi, oltre alle obbligazioni. Eccovi il mondo delle Banche centrali, un inferno.

 

 



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