SPILLO/ Quella “buona liquidazione” della banca “che non doveva fallire”

- Gianni Credit

Torna a farsi largo la tesi che Lehman Brothers nel 2008 non dovesse fallire perché non insolvente. Per GIANNI CREDIT è un’occasione per una riflessione ad ampio raggio

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Tim Geithner (Infophoto)

Dopo la Landesbank tedesca che denuncia la Bce Mario Draghi per vigilanza molesta – a meno di sei mesi dell’inizio dell’Unione bancaria – non sorprende certo un quotidiano cosmopolita come Repubblica che festeggia la fine accelerata della “buona liquidazione” di Lehman Brothers. Che anzi ne approfitta per “ristabilire la verità”: quel 15 settembre del 2008, Lehman “non doveva fallire”. Con annesso sillogismo implicito: niente crac Lehman, niente apocalissi successive (anche se c’è da presumere che a Repubblica l’apocalisse dell’estate 2011 in Italia, con la cancellazione dell’ultimo governo Berlusconi a mezzo spread, non sia ragionevolmente spiaciuta).

La tesi che Lehman nel 2008 non fosse insolvente non è nuova: nacque nelle ore convulse del suo default accompagnata dal sospetto che le altre sorellastre di Wall Street avessero pensato che la “mors Lehman” avrebbe significato vita per le varie Goldman Sachs, JPMorgan, Morgan Stanley (il che è peraltro accaduto). La Lehman –  rammenta Repubblica – era davvero “la più accecata dall’arroganza” dopo gli anni più folli della finanza derivata: ed evidentemente “non meritava di vivere” nel giudizio da saloon del segretario del Tesoro Usa Hank Paulson (ex presidente della Goldman), della Fed e dei giurati del club di Wall Street. Palle nere, cappio annodato. Non proprio fiction se perfino la Commissione Angelides – l’unica investigazione pubblica su quanto accadde – concluse che la Grande Crisi “poteva essere evitata”. 

Nell’aprile 2015 la prima questione che interessa qui è comunque questa: dopo sette anni non esiste una “narrazione” approfondita, affidabile, condivisa del crac Lehman. Un’investigazione a uso storico che vada oltre quella prodotta al massimo da una commissione parlamentare, trascurando decine di instant book, best seller, pur agguerrite inchieste giornalistiche, pièce teatrali e quant’altro. Anche il giudizio di un liquidatore è irrilevante: ma dedurre dall’esito del collocamento sul mercato degli asset (europei) di Lehman la solvibilità della banca sette anni prima e  quindi l’evitabilità del crollo dei mercati, pare francamente un passo lungo. 

Il punto d’arrivo ultimo del ragionamento è comunque rafforzare la tesi che il crac sia stato prodotto da un “errore” delle autorità di vigilanza e della comunità bancaria americana: un “incidente di percorso” – per quanto grave – e non la prova che la turbofinanza deregolamentata – global and shadow – sia intrinsecamente instabile e dannosa per l’economia reale. 

Proprio la tesi dell’incidente di percorso è stata sostenuta con affanno quotidiano – fin quel fatale lunedì di settembre – da quanti temevano pesanti “vendette” da parte di governi e banche centrali: reazioni pari a quelle che – dopo il 1929 – portarono a una dura ri-regulation, in America come in Europa. Non a caso il testo originario della “Volcker Rule” contemplava la stessa “pena” inflitta a Wall Street dall’amministrazione Roosevelt: la separazione fra la finanza bancaria (risparmio e credito) e finanza di mercato (gestione di patrimoni, intermediazione, investment banking). 

La ri-regulation poi effettivamente varata dall’amministrazione Obama  ha invece sostanzialmente lasciato intatti – “a piede libero” – istituzioni e banchieri del 2007-2008: anche e soprattutto attraverso l’iperliquidità dei vari Quantitative easing successivi, che non a caso hanno assunto carattere semi-permanente. E questo ha certificato la “vittoria” – forse definitiva – di Wall Street, che ha sancito la praticabilità dello scarico sulle collettività globali di costi, rischi e perdite di un business della moneta ormai totalmente privatizzato.

Neppure il Ceo di Lehman – Dick “Coltello” Fuld – è mai stato inquisito e tanto meno processato. E negli Stati Uniti – dov’è perfino vietato fotografare gli imputati nelle aule dei tribunali – nessuna intercettazione telefonica ha mai registrato quanto si dissero i big names di Wall Street prima e dopo quel fine settimana. È assai probabile che Paulson o il capo della Fed di New York – Tim Geithner, poi segretario al Tesoro con Obama – abbiano registrato colloqui e conferenze. Ma non se n’è mai vista traccia sui medianeppure in “Stress Test”, le memorie di Geithner ancora quasi fresche di stampa.

Sul merito del crac Lehman – quindi anche sulla questione ri-posta da Repubblica – non c’è quindi nulla di paragonabile alle narrazioni giudiziarie che in Italia stabiliscono la verità spesso in tempo reale. Andò così quando le prime intercettazioni dei colloqui dell’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio finirono sui giornali in modo talmente rapido da riuscire a “correggere” la Banca d’Italia: che vedeva con favore l’Opa della Popolare di Lodi su AntonVeneta e non quella dell’Abn Amro. Due anni dopo, invece, nessuna intercettazione tempestivamente pubblica mise sull’avviso l’opinione pubblica che la Banca d’Italia di Mario Draghi stava per autorizzare la disastrosa acquisizione di AntonVeneta da parte di Montepaschi. Dalla “buona liquidazione” di Lehman apprendiamo invece che la stessa banca Usa, alla vigilia del crac, stava lavorando a “project Palio”, scalata via derivati su Rocca Salimbeni. E se Lehman non poteva o non doveva fallire, chissà come sarebbe andata a finire a Siena.

A rigore, comunque, il Monte, non è fallito. Peccato: ci mancheranno le narrazioni giudiziarie che accompagnano in Italia processi per bancarotta (non quelli per falso in bilancio, come quello chiesto ieri dalla Procura di Milano). E anche una “buona liquidazione” come quella celebrata da Repubblica per Lehman.

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