SPY FINANZA/ La “grande bolla” che tiene in piedi gli Usa

- Mauro Bottarelli

MAURO BOTTARELLI ci spiega in che modo gli Stati Uniti riescono a camuffare la recessione che la loro economia, come quelle degli altri paesi principali, sta soffrendo

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Signore e signori, rullo di tamburi. Il tanto atteso dato dei nuovi posti di lavoro nel settore non agricolo Usa per il mese di marzo è stato finalmente pubblicato: 126mila unità, contro un’attesa di 245mila, praticamente circa il 50% in meno e il più basso livello di crescita dal marzo 2013, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina! Il tasso di disoccupazione Usa resta al 5,5%, ma occorre guardare meglio i numeri: il dato di gennaio è stato infatti rivisto al ribasso (strano) da 239mila a 201mila, mentre quello di febbraio 295mila a 264mila, quindi calcolando queste revisioni, i guadagni occupazionali nel combinato di quasi due mesi è stato solo di 69mila, peggio di quanto riportato preventivamente. E ancora, negli ultimi tre mesi l’aumento occupazionale medio è stato solo di 197mila unità. Ma c’è di più, visto che come ci dimostrano il secondo e il terzo grafico, in marzo il numero di persone uscite dalla forza lavoro negli Usa è aumentato di altre 277mila unità, raggiungendo un record assoluto di 93.175 milioni, grazie un aumento di 2.1 milioni dallo scorso anno. 

Siamo, come tasso di partecipazione alla forza lavoro, ai minimi del febbraio 1978: insomma, mettete ufficialmente da parte le speculazioni su un rialzo dei tassi da parte della Fed quest’anno. L’ipotesi in questione è archiviata, esattamente come la residua credibilità della Banca centrale statunitense. Ma guardiamo qualche altro dato, quelli che la grande stampa ignora perché non fa comodo alla sua narrativa o forse perché si fa fatica a trovarli, non essendo spiattellati belli e pronti dalle agenzie di stampa (in terza ipotesi c’è la possibilità che non sappiano leggerli, cattivella ma non certo peregrina). Bene, torniamo al numero degli ordinativi industriali: un mese fa, quando vennero resi noti, la questione si fece seria, visto che erano in calo del -2,3%, un dato che trovava soltanto due paragoni diretti, il 2008 dopo il fallimento di Lehman Brothers e il 2001, subito dopo l’ingresso degli Usa in recessione. L’altro giorno sono usciti i dati aggiornati e per gli entusiasti della ripresa Usa, sono stati dolori, come ci mostrano il quarto e il quinto grafico: in superficie, infatti, le ultime cifre parlano di un miglioramento delle aspettative, avendo registrato un +0,2% contro un’attesa del -0,4%, ma se si guarda ai numeri sottostanti, anche questo dato di febbraio è una delusione, visto che è tale soltanto perché il dato di gennaio è stato rivisto pesantemente al ribasso, da 470 miliardi di dollari a 467,5 miliardi, un qualcosa che trasforma nella realtà quel +0,2% in un -0,4% rispetto alle cifre pre-rivisitazione. Inoltre, come mostra il quinto grafico della Fed di St. Louis, se prendiamo il dato degli ordinativi industriali a livello di base annualizzata, la situazione è ancora peggiore e mostra plasticamente come gli Usa siano già oggi in recessione non più solo tecnica. 

Ma attenzione, perché non basta. Ironicamente, a darci un’altra conferma di questa realtà ci ha pensato anche il sempre attivo Bureau of Labor Statistics (quello che dimentica i lavoratori licenziati nel comparto energetico, per capirci), il quale ha sentenziato per la gioia dei keynesiani pro-Fed che il numero di persone che ha chiesto per la prima volta il sussidio di disoccupazione negli Usa è stato di 268mila, uno dei livelli più bassi dall’inizio della crisi. Il problema è che quel numero ha poco a che fare con il mondo reale, mentre se si perde un po’ di tempo e si vanno a cercare cifre indipendenti, si scoprono davvero cose interessanti. 

Ad esempio, stando a cifre della Challenger, Gray & Christmas, che nel corso del primo trimestre del 2015 i datori di lavoro hanno annunciato tagli occupazionali per 140.214 unità, su del 15,6% rispetto ai primi tre mesi del 2014 e del 17% rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno, quando si toccarono 119.763 unità. Di più, di quei 140.214, ben 47.610 erano direttamente legati alla caduta del prezzo del petrolio. A confermare il dato, le parole di John Challenger, amministratore delegato della Challenger, Gray & Christams, a detta del quale «senza i tagli occupazionali legati al petrolio, avremmo potuto assistere a uno dei trimestri con il minor numero di licenziamenti da metà degli anni Novanta, quando si scese sotto le 100mila unità. Il problema è che il crollo del prezzo del petrolio ha contagiato molto in fretta altri servizi legati al comparto, come le pipelines, la manifattura collegata e la fornitura di energia». Ma non basta, perché non solo il petrolio sta mietendo vittime: in West Virgina si stanno chiudendo miniere di carbone e anche nel resto del Paese il settore sta conoscendo pesanti tagli occupazionali. 

Ora, guardate il dato relativo a uno degli Stati più dipendenti dall’energia e dal petrolio, il Texas, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina: vi sembra una dinamica accettabile? E guardate il secondo grafico, che mette in comparazione l’aumento occupazionale del Texas e quello degli Usa senza lo “Stato della stella solitaria”: che ne dite, il Texas è o non è in recessione? E, soprattutto, la crisi petrolifera sta o non sta innescando una crisi occupazionale? 

Insomma, dal 2008, se escludiamo il Texas (e quindi il boom dello shale garantito dai soldi a pioggia della Fed), i posti di lavoro creati in Usa sarebbero ancora negativi. Dunque appare pressoché impossibile che la Fed alzi i tassi e non solo per i dati sulla disoccupazione ma anche per quelli sul Pil del primo trimestre, che come vi ho dimostrato ieri sono già allo 0,0% per il tracker GDPNow in tempo reale della Fed di Atlanta. Ma si sa, i dati macro ognuno può leggerli come vuole, ovvero si può scegliere il lato della testa o della croce della moneta. Peccato che poi, alla fine, la realtà sia testarda, imperi e presenti il conto. Uno dei principali acceleratori dell’incendio doloso narrativo di chi sposa la vulgata della ripresa Usa è contenuto nel terzo grafico, ovvero l’aumento dei prestiti cosiddetti C&I, cioè verso aziende commerciali e industriali, sintomo che il business sta riprendendo forza dopo l’inverno caratterizzato dal maltempo (altra balla che abbiamo smentito nell’articolo di ieri). 

Stando alle cifre, su base annualizzata, l’1,8 triliardi di dollari di prestiti in essere nel febbraio di quest’anno rappresenta un +14%: insomma, un successone, peccato che basti non essere nati ieri e andare a vedere la qualità di quei numeri per scoprire che da festeggiare c’è davvero poco. Primo, perché mettendo in prospettiva il dato, possiamo dire che siamo tornati al livello dell’ottobre 2008, ovvero ci sono voluti 63 mesi per uscire dal cratere di disgrazia finanziaria in cui gli Usa erano precipitati, dovendo smaltire una montagna infinita di bad debt creato prima della grande crisi. Secondo, come ci mostra il quarto grafico, occorre sempre guardare alla qualità e non solo alla quantità dei numeri e in questo caso, ecco cosa abbiamo: l’aumento nei prestiti che sta facendo gioire gli ottimisti di tutto il mondo, infatti, è interamente legato al ritorno in grande stile dell’ingegneria finanziaria, nella fattispecie degli LBO, cioè prestiti a leva verso aziende pesantemente indebitate. 

 

 

 

 

Dall’ottobre 2008, infatti, l’aumento di tutti i prestiti C&I è di 220 miliardi di dollari, ma il 100% di questo è da mettere in conto alla crescita del 37% dei leveraged loans in essere dal 2008. Il problema, insomma, è che l’operato distruttivo della Banche centrali, soprattutto a livello di mis-pricing del debito, ha innescato una generale e irrazionale corsa al rendimento che sta attraendo fondi sempre maggiori verso collocazioni anti-crescita, anti-occupazione e finalizzate alla distruzione di capitale: ovvero, il contrario delle implicazioni storiche del prestito verso l’impresa. Insomma, l’utilizzo ancora una volta massimo della leva impone che quelle aziende usino i soldi per il servizio del debito, non per l’acquisizione di nuovo capitale produttivo: insomma, Wall Street non presta soldi perché alle aziende serve finanziamento per assets produttivi, ma solo perché alla speculazione, ai money managers e alle banche serve disperatamente rendimento per i loro portafogli. In parole povere, si fanno debiti a leva attraverso derivati di ingegneria finanziaria per pagare dividendi e commissioni agli azionisti del private equity degli stessi organismi che prestano denaro. 

La solita “macchina della bolla” in servizio permanente ed effettivo: quindi, senza il ritorno in grande stile della Collateralized Loan Obligations, quell’aumento dei prestiti C&I non ci sarebbe affatto stato. E quando sono tornati i prodotti della finanza, banditi per un po’ dopo il crollo Lehman? Da metà del 2012, quando il programma monstre della Fed ha portato i rendimenti sovrani e dell’investment grade praticamente a zero, costringendo tutti a disperate e titaniche ricerche di rendimento per garantire profittabilità ai portafogli e quindi dividendi e bonus. E pensate che siano solo gli Usa a patire questa situazione? 

Vi sbagliate di grosso, perché come ci dimostra il primo grafico, il Global Leading Indicator di Goldman Sachs conferma che l’economia globale è rimasta in contrazione e in calo per il quarto mese di fila a marzo, con un dato dell’1,2% annualizzato. Sono infatti sei su dieci le componenti sottostanti il quadro macro globale a essere negative, tra cui il Global PMI, l’export coreano, la ratio vendite/inventari giapponesi, l’indice S&P GSCI per i metalli industriali e il Global New Orders Index, mentre tra i quattro favorevoli – ditemi voi se non c’è da ridere – risulta la volatilità del Baltic Dry Index, ai minimi storici! Non a caso, la “croce della morte” presentata dall’ultimo grafico diviene mese dopo mese sempre più inquietante per il suo livello di decoupling: ma si sa, di recessione e nuova crisi non bisogna parlare, altrimenti si viene subito catalogati come “gufi” dal manovratore che non deve essere disturbato. Allo stato attuale dell’arte, Kuroda. Draghi e la Yellen andrebbero processati per crimini economici contro l’umanità.

 

 



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