FINANZA/ Iran, la “finta pace” che serve agli affari degli Usa

- Mauro Bottarelli

Per MAURO BOTTARELLI, gli Stati Uniti hanno bisogno di far salire il prezzo del petrolio e per questo potrebbero destabilizzare il Medio Oriente, cominciando dall’Iran

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Barack Obama (Infophoto)

Che fare a fronte di una situazione come quella descritta nell’articolo di ieri? Guardate il primo grafico a fondo pagina: ci dimostra come la fiducia dei keynesiani nella loro “macchina per le bolle” sia criminalmente infinita, tanto da vedere – a fronte di dati di crescita per il primo trimestre di quest’anno che si sono letteralmente schiantati – un consenso per la crescita nel secondo trimestre al 3%, un “Keynesian premium” che se applicato al tasso GDPNow della Fed di Atlanta attuale, ovvero lo 0,0% per i primi tre mesi di quest’anno, implicitamente parla la lingua di una crescita trimestre-su-trimestre del 3% secco. Temo che il picnic pasquale sia stato eccessivamente annaffiato di birra! 

Ironia a parte, la situazione comincia a farsi davvero preoccupante e nonostante Barack Obama possa permettersi il lusso di operare anche in contrasto col Congresso in quest’ultima parte di mandato e senza l’assillo della rielezione, il rischio che la “Main street” statunitense perda davvero la pazienza di fronte a una situazione economica che è già precipitata in una nuova fase recessiva è davvero alto e cresce di giorno in giorno. 

Stando agli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics, in marzo negli Usa si registravano 98,4 milioni di lavoratori nel settore privato addetti alla “produzione e non alla supervisione”, ovvero non dirigenti, cioè l’82,5% del totale dei 119,3 milioni di lavoratori impiegati nel settore privato nello stesso mese. Il dato, ovviamente, porta con sé un’altra realtà, ovvero l’esistenza di un 17,5% di lavoratori con supervisione, ovvero “capi”. 

Bene, guardate questi il secondo e il terzo grafico: a fronte di una crescita salariale per tutti gli impiegati Usa del 2,1%, il tasso di aumento per i lavoratori senza supervisione è stato a livello annuale solo dell’1,56%, con un incremento medio orario a marzo passato da 20,50 a 20,86 dollari. Bene, se l’83% dei lavoratori privati Usa ha visto aumenti ridicoli, il 17% dei boss ha visto crescite a livello salariale record, toccando punte mai viste! Per quanto la “real America” potrà accettare squilibri tali, figli legittimi della politica della Fed? 

Di più, il governatore della California, Jerry Brown, giovedì scorso ha imposto restrizioni obbligatorie per l’utilizzo dell’acqua nello Stato, a causa della già pesantissima siccità. Sapete qual è l’unica categoria esentata? I produttori di petrolio e gas shale, i quali utilizzano ogni giorno 2 milioni di galloni di acqua: come vedete, oltre al Texas, qualcun altro comincia a pagare il prezzo del petrolio ai minimi. La realtà, quindi, come vedete e ben sapete, è diversa – notevolmente diversa – e gli Usa non possono più permettersi né il petrolio a questi livelli per ancora troppo tempo, né un dollaro forte sul mercato, né tantomeno un rialzo dei tassi prima dell’inverno inoltrato. E attenzione, perché qualcuno potrebbe farsi male – e tanto – anche prima dell’arrivo della grande correzione, poiché come ci mostrano il quarto e il quinto grafico, dopo l’accoppiata long sul dollaro/short sul Treasury, la speculazione ora sta puntando tutto su posizioni speculative ribassiste nette sull’euro e sull’oro, queste ultime cresciute per la settima settimana di fila al massimo da quando viene tracciato il dato, ovvero dal 2006. 

Insomma, pare che tutto il mondo si stia imbarcando sulla nave del dollaro forte: tutti, tranne la Fed, un qualcuno con cui però tocca fare i conti e che soprattutto gestisce le leve. Mentre per quanto riguarda l’oro, dopo che venerdì il dato deludente sui nuovi posti di lavoro non agricoli ha spinto Goldman Sachs a “consigliare” alla Fed di congelare la decisione di alzare i tassi, il metallo prezioso è salito dell’1,5% e sta flirtando con un livello di resistenza che non riesce a rompere da due mesi: se dovesse sfondare quota 1225 dollari l’oncia, entrerebbe in azione un short squeeze storico per proporzioni, proprio perché le posizioni ribassiste sull’oro sono oggi ai massimi di sempre. 

Che fare, quindi? Semplice, applicare il più grande moltiplicatore del Pil esistente: la guerra. Guardate il grafico a fondo pagina: ci mostra la reazione del mercato saudita alla proposta russa di un embargo sulle armi che riguardasse tutte le parti in causa nel conflitto in Yemen, proposta ovviamente respinta da Riyad. Dai massimi di metà marzo, siamo già a -13% e a -3% dai minimi di gennaio quando l’instabilità interna sembrava minare il Regno. In compenso, il conflitto in Yemen prosegue e nel silenzio internazionale e nella battaglia per la conquista della città strategica di Aden, dove i guerriglieri filo-iraniani Houthis stanno guadagnando terreno, i morti sono già a quota 200 e feriti a 1200, in gran parte civili. 

La Croce rossa internazionale ha chiesto una tregua, poiché nell’area attorno alla zona scarseggiano acqua e cibo e servono interventi sanitari urgenti, ma il rappresentante saudita all’Onu, Abdallah Al- Mouallimi, ha respinto ogni richiesta, ribadendo che «non ha senso punire tutti per il comportamenti di una sola parte in causa che è l’aggressore» e sperando che «la Russia non utilizzi nuovamente il suo potere di veto in caso la clausola sull’embargo inclusivo non sia contemplata nel documento che sta preparando il Gulf Cooperation Council», il quale richiede il disarmo unicamente per i ribelli Houthis. Nel frattempo, però sabato mattina pesanti bombardamenti aerei hanno colpito le postazioni dei guerriglieri sciiti ad Aden e Saada, nel nord del Paese, incapaci però di fermare l’avanzata delle forze Houthis che combattono strada per strada nelle città, tanto che Riyad ha definito la difesa di Aden «il nostro principale obiettivo» e l’ambasciatore saudita negli Usa, Adel al-Jubeir, ha ribadito che «l’opzione di inviare truppe sul terreno rimane sul tavolo». 

Il problema è che, almeno stando ai media russi, alcune truppe di terra sarebbero già operanti ad Aden e nella fattispecie stranieri, ovvero cinesi: giovedì infatti, RT ha rilanciato la notizia in base alla quale «dozzine di truppe straniere sbarcate al porto di Aden sarebbero state identificate come soldati cinesi inviati per mantenere la sicurezza dopo che una parte non identificata ha aperto il fuoco su un vascello utilizzato per l’evacuazione di cittadini stranieri, stando a un funzionario yemenita interpellato da Sputnik». Inoltre, i soldati avrebbero poi lasciato il porto, non portando però con loro persone che andavano evacuate, tra cui alcuni cittadini cinesi. 

Insomma, lo Yemen rischia di diventare lo scacchiere per molti attori internazionali interessati non tanto alla questione dei ribelli Houthis, quanto al potenziale geopolitico di destabilizzazione che la questione yemenita offre, ponendo uno contro l’altro Arabia Saudita, il driver del crollo del prezzo del petrolio, e il suo antagonista storico, quell’Iran che supporta guerriglieri e terroristi in mezzo Medio Oriente e che da pochi giorni ha raggiunto un accordo sul proprio programma nucleare con l’Ue nel meeting di Losanna, benedetto da Barack Obama e duramente criticato da Israele. 

Ed ecco il nodo potenziale, ovvero il fatto che quell’accordo potrebbe rappresentare unicamente un pretesto per Tel Aviv per intervenire più o meno direttamente – sia con operazioni ufficiali che con “false flags” – nello scenario, garantendo a se stessa un’assicurazione contro la minaccia di Teheran e agli Usa un mai come oggi comodo elemento di caos in un’area che è lo snodo globale del mercato petrolifero. Nel silenzio generale, infatti, ci sono dati che devono far riflettere. Nonostante il fermento geopolitico in Medio Oriente, infatti, il mercato azionario israeliano è un outperformer davvero di livello, visto che i due principali indici – il Tel Aviv 100 e il Tel Aviv 25 – continuano a crescere a doppia cifra, mentre molte piazze della regione continuano a calare e mostrano segni di ulteriore indebolimento negli ultimi giorni. A far muovere ancora di più gli indici israeliani, la recente vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu alle elezioni politiche del mese scorso, dopo un 2014 deludente per la crisi in Europa, da cui Israele dipende per l’export e il prolungato conflitto a Gaza. 

 

Per Brian Friedman, presidente dell’Israel Investment Advisors, il quale controlla un fondo privato che investe nel Paese, «con l’Europa che sembra stabilizzarsi e altri mercati export che continuano a crescere, Israele ha cominciato a toccare il fondo e ora a risalire, cambiando completamente traiettoria economica». La scorsa settimana il Tel Aviv 25 è salito del 3%, dopo il +6,9% del mese di marzo, il +12,1% da inizio anno e il +16,1% degli ultimi 12 mesi, stando a dati di FactSet. Addirittura, alcuni analisti vedono le proprie stime di aumento del Pil del Paese al livello attuale del 3,5%: «Occorre sempre ricordare che, nonostante sia in Medio Oriente, Israele somiglia più a un’economia sviluppata occidentale, dove esiste la rule of law, fattispecie inesistente in qualsiasi altro Paese della regione», conclude Friedman. 

Inoltre, il mercato azionario israeliano ha dato vita a una politica aggressiva di offerta di equities, tanto che al recente Israel Investment Seminar tenutosi a New York, il numero uno della Borsa di Tel Aviv, Yossi Beinart, ha reso noti piani per attrarre ulteriori investitori, tra cui la possibilità di permettere alle aziende israeliane di adottare le procedure Gaap. E poi la Borsa israeliana, in collaborazione con la BlueStar Indexes, ha annunciato il lancio del Tase-BlueStar Israel Global Technology Index, che traccerà le 57 maggiori aziende tecnologiche e che servirà come benchmark per i fondi legati agli indici: «Israele è un leader dominante nell’high-tech. Stiamo promuovendo attivamente questa industria e incoraggiando gli investitori internazionali a credere maggiormente e finanziare ad ampio spettro e con fiducia le aziende israeliane», ha concluso Beinart. 

E mentre il mercato in Israele cresce, altrove cala: l’indice Egx egiziano è calato del 6% lo scorso mese, quello di Dubai del 4,6% e l’All Share del Bahrain del 2,9%: inoltre, l’Etf Spdr S&P Emerging Middle East & Africa è salito del 3% quest’anno, contro il solo 0,17% dell’S&P’s 500 newyorchese. Per Friedman, «la crescita macroeconomica sta cominciando ad accelerare. Abbiamo vissuto una breve recessione dopo il conflitto a Gaza della scorsa estate, un qualcosa che ha colpito soprattutto la spesa per consumi. Da allora, Israele ha fatto molto a livello di riforme economiche e questo ci consente adesso di viaggiare con il vento in poppa». 

Insomma, Israele vola, mentre altri mercati dell’area, dopo essere stati debitamente sfruttati, ora cominciano a calare, anche per le tensioni geopolitiche crescenti: l’indice egiziano, ad esempio, negli ultimi tre anni è cresciuto del 41,6%, contro il solo 24,6% di Israele nel medesimo periodo. Ora però i fondi stranieri scappano dal Cairo e le tensioni potrebbero vedere Tel Aviv sempre più centro finanziario dell’area, potendo contare oltretutto su una special relationship con l’alleato americano, non tanto a livello ufficiale quanto con i ben più importanti corpi intermedi dell’Amministrazione e con le forze armate. 

E le necessità economiche e geopolitiche Usa, oggi, sono sempre più simili e legate a quelle del Paese della stella di David: Israele deve depotenziare la minaccia iraniana, soprattutto ora che l’Ue sembra aver offerto un ramoscello d’ulivo a Teheran, mentre gli Usa hanno bisogno di instabilità su larga scala tra Iran e Arabia Saudita, al fine di innescare un potente shock al rialzo del prezzo del petrolio, utilizzando lo Yemen come campo di battaglia. La presenza cinese nell’area, poi (se le notizie russe in tal senso verranno confermate), potrebbe darci una conferma indiretta dell’altissimo livello di potenziale geostrategico che risiede nell’ultimo conflitto divampato in Medio Oriente: anche in questo caso, come per l’Isis, dimenticatevi fanatismi e dispute confessionali, siamo al redde rationem per un nuovo ordine internazionale, il quale utilizza la finanza per muovere le pedine in Occidente e l’Africa come campo di battaglia operativo, basti vedere l’ultima strage perpetrata in Kenya in un college dove si forma la futura classe dirigente del Continente (ieri, bontà loro, le forze dell’aeronautica militare keniota si sono decise a bombardare gli avamposti di Al Shabaab), in assoluta e stranissima contemporanea con un assalto da parte di cellule legate ad Al Qaeda a un penitenziario yemenita, da cui sono stati fatti fuggire circa 200 militanti dell’organizzazione che fu di Osama Bin Laden. 

Perché dico questo? Torniamo indietro di qualche tempo, esattamente due settimane prima della data fatidica dell’accordo sul nucleare iraniano, siglata il 2 aprile rispetto alla precedente deadline del 31 marzo. In quel periodo, gli Stati Uniti dispiegarono una consistente presenza navale nel Golfo Persico come parte dell’esercitazione denominata “Eagle Resolve”, di fatto proprio di fronte alle coste iraniane. L’operazione consisteva in esercitazioni tattiche per i Marines e altri corpi operativi «con una parte dell’esercitazione simulata e basata su avversari fals». E tanto per far capire bene a Teheran quale fosse la finalità del wargame, un ufficiale del Centcom si affrettò a sottolineare come «l’esercitazione non va intesa come un segnale all’Iran»: sarà, ma pochi giorni dopo, il non-segnale fu così chiaro che Teheran accettò un accordo preventivo con John Kerry, svelatosi poi niente più che un accordo sul nucleare. 

Ora, mentre il mondo intero festeggia la “pace” con il grande diavolo del Medio Oriente, tutti paiono dimenticarsi di due variabili. La prima è che l’accordo deve ancora essere finalizzato e la sua scadenza operativa è fissata per il 30 di giugno. La seconda è che gli Usa hanno uno strano modo di reagire a un accordo di pace, visto che stanno alzando e non di poco la scommessa nell’aerea, tanto che il Pentagono ha elaborato in contemporanea un aggiornamento della bomba anti-bunker più potente del suo arsenale, un’arma che nelle parole dei militari sarebbe «in grado di distruggere gli impianti nucleari iraniani anche meglio fortificati in caso la Casa Bianca decidesse di intraprendere un’azione militare». Parole riportare dal Wall Street Journal, non da me. 

Ed eccola la bomba in questione, denominata Mop o Massive Ordnance Penetrator, come ci mostra il disegno a fondo pagina, evoluzione dell’ordigno da oltre 13.500 chilogrammi che nel 2012 fu giudicato insufficiente dalla forze armate Usa per un eventuale intervento risolutore in Iran. Perché questa scelta, se alla fine con l’Iran si tratta e si firmano accordi? A rispondere è sempre un ufficiale statunitense, interpellato sotto anonimato dal Wall Street Journal: «Se dici che tutte le opzioni sono sul tavolo, allora devi avere qualcosa di credibile sul tavolo». Nella fattispecie non un accordo, ma una bomba. 

Ma c’è di più. Nonostante la vulgata generale sia quella di un raffreddamento dei rapporti tra Usa e Israele, la verità di solito si palesa sempre dietro le quinte. I funzionari del Pentagono, infatti, pur avendo negato l’intenzione di fornire la cluster bomb a Tel Aviv, hanno inviato un segnale chiaro attraverso un video in cui veniva utilizzato il nuovo ordigno per un test (prima su un obiettivo esterno, poi in un bunker localizzato con una grande X), immagini che mostravano chiaramente come i tecnici militari Usa abbiano condiviso i dettagli tecnici della bomba con le loro controparti israeliane. Insomma, in parole povere, gli Stati Uniti stanno solo aspettando che Tel Aviv presenti l’offerta giusta: ovvero? Fare in modo che da qui a tre mesi l’accordo con l’Iran salti, garantendo a Israele la possibilità di chiudere i conti una volta e per sempre con Teheran e offrendo agli Usa ciò che più vogliono, un nuovo ordine in Medio Oriente e il rimbalzo alle stelle del prezzo del petrolio. 

Alla Boeing, produttrice della GBU-57 MOP, attendono speranzosi che il sangue scorra presto a irrorare i propri bilanci: nel frattempo, come ci mostra la schermata a fondo pagina, la sua attività di “supporto” e lobbying alla politica Usa, democratica come repubblicana, non bada a spese. 

Siete schifati? E perché mai? Il mondo funziona così, è soltanto l’Ue che pensa che le dispute internazionali si basino davvero su ideali e contrapposizioni etnico-religiose: gli altri, un filino più furbi, sanno che è solo business e controllo del potere e si comportano di conseguenza, siano occidentali o mediorientali. E a parte la disputa politica esplosa immediatamente negli Usa, dove Barack Obama deve affrontare da subito la resistenza non solo repubblicana ma anche di parte dei Democratici al Congresso proprio sull’accordo nucleare iraniano, c’è un’altra questione che mi fa propendere per l’ipotesi che l’accordo con Teheran non sia in realtà altro che un regalo a Israele per chiudere una volta e per sempre i conti con il regime degli ayatollah: le scommesse delle cosiddette “big guns” su un rialzo a breve e consistente dei prezzi del petrolio, nonostante tutte le dinamiche macro smentiscano questa ipotesi.

 

 

Sorprendentemente, infatti, in questi giorni, il flusso di denaro che sta riversandosi negli oil funds non conosce sosta, soprattutto per quanto riguarda i tre principali fondi, Uso, Oil e Uco. Quest’ultimo, poi, è unico nel suo genere visto che si tratta di un Etf che utilizza la leva, soprattutto sotto forma di derivati, a un livello tale da corrispondere al doppio (200%) della performance quotidiana del benchmark sottostante, ovvero il Bloomberg Wti Crude Oil Sub-Index. E proprio grazie a questo uso spregiudicato del leverage, che si basa su un’esposizione 2X della performance quotidiana e non della performance totale dell’indice di riferimento, gli speculatori utilizzano Uco come un investimento a rischio nel breve ma potenzialmente miliardario in caso di rimbalzo del prezzo, visto che dal giugno 2014 – proprio a causa del crollo – il total return del fondo è stato un disastroso -81,29%. 

Ma chi sta investendo in Uco, almeno stando ai dati del quarto trimestre del 2014, nonostante il timore per il continuo aumento delle scorte Usa e la decisione dell’Opec di non tagliare la produzione (decisione interamente presa dal numero uno del cartello, ovvero proprio l’Arabia Saudita)? Goldman Sachs, Deutsche Bank, Lpl Financial, Morgan Stanley, Barclays, Trellus Management e altri grossi hedge funds, ovvero non proprio clientele retail che cercano un investimento sicuro per far fruttare i risparmi di una vita di lavoro. E stiamo parlando non di investimenti minimi ma di centinaia di migliaia di dollari, nel caso di Goldman addirittura milioni. La quale, proprio pochi giorni fa, ha calcolato come il prezzo attuale del petrolio non sia sostenibile, visto che con il barile sotto i 60 dollari, l’industria petrolifera globale potrebbe affrontare una perdita da oltre 1 triliardo di dollari entro la prossima decade. E cosa muove le scommesse azzardate dei contrarians per un rialzo dei prezzi già quest’anno? Proprio i conflitti in Medio Oriente, destinati a giocare un ruolo fondamentale nel rialzo delle quotazioni attraverso una riduzione dei canali di offerta del greggio. 

Vi sembra uno scenario troppo estremo, quasi fantapolitico? Datemi retta, l’America – il “Deep State” che si muove nei gangli del potere e li indirizza attraverso finanza, lobbies e forze armate – è in profonda agitazione, sommovimenti sono in corso e una svolta nei rapporti internazionali è ormai non più prorogabile, serve un nuovo ordine duraturo. Ce lo ha confermato ieri l’ex segretario al Tesoro, Larry Summers, il quale in un articolo durissimo contro la politica estera americana titolato “Time US leadership woke up to new economic era”, ha definito lo scorso marzo, «il mese che potrebbe essere ricordato come quello in cui gli Usa hanno perso il ruolo di sottoscrittore del sistema economico globale… Con i patti statunitensi non onorati e le politiche americane che bloccano il tipo di finanza che le altre nazioni vogliono offrire o ricevere attraverso le istituzioni esistenti, la Cina ha avuto via libera nel creare l’Asian Infrastructure Investment Bank». 

Già, la Cina, il grande incubo statunitense del nuovo millennio. La stessa Cina che manda truppe in Yemen come fosse il giardino di casa. Qualcosa, di grosso, è in lavorazione. E poi, pensateci bene, se l’accordo sul nucleare iraniano fosse stato davvero una cosa seria e non un pretesto mascherato per gli interessi Usa, a vostro modo di vedere avrebbero garantito un ruolo da protagonista a Federica Mogherini? 

State attenti a ciò che vi raccontano. E, soprattutto, a ciò che non vi raccontano. 

 

(2- fine)

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