CRISI GRECIA/ Il “gioco del coniglio” che può danneggiare l’Italia

- Giuseppe Pennisi

Oggi giornata importante per l’Eurogruppo, chiamato a discutere ancora della crisi greca. Ma con la vittoria di Cameron, spiega GIUSEPPE PENNISI, qualcosa è cambiato

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David Cameron (Infophoto)

Ancora una volta, come duecento anni fa, i greci hanno trovato un amico britannico per tirare via le loro castagne dal fuoco. Allora fu un vero corpo di spedizione di (litigiosi) britannici, tra cui il poeta (e non solo) George Gordon Byron che ci rimise la pelle. Corsero in supporto della guerra d’indipendenza greca (o di liberazione dall’Impero Ottomano di cui avevano fatto parte per alcuni secoli) nella speranza, o illusione, di riportare la penisola ai fasti intellettuali (non certo economici) dell’età di Pericle. Oggi, l’amico britannico è David Cameron, in gran misura, inconsapevole del supporto che sta dando ad Alexis Tsipras, Yanis Varoufakis e compagnia cantando, con la sua, in gran parte inattesa, elezione a Primo Ministro del Regno Unito.

La vittoria Tory è sulla base di un programma che contempla un referendum dei cittadini della Gran Bretagna sulla loro permanenza o meno nell’Unione europea o, quanto meno, sulla rinegoziazione dei trattati che li legano al resto dell’Ue. Nulla di più distante tra il compassato Cameron, da un lato, e Tsipras, Varoufakis e i loro sodali, dall’altro. Il primo è nato e cresciuto nella City da ricca famiglia imparentata con la Corona, ha studiato a Eton e Oxford, a poco più di vent’anni dirigeva il servizio studi Tory, a 25 era a Downing Street come assistente dell’allora Premier John Major. Successivamente a capo del movimento giovanile del Partito Conservatore, “rottamò” la “vecchia guardia” del Partito per non lasciare a Tony Blair il monopolio della modernizzazione. Molto differente la formazione di Tsipras e Varoufakis; in un gran misura nelle taverne della Plaka a bere ouzo e mazbout (caffè turco con, relativamente, poco zucchero), a discettare sulle contraddizioni del capitalismo. Non hanno mai gestito neanche ciò che a Roma si chiama una pizzicheria, anche se il secondo, stanco di tanto concionare, ha lasciato la Patria per andare a studiare nelle Università di Exeter ed East Anglia ed è approdato a insegnare Econometria alla Lyndon B. Johnson University of Texas ad Austin, una delle roccaforti accademiche dei conservatori americani (strani giochi del destino!) da dove provengono numerosi collaboratori del settimanale degli Stati Uniti The National Review, definito dagli intellettuali italiani renziani (pochi e dubbiosi) come la fucina della reazione.

Quali i benefici della vittoria di Cameron per il Governo greco attualmente in carica? Lo si avverte da qualche giorno, ma se ne avrà la dimostrazione alla riunione dell’Eurogruppo di oggi, 11 maggio. L’atteggiamento dei “Big” dell’Ue nei confronti della Grecia e dei suoi debiti è cambiato più rapidamente di quanto si potesse immaginare.

Facciamo un passo indietro. Su queste pagine abbiamo ricordato come la saga del negoziato sul debito greco, da quando il Governo di Atene è guidato da Tsipras, si deve leggere con gli stilemi della teoria dei giochi multipli a più livelli. A cavallo tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, la Grecia, da un lato, e i suoi creditori “sovrani” (tra cui l’Italia), dall’altro, sono alle prese con il “gioco del coniglio”. Per illustrarlo, senza ricorrere a equazioni, si ricordi il film del 1955 Gioventù bruciata che lanciò l’intensa ma breve carriera di James Dean (un lavoro che torna spesso in televisione e che si può vedere in DVD).

Due diciassettenni, Jim (Dean) e Buzz fanno una gara per acquisire contemporaneamente “reputazione” e “popolarità” – oggetti del gioco multiplo a più livelli – di fronte al loro mondo di riferimento: una corsa automobilistica (su auto rubate) verso un dirupo. Se uno dei due sterza all’avvicinarsi del burrone, mentre l’altro avanza e riesce a saltare fuori dall’auto proprio prima che la vettura crolli nel baratro, il primo fa la figura del coniglio mentre l’altro vince “reputazione” e “popolarità”. Se entrambi corrono senza gettarsi fuori dall’auto prima del burrone, moriranno ambedue e “reputazione” e “popolarità” non serviranno a nulla, quanto meno a loro. Nel “gioco” nessuno dei due giocatori ha una strategia dominante e vi sono due equilibri potenziali (“sterza”-”continua dritto” o “continua dritto-sterza”). A ciascuno dei due giocatori conviene adottare una strategia opposta a quello dell’altro. Se uno dei due dichiara di “non sterzare” ed è credibile, l’altro verrà costretto a sterzare per primo per evitare sia il burrone, sia un probabile scontro.

Sia Tsipras che Varoufakis hanno affermato a gran voce di seguire la strategia “continua dritto-non sterzare” nella convinzione (giusta o errata che fosse) del timore delle loro controparti che ove la Grecia fosse precipitata nel burrone ne sarebbero seguiti altri Stati Ue, con conseguente spappolamento dell’Unione. Le loro controparti parevano convinte che Tsipras e Varoufakis sarebbero andati a capofitto senza troppi danni per il resto dell’Ue.

La vittoria di Cameron, e le prospettive di un referendum britannico sull’Ue, hanno cambiato i termini del “gioco del coniglio”. Ora, per non finire nel baratro, il resto dell’Ue potrebbe dover cambiare almeno parte delle proprie regole. Anche perché la Gran Bretagna ha tessuto una rete di alleanze con numerosi Stati neo-comunitari. Quindi, fa paura la prospettiva che la Grecia finisca del burrone; se il referendum britannico lancia un forte messaggio anti-Bruxelles, altri si accoderebbero e l’Ue o cambierebbe molti aspetti dei suoi connotati (e di quelli dell’eurozona) o si sfarinerebbe.

Quindi, oggi tutti pronti a dare una mano a Tsipras e Varoufakis, Come? Facendo proprio quando suggerito daIlSussidiario.net alcuni mesi fa: effettuare puntualmente i pagamenti dovuti (da Atene) al Fondo monetario (al mondo qualche certezza deve pur restare) e allungando le scadenze nei confronti degli altri. Per via Venti Settembre ciò vuol dire un lungo good-bye a quanto Atene deve al Tesoro italiano, un fardello molto più pesante di quello derivante dalla sentenza della Corte Costituzionale. Ma sarebbe “politicamente scorretto” parlarne. Quindi, come diceva Maurice Chevalier nel capolavoro di René Clair del 1947, le silence est d’or.

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