DALLA GRECIA/ Referendum e dipendenti statali: la nuova sfida di Tsipras all’Ue

- Sergio Coggiola

Nel giorno dell’Eurogruppo, in cui si è tornati a parlare di referendum in Grecia, ad Atene, racconta SERGIO COGGIOLA, sono stati riassunti dei dipendenti pubblici

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Alexis Tsipras (Infophoto)

“A causa del licenziamento delle donne delle pulizie del ministero delle Finanze, le toilette per il pubblico resteranno chiuse”. Si leggeva su un cartello, incollato alla porta di color rosso, in un ufficio delle imposte. Erano una cinquantina ed erano state licenziate per ragioni di risparmio. Da quel giorno si sono arroccate sotto i portici, accanto al ministero, per protesta. Sul loro reintegro si era speso il ministro Varoufakis, nel discorso del suo insediamento, affermando che parte dei fondi destinati ai consulenti sarebbe stata usata per questo scopo. Ieri, tra dichiarazioni a uso propaganda e lacrime, le donne hanno festeggiato la loro vittoria. Negli ultimi due anni erano diventate per la sinistra la metafora del disastro imposto dal Memorandum. Dunque tra le tante notizie che si rincorrono, una almeno è positiva. Qualcuno ha ritrovato il lavoro, ovviamente nel settore pubblico. Sembra che i disoccupati del settore privato, che sono la maggioranza, non interessino al governo. Per questo milione e mezzo di persone c’è sempre tempo e si deve aspettare che qualche “capitalista” venga a investire.

Un’occasione troppo ghiotta per ministri che si sono spesi in dichiarazioni trionfali. La vice ministro (con le lacrime agli occhi) Nadia Valavani: “Ciò che succede oggi deve essere l’inizio di un qualcosa che succederà domani in tutto il Paese. Così con la dignità possiamo percorrere una strada che apre un’altra pagina”. Cosa succederà? Che qualche migliaia di impiegati pubblici verranno reintegrati, a dispetto delle aspettative delle “Istituzioni” europee. Il ministro Varoufakis ne ha approfittato per inviare un messaggio ai colleghi europei: “Le nostre riforme non hanno alcun rapporto con quelle che, per decenni, hanno tenuto il Paese nel sottosviluppo e nelle ingiustizie”. A mente fredda le parole “sottosviluppo e ingiustizie” dovrebbero tradursi in “classe politica corrotta”, mentre “incapacità di riforme sociali” sembra essere funzionale al fatto che è più gratificante indicare il “nemico alle porte di casa” piuttosto che mettere ordine nella casa stessa.

Com’era ovvio, Varoufakis si è dichiarato “ottimista” sul risultato della riunione dell’Eurogruppo. E all’unisono tutti i ministri sono fiduciosi nel progresso delle trattative. Tranne alcuni, con a capo il ministro Panagiotis Lafazanis, secondo cui il governo non deve firmare alcun accordo, che superi la “linea rossa”. Il Paese ha soluzione alternative per sopravvivere e per svilupparsi, ha aggiunto, e la resa ai creditori sarebbe la pietra tombale della sinistra. Beh, almeno lui è onesto perché è più preoccupato del futuro della sua sinistra di quanto non lo sia per il Paese che governa. I suoi colleghi sono più ambigui. Resta da chiarire quanti sono i suoi proseliti. Uno è sicuro: un parlamentare, passato dal Pasok, a Sinistra Democratica (forza politica sparita) poi a Syriza ha fondato una nuova corrente dentro il partito e l’ha chiamata “Supporto popolare per una posizione anti-Memorandum”.

Indubbiamente, quello di ieri è stato un gesto simbolico di sfida verso i creditori. Proprio nel giorno in cui si riunisce l’Eurogruppo, da cui Atene si aspetta un “segnale” politico positivo che permetta alla Bce di aprire i cordoni della borsa, perché le casse sono decisamente vuote. Atene dovrà versare 747 milioni al Fmi. Era circolata la voce secondo cui senza un “cenno” positivo dell’Eurogruppo, Atene non avrebbe versato la rata. Voce successivamente smentita. Poi si dovranno pagare stipendi e pensioni (circa 2 miliardi). Di strategia futura in base al risultato di oggi, ma soprattutto di altro (referendum), si è discusso domenica durante il Consiglio dei ministri, durato ben sette ore e mezza. Subito dopo, la riunione della segreteria Syriza, da cui sono emerse posizioni differenti. Nel Consiglio dei ministri invece si è deciso di inviare un messaggio a Bruxelles piuttosto perentorio e ricattatorio: noi abbiamo fatto numerose concessioni, non possiamo oltrepassare la “linea rossa”, adesso chiediamo una “soluzione politica” delle trattative. 

Tsipras non può spingersi oltre. Troppe le voci dissonanti all’interno del suo governo. La sinistra di accordo non ne vuole sentire parlare, anzi molti ministri spingono apertamente verso il referendum (o elezioni), altri invece sono contrari, tra cui anche l’alleato neo-nazionalista, il ministro della Difesa, Panos Kammenos. D’altra parte, venerdì scorso, in Parlamento, Alexis Tsipras era stato chiaro sulla strategia del governo. “È chiaro a tutti che il governo fa ciò che serve per arrivare a un accordo onesto e condiviso con i partner”, dunque è una “questione politica”. “Qualcuno ci accusa di aver sorpassato la linea rossa del mandato popolare. Tuttavia, vorrei ricordare che fu una decisione politica quella di accettare la Grecia nella Cee, nonostante le riserve della Commissione europea, così pure quella di introdurre la moneta unica, nonostante i parametri non fossero adeguati. Sono sicuro che tutti riconoscono la necessità di una volontà politica per proteggere la democrazia come valore supremo della nostra casa comune europea”. “L’Europa -ha sottolineato Tsipras – non può accettare meno democrazia, cioè l’ assassinio della Democrazia nel luogo in cui essa è nata”.

Il ricorso al referendum (o elezioni) dipenderà da che cosa deciderà sulla Grecia l’Eurogruppo, e influenzerà le decisioni all’interno del partito di opposizione. Esplicito è stato Wolfgang Schäuble: “Se è un bene che facciano il referendum. Forse è una buona cosa che il popolo greco accetti ciò che deve essere fatto”.  Ai ministri delle Finanze, il governo Tsipras chiede una “dichiarazione scritta sul progresso delle trattative”. Cioè una dichiarazione politica sulla fiducia e sulla buona volontà di Atene a proseguire sulla strada delle riforme. 

Ancora oggi comunque le posizioni sono distanti su pensioni, lavoro, Iva e percentuale dell’attivo di bilancio (1,2%-1,5% come chiede Atene, 2% come chiede Bruxelles). Su questa percentuale lo scontro è pesante perché dipende lo “spessore” delle misure economiche da prendere nel secondo trimestre di quest’anno: tra i 2 e i 6-7 miliardi. Misure che Tsipras e il suo governo non hanno il coraggio di attuare, e hanno lasciato sempre maggior spazio di ingerenza ai creditori. È un braccio di ferro che sta pagando l’economia ellenica, ancora in attesa di un “cenno”.

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