SPY FINANZA/ Dal Giappone alla Grecia, i “trucchi” che tengono in bolla i mercati

- Mauro Bottarelli

Le scelte delle Banche centrali, spiega MAURO BOTTARELLI nella sua analisi, stanno portando a situazioni particolari e anche paradossali sui mercati a diverse latitudini

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Guardate il primo grafico a fondo pagina: il Giappone, nella fattispecie la Bank of Japan, giovedì ha salvato un’altra volta i mercati mondiali dal caos? Già, perché improvvisamente, senza alcun evento catalizzatore che lo giustificasse, qualcuno sul mercato ha deciso di vendere yen, comprare euro e dollari e contemporaneamente acquistare con il badile equities Usa e debito periferico europeo, evitando quella che eufemisticamente potremmo chiamare una brutta giornata per queste asset classes e per gli indici. 

Se così fosse, non ci sarebbe da stupirsi. È già accaduto, la Bank of Japan è intervenuta 143 volte in meno di un anno comprando Etf quando il Nikkei partiva in rosso, quindi il fatto che ora stia operando offshore appare la logica conseguenza del Qe infinito e di questo mercato manipolato e contagiato come non mai. È tutto un do ut des, la prossima volta che il Nikkei avrà bisogno di una spinta in più, la Fed o magari Citadel (il fondo più esposto alla leva al mondo che però ha assunto come advisor Ben Bernanke) compreranno futures sull’indice nipponico, il quale mercoledì è letteralmente crollato di oltre il 2,5%, il peggior calo da tre mesi a questa parte dopo una serie di dati macro da paura di cui abbiamo parlato giovedì. 

Come i proverbiali ubriachi che camminano abbracciati per bilanciarsi e non andare per terra, le Banche centrali salvano a turno i mercati da ciò che ormai è nei fatti: una correzione. Guardate il secondo grafico, ci mostra quello che dovrebbe essere un dato macro statunitense finalmente positivo. Le richieste di disoccupazione iniziale, infatti, nelle ultime due settimane erano rimaste deludenti, ma sotto la soglia psicologica di 300mila unità, mentre l’ultima lettura ha parlato del livello più basso da quindici anni a questa parte, 262mila unità contro le 290mila attese dagli analisti. 

Bene, si festeggia? Non tanto, almeno per chi analizza trend e pattern macro. Le richieste iniziali di disoccupazione, infatti, hanno conosciuto un livello minore una volta sola, la settimana del 14 aprile 2000, quella che si disvelò poi essere il top della bolla dot.com. E guardate ora il terzo grafico, visto che parliamo di mercati. Ci mostra la performance di Apple in Borsa dopo la presentazione dei conti trimestrali da record, un calo di circa il 5%. Perché mai, avendo portato a casa risultati stratosferici di vendite, soprattutto grazie all’iPhone in Cina? Guardate il quarto grafico e lo capirete subito, ci mostra la quantità di liquidità offshore dell’azienda fondata da Steve Jobs, qualcosa come 171 miliardi di dollari. E qual è la criticità legata a questo, al di là dell’aspetto morale verso i contribuenti Usa? Che ora la Commissione europea potrebbe costringere l’Irlanda a richiedere all’azienda Usa il corrispettivo di circa una decade di vantaggi fiscali ottenuti attraverso un accordo che in base alle regole anti-trust Ue si configura come “vantaggio selettivo”. 

Sicuramente si troverà un accordo, magari una multa limitata o dilazionata tipo spalma-debiti del calcio, ma resta un fatto, anzi due. Primo, Apple ha già avvisato a livello ufficiale i suoi investitori che potrebbe subire delle «materiali penalizzazioni finanziarie» dall’indagine fiscale in Irlanda, un qualcosa che – in base ai parametri Usa – comporterebbe di dover pagare il 5% degli introiti pre-tasse dell’azienda degli ultimi tre anni, stando a calcoli delFinancial Times qualcosa di superiore a 2,5 miliardi di dollari. Ma c’è di più, perché se Bruxelles riuscirà a provare che gli accordi fiscali siglati nel 1991 e 2007 erano illegittimi, potrebbe richiedere il pagamento di 10 anni di vantaggi fiscali goduti da Apple. 

Secondo, essendo il capitale offshore molto superiore a quello onshore per Apple, come dimostra il grafico, che impatto pensate che potrebbe avere una sentenza sfavorevole sul titolo e sulla solidità finanziaria dell’azienda? Bene, vi ricordate il grafico di due settimane fa che mostrava quanto a livello di multipli utile per azione pesi Apple sul Nasdaq al massimo record dal 2000? Ecco, penso abbiate capito. E c’è dell’altro, sempre in tema di mercati impazziti e valutazioni allegre e si tratta proprio di una concorrente diretta di Apple, la cinese Huawei. 

Insomma, non parliamo di una startup con un prodotto super-innovtivo che promette in futuro crescite esponenziali di utili, ma di una solida realtà con un piano industriale di crescita globale che quando va bene gira intorno al 15% sia per utili che per fatturato, ma che deve fare i conti con il mercato, che a volte può risultare sfavorevole. Bene, sapete a che livello è quotata Huawei alla Borsa cinese? A un multiplo di 155,7x sugli utili! Penso di non dover aggiungere altro, se non ricordarvi per l’ennesima volta di stare alla larga da quella bolla senza fine che è il mercato cinese. 

Sovviene poi una domanda, legittima di questi tempi: e se la Fed dovesse alzare davvero i tassi di interesse, magari a settembre, la Borsa potrebbe reggere l’impatto nella sua situazione attuale? No, ce lo dice Goldman Sachs nel suo ultimo studio e attraverso il grafico che trovate a fondo pagina, il quale ci dice chiaramente che a un livello di multipli di utili per azione a 17,5x, il mercato equity appare oggi più costoso di quanto non sia mai stato durante ognuno dei quattro precedenti cicli di innalzamento dei tassi. 

Di più, per la banca d’affari il livello è tale che «appare davvero una sfida quella di razionalizzare l’attuale dinamica dei multipli di utile per azione». E come vi dicevo non molto tempo fa, la situazione del mercato azionario europeo è peggiore di quello Usa a livello di ratio P/E. Ma in Europa di queste cose non ci preoccupiamo, tanto che la scorsa settimana una delle piazze più brillanti è stata quella di Atene, nel pieno del caos per le negoziazioni farsa con Bce e Ue. E sapete perché? Perché nonostante l’apparente durezza dello scontro, Draghi ha alzato ancora il tetto dei finanziamenti d’emergenza Ela per le banche elleniche di 1,5 miliardi di euro e questo per una ragione molto chiara: proprio stando a dati Bce, in marzo gli istituti di credito greci hanno visto sparire dai conti altri 2,5 miliardi di euro, portando il totale della fuga di capitali a 27 miliardi dallo scorso dicembre e il livello dei depositi al minimo dal 2005! 

 

Insomma, i greci – giustamente, dal loro punto di vista – portano via tutto dai conti prima di ritrovarsi dracme o carte di caramella e noi europei risaniamo i bilanci delle banche, tamponando gli outflows! Il problema è che proprio questo meccanismo psicologico sta alimentando i prelevamenti di massa, visto che più soldi dell’Ela alle banche significa più fughe di capitali. Tra dicembre e marzo, le banche greche hanno perso appunto 27 miliardi di deposito, un calo del 16%: scorporando il dato, durante questo periodo il calo dei depositi corporate è stato del 29%, quelli retail del 13% e altri del 14%. E cosa scopriamo? Che proprio i continui aumenti del limite Ela per le banche, saliti in totale ad aprile di 5,6 miliardi, implicano che gli outflows sono ri-accelerati nelle ultime settimane. Senza accesso al mercato, infatti, la Bce è l’unico canale di finanziamento per gli istituti ellenici, tanto che l’utilizzo di fondi dell’Eurotower è aumentato di oltre il 60% negli ultimi quattro mesi. 

Il sistema bancario greco – il quale, giova ricordarlo, rappresenta solo l’1,2% degli assets dell’area euro – ora pesa per il 18% dell’utilizzo delle facilities della Bce e, udite udite, il 27% degli assets di tutte le banche greche ora è finanziato dalla Bce, cioè da noi, come ci mostra plasticamente l’ultimo grafico! Vi pare accettabile? Quantomeno vengano sospese le contrattazioni in Borsa dei titoli delle banche greche fino a quando non sarà raggiunto un accordo, non si può garantire agli speculatori trading a costo zero sulla pelle di Target2 e quindi dei contribuenti europei! 

In compenso, quei geni al governo ad Atene hanno avuto una pensata davvero geniale per cercare di arginare le fughe di capitali: i cittadini greci che denunceranno la detenzioni di capitali all’estero e che li riporteranno in patria non subiranno penalizzazioni e i loro soldi saranno tassati con uno sconto sull’aliquota, fissata tra il 15% e il 20%, mentre se saranno scoperti dallo Stato dovranno pagare il 46% di tasse e un altro 46% di multa. Quando lo fece Tremonti erano un amico degli evasori, se lo fa Varoufakis è un fenomeno delle finanze! 

Il problema è uno solo: perché qualcuno che è riuscito a portare i soldi all’estero, evidentemente per paura del default o dell’uscita del Paese dall’Ue e dall’euro, dovrebbe essere tentato di riportarli in patria, vederli tassati solo al 20%, ma con la possibilità che a breve divengano nuove dracme o altri pezzi di carta senza valore? Se anche ci fosse solo un 1% di possibilità di uscita dall’euro, chi azzarderebbe di mettere a repentaglio il proprio denaro, anche solo con un rischio dell’1%, avendolo già messo al sicuro (e state certi che gli 007 del fisco greco non trovano nemmeno un bancomat, non dei capitali trafugati all’estero)? 

Ma tant’è, questo è il mondo in cui viviamo, sono i mercati che ci meritiamo per non esserci ribellati prima. Mercati che vedono l’indice Ibex di Atene andare in performance per il solo fatto che Varoufakis sia stato messo ai margini delle delegazione che negozia con la Troika, scordando bellamente i fondamentali del Paese, sistema bancario zombie e finanziato dalla Bce in testa. Ma cosa volete farci, ormai la follia è globale. 

Ne volete la prova finale? Mercoledì la Banca centrale svizzera ha reso noto il suo stato patrimoniale e sapete cosa si scopre? Che circa il 18% degli assets presenti, pari 102 miliardi di dollari, è in titoli azionari esteri! In altre parole, la Snb detiene il 15% del Pil svizzero in equities! Auguri.

 



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