FINANZA/ La “fregatura” (nascosta) della fusione Wind-3 Italia

- La Redazione

Si fa gran parlare di una possibile fusione tra Wind e H3G, e se ne parla con un generale consenso. In realtà, spiega PIETRO TOMBALE, non è conveniente per i consumatori

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Immagine di archivio

Si fa gran parlare di una possibile fusione tra Wind e H3G, e se ne parla con un generale consenso, come se potesse essere la panacea di tutti i mali che affliggono il settore delle telecomunicazioni: per il presidente di Telecom Giuseppe Recchi, addirittura, la fusione aiuterà la ripresa degli investimenti sulla rete fissa, nella famosa “banda ultralarga”. Ma tutti sono d’accordo, benedicono e fanno voti che la fusione si faccia. Perché?

La verità non la racconta nessuno, perché è un po’ politicamente scorretta, ma è di un’evidenza solare. La ventilata fusione rappresenterebbe un lungo passo indietro della concorrenza e del mercato, a tutto discapito dei consumatori. Porterebbe alla nascita di un triumvirato perfetto, tre gruppi che si spartirebbero il 90% del mercato in quote più o meno equivalenti lasciando un 10% scarso di spazio agli operatori virtuali. Con il risultato, voluto e perseguito, di far risalire le tariffe minime oggi praticate da Wind e ancor più da H3G, che costringono in qualche modo anche Tim e Vodafone a mantenere una serie di offerte a “prezzi popolari”: se dunque i due operatori più aggressivi si fondono e smettono di competere l’uno contro l’altro a suo di ribassi, la conseguenza è evidente. Solo un cieco non la vede. I prezzi risalgono.

E quando risalgono i prezzi minimi, subito risalgono anche quelli medi e quelli alti. Non c’è bisogno di scomodare l’ipotesi di un “cartello” tra i tre operatori: il fenomeno sarebbe spontaneo e condiviso… Del resto, se il presidente di Telecom benedice l’operazione, e anche l’altro concorrente “grande”, Vodafone, brinda, beh significa che a guadagnarci, sicuramente non sarà il consumatore.

Sì, perché a pagina uno – o tre, se si esclude il frontespizio – del manuale del bravo liberista, alla voce liberalizzazioni si legge che esse devono essere sostenute e portate avanti solo se, a parità di servizi offerti, generano un risparmio monetario per il consumatore. Semplice, no? Ma questa regola aurea, in Italia, non si è mai applicata (almeno) a un settore: le telecomunicazioni. Perché? Le risposte sono molteplici e tutte parimenti importanti.

In primo luogo, per una privatizzazione, quella di Telecom Italia, che è stata fatta con criteri incomprensibili. Svenduta per appena 14 miliardi di euro a un “nocciolino” di soci privati disinteressati. Poi lasciata acquisire dalla cordata di Colaninno e Gnutti con un’Opa a debito che ha scaricato 40 miliardi di euro di debiti nel pancione di un’ancora ricca Telecom. Poi, la “fuga” del duo bresciano per fare spazio alla Olimpia di Tronchetti Provera con i tentativi di costui di migliorare le cose osteggiati dal Palazzo fino al punto di indurre il capo della Pirelli a mollare e a insediare a cassetta la holding Telco e tramite essa il principale concorrente europeo di Telecom, Telefonica, a inibire qualunque vera strategia di sviluppo. Insomma, se perfino un uomo riservato come Giovanni Bazoli ha recentemente confermato che sì, effettivamente qualche pressione per soppiantare Tronchetti l’ha ricevuta, dall’allora ministro dell’economia Tommaso Padoa Schioppa, si ha la conferma che anche l’ultimo (o penultimo) assetto di Telecom era stato pilotato dal Palazzo.

E si potrebbe anche parlare del “Piano Rovati”; ma il rischio di dilungarsi diventerebbe eccessivo.

Sta di fatto che, in questo susseguirsi di eventi e di colpi di mano, la pietra miliare di Telecom è stata il suo debito e l’atteggiamento dei regolatori (di ispirazione governativa) attorno alla ex-Sip e ai suoi concorrenti è stato quello di una sostanziale permanente protezione. Tutti avevano paura di un default di Telecom, era necessario lasciarla sguazzare nel suo monopolio sulla rete fissa (ha ancora il 60% del mercato) e non disturbarla troppo sul mobile, dove i concorrenti erano forti ma potevano essere tenuti a bada con le mille norme dell’Autorità per le comunicazioni, che regola addirittura l’80% delle voci di ricavi di una grande società di telefoni.

Nel 1995, infatti, diventano disponibili per il pubblico i servizi di Tim e Omnitel, che si spartiscono o quasi il mercato. Quando nel 1997 Wind si affaccia sul mercato della telefonia, si trova a lottare contro due colossi e la loro “macchina del fango”: Tim è la società europea di tlc con il più alto numero di clienti, Omnitel è passata dai 54.000 clienti del 1995 al milione del 1997 e nel 1998 ha un fatturato di 4.500 miliardi, un utile di oltre 780 miliardi e più di 5.500 dipendenti. Entrare nel mercato non è facile, tanto più se si deve passare tra Scilla e Cariddi. E infatti a Wind non viene regalato nulla, anzi. La capacità imprenditoriale di Franco Tatò – che ha fortemente voluto investire in questa realtà – permette alla compagnia telefonica di raggiungere traguardi ragguardevoli, restando per anni la Cenerentola delle compagnie di telecomunicazione italiane. Ma contro l’azienda sparano tutti: è pubblica, ha dentro gli stranieri (France Telecom e Deutsche Telekom), cosa vuole dal mercato?

Nel 2000, il Governo Amato lanciò il beauty contest sulle frequenze 3G, la tecnologia Umts che avrebbe rappresentato un autentico spartiacque, agevolando il passaggio epocale dal semplice cellulare allo smartphone. Le licenze furono vendute a carissimo prezzo (circa 4.700 miliardi di lire) e se le aggiudicarono cinque soggetti: Tim, Vodafone, Wind, Ipse (fallita nel 2004) e Andala, una società in cui l’azionista di riferimento diventa quasi subito il colosso cinese Hutchison Wampoa. Wind e, dal 2003, H3G, hanno cercato di resistere, alla difficoltà oggettiva di competere con due colossi di quelle dimensioni utilizzando l’unico strumento che avevano in mano, cioè la leva del prezzo. Così, se oggi si prova a comparare l’offerta in abbonamento di Wind e H3G, da una parte, e di Vodafone e Tim, dall’altra, si vedrà chiaramente che la differenza c’è ed è anche sostanziale.

Ma la leva del prezzo, da sola, basta a fare utili? A spulciare i bilanci sembrerebbe proprio di no. Wind ha chiuso il 2014 con 10 miliardi di debito (in aumento) e il primo trimestre del 2015 con un Mol in calo del 5,5%. Vero, il 2014 si è chiuso con un fatturato di 4,66 miliardi e un risultato operativo positivo per quasi 600 milioni. Ma sono cifre che non basteranno mai a ripagare i debiti. H3G ha chiuso il 2014 in rosso di qualche decina di milioni ed è a sua volta indebitata, sia pure non verso le banche ma verso l’azionista unico, che non reclama interessi: ma sognerebbe una redditività che finora non c’è mai stata, in 14 anni. Eppure, l’Ebitda di entrambe le società – quasi il 30% per Wind, verso il 20% per H3G – è di gran lunga migliore rispetto alla marginalità di cui possono disporre i big di tanti altri settori, per esempio l’automotive, che pure sanno farsela bastare anche per finanziare gli investimenti…

Da cosa nasce quest’eccesso di debito che grava su tutte le tlc, se non dalla bolla euforica delle acquisizioni di 10 anni fa, che il mercato non ha ancora digerito? E cosa s’inventano, i guru delle grandi società di consulenza per superare l’impasse? La fanno pagare ai consumatori! Oggi, con la rete 4G, l’Italia offre un servizio mobile che è almeno alla pari, se non migliore, di quello di tanti altri paesi in Europa e nel mondo. Ma proprio per questo, ritornando alla discussione, sarebbe giusto che un mercato liberalizzato – e, ancor prima, libero – offrisse agli utenti prezzi sempre bassi a parità di servizio.

Eppure, se H3G e Wind dovessero fondersi, creando un gigante da oltre 30 milioni di clienti, verrebbero meno entrambe le “lepri” che negli ultimi anni, facendosi “guerra dei prezzi”, hanno calmierato il settore e regalato tariffe vantaggiose a tutti… Da leader del mercato, la nuova creatura potrebbe immediatamente alzare le tariffe, uniformandole a quelle dei competitor. Con tanti saluti allo spirito delle liberalizzazioni, quello di favorire le tasche dei consumatori.

(Pietro Tombale)

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