SPY FINANZA/ La Bce sfida gli Usa (rischiando il ko)

- Mauro Bottarelli

La Bce sembra pronta ad ampliare il suo Quantitative easing, che ha già mostrato qualche limite. Ma così rischia di andare contro gli interessi degli Usa, spiega MAURO BOTTARELLI

bce_eurotowerR439
Infophoto

Come vi ho detto oltre due settimane fa, la Bce è disperata: il Qe non solo non funziona, se non per un frazionale movimento al rialzo delle aspettative inflazionistiche, ma sta creando sconnessioni tali nel mercato obbligazionario da costringere l’Eurotower a mosse ulteriori. O, quantomeno, a minacciarle. Non a caso, ieri per infondere un po’ di ottimismo ai mercati, Mario Draghi ha fatto scendere in campo ufficialmente due pezzi da novanta come Benoit Coeure e Christian Noyer, i quali hanno parlato chiaramente di un programma di stimolo che non solo non finirà prima, ma, anzi, amplierà la platea degli acquisti. 

Benoit Coeure, membro del board della Banca centrale europea, ha detto che l’istituto centrale, che sta acquistando 60 miliardi di euro di titoli sul mercato secondario nell’ambito del programma di Quantitative easing, aumenterà “leggermente” gli acquisti a maggio e a giugno a causa della bassa liquidità del mercato di luglio e agosto, affrettandosi poi a mentire spudoratamente quando ha però spiegato che questi aggiustamenti sono indipendenti dalla recente volatilità del mercato obbligazionario. «Non vedo la recente inversione nei prezzi dei Bund e di altri bond sovrani come un motivo di preoccupazione perché al momento riflette una correzione del mercato», salvo poi ammettere che «è la rapidità dell’inversione che mi preoccupa». Ma guarda che strano. 

Mentre l’altro membro della Bce, Christian Noyer, nonché governatore della Banca centrale francese, ieri mattina durante un discorso a Parigi, ha dichiarato che «l’Eurosistema è pronto ad andare oltre» se l’attuale programma di Qe si dovesse rivelare insufficiente «a portare a termine il mandato di inflazione vicina ma al di sotto del target del 2%». Noyer ha aggiunto che il programma di acquisto di titoli pubblici ha avuto un impatto positivo sulle aspettative di inflazione, ma ristabilizzarle richiede tempo: «Il programma di acquisti continuerà fino al termine di settembre 2016 e oltre se non vedremo un sostenuto aggiustamento nel percorso dell’inflazione», ha precisato il membro del board dell’Eurotower. 

Di riflesso a queste dichiarazioni, da buon cane di Pavlov, il dollaro si è rafforzato con il cross a 1,1179 contro l’1,1309 della chiusura di Wall Street, scendono i rendimenti dei titoli governativi, con il tasso del decennale tedesco allo 0,565% dallo 0,65% di lunedì e quello del decennale italiano all’1,79% rispetto all’1,91% sempre di lunedì. 

Fin qui l’ufficialità, ora parliamo seriamente. Due mesi di Qe non sono serviti assolutamente a nulla: certo, le aspettative inflazionistiche sono cresciute di 30 punti base e, cosa più importante per le banche e gli investitori, i titoli azionari europei hanno guadagnato il 15% da gennaio, questo nonostante solo la scorsa settimana si sia registrato un outflow dall’azionario di 1,5 miliardi di dollari. Il problema sta però altrove e ce lo ha segnalato il movimento del cross euro/dollaro dopo le parole di Coeure e Noyer: la scorsa settimana il tasso era oltre 1,1350, il più alto da quando la Bce aveva annunciato il Qe il 22 gennaio e la divisa unica nel cambio ponderato al trade aveva registrato un aumento del 3,4% dai minimi di aprile. Inoltre, nonostante i dati del Pil dell’eurozona per il primo trimestre non siano stati male, anzi molto buoni per Spagna e Francia, l’export netto non ha contribuito così tanto, prendendo i dati disaggregati: questo significa non solo la limitatezza di una moneta svalutata nel contrastare gli ostacoli strutturali, almeno in un’area eterogenea come l’eurozona, ma anche come questo non garantisca un effetto di offset sul lato della domanda. 

La scorsa settimana l’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, ha detto chiaro e tondo che le Banche centrali stanno rischiando di trascinare con le loro azioni il mondo intero in una guerra valutaria: in realtà, già ci siamo. Il fatto è: se 60 miliardi di acquisti al mese non riescono a mantenere basso l’euro, a causa della natura globale di riserva del dollaro, quale sarà la mossa successiva? Quella preannunciata in maniera un po’ grossolana da Coeure e Noyer ieri? In quel caso, stiamo freschi. Anche perché, oltre ad avervi spiegato come sia sempre più tecnicamente difficile per la Bce acquistare sul lungo termine, il rischio è che l’Eurotower azzardi la carta dell’aumento fino al -0,20% di rendimento della platea di carta eligibile all’acquisto: e se il caso greco dovesse mandare in tilt gli spread, quale sarebbe a vostro modo di vedere la reazione generale del mercato? 

La Bce lo sa e l’unica ragione per cui ha deciso l’aumento degli acquisti è spiegata nei grafici a fondo pagina: in maggio la fornitura netta di bond è la più alta dell’anno, quindi l’Eurotower vuole letteralmente inglobare tutto il possibile prima che si entri – come inevitabilmente accadrà – nella zona morta dell’emissione negativa che spedirà i rendimenti al ribasso al punto tale da dover abbassare davvero le pretese di eligibilità e comprare tutto, scassando completamente il mercato obbligazionario. Scommettete che dopo l’euforia di ieri, il mercato stesso comincerà a porsi delle domande – numeri alla mano – rispetto a questa scelta e gli spread torneranno a salire, così come la tensione? 

Inoltre, c’è da tenere conto un’altra variabile: gli Usa. Proprio da Wall Street stanno infatti arrivando silenziosi segnali di un timore crescente. L’ultimo ce lo offre l’Adx (Avarage Directional Index), di fatto un indicatore della forza (o dell’assenza di forza) di un trend prevalente in un determinato periodo, questo a prescindere della direzione del trend. Bene, un numero alto significa un mercato con forte trend, mentre basso il contrario e solitamente il periodo preso in esame è di 14 giorni. Le letture più recenti dell’Aadx applicato all’indice S&P 500 sono state tra le più basse degli ultimi 65 anni, di fatto indicando un mercato senza trend. Di più, per parecchi giorni nelle ultime due settimane l’Adx ha raggiunto quota 9 e dal 1950 a oggi questo livello è stato toccato soltanto in 42 giorni, ovvero lo 0,25% del totale. 

C’è poi un ultimo dato che dovrebbe far riflettere, ovvero il Q di Tobin. Esatto, il modello sviluppato dal premio Nobel, James Tobin, che compara il valore totale dei titoli azioni con il valore degli assets loro sottostanti, ad esempio impianti, magazzini ed equipaggiamenti (i cosiddetti replacement costs). In accordo al Q di Tobin, oggi le equities in Usa hanno un valore superiore di oltre il 10% rispetto ai replacement costs degli assets sottostanti, una situazione che si era verificata soltanto altre due volte: nel 1929 e nella bolla Internet. Pessimismo? Quasi certamente sì, ma cominciano a essere troppi i segnali del fatto che l’America del miracolo obamiano stia lasciando il passo a quella che dovrà fare i conti con la realtà, ovvero con un decoupling tra valore del mercato azionario e dati macro mai conosciuto. Sicuramente finirà tutto bene grazie alla bacchetta magica della Fed, ma le prime crepe nel muro dell’ottimismo a oltranza cominciano a intravedersi.

 

Gli Usa permetteranno al dollaro di rafforzarsi, andando a pesare ancora di più sul dato dell’export e quindi su quello del Pil del secondo trimestre, dopo l’anemico +0,2% del primo? Già oggi il consensus di Wall Street rispetto alla crescita dei secondi tre mesi dell’anno in corso è sceso al 2,7% dal 3%, portando la previsione per l’intero 2015 al 2,5% (dato irrealistico): la Fed consentirà alla Bce di agire senza contromosse o, calcolando l’impatto sul mercato Usa, scatenerà l’inferno in Europa e sui mercati emergenti alzando davvero i tassi a settembre, visto che essendo già in recessione ha bisogno di un’arma per contrastarla che non siano tassi a zero? 

Senza dimenticare un’ultima cosa: ovvero che non solo la Cina ha il mercato azionario in bolla totale, sopravalutato come non mai e un’economia reale sottostante in continuo a rallentamento, ma anche che gli ultimi dati disponibili ci dicono che Pechino nel mese di marzo ha scaricato qualcosa come 72 miliardi di dollari di titoli di Stato Usa, portando il totale delle vendite a 113 miliardi per il primo trimestre. 

Cosa c’entra? Quei soldi sono serviti a tamponare i cali nelle riserve estere del Paese, fattispecie che fa emergere la domanda più inquietante, tanto che ieri il Financial Times vi ha dedicato il suo articolo più importante: di quale magnitudo è veramente la fuga di capitali in atto nel Paese? Fossi in voi non sottovaluterei questa silenziosa dinamica in atto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori