DALLA GRECIA/ Dracma, il “miraggio” che divide in due il Paese

- Sergio Coggiola

Resta ancora difficile cosa succederà alla Grecia alla vigilia di un nuovo vertice che cercherà di trovare un accordo tra Tsipras e creditori. Il punto di SERGIO COGGIOLA da Atene

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Ma era una proposta di sinistra? Due aliquote Fpa (Iva): 18% e 9,5% con un taglio del 3% nel caso in cui si pagasse con carta di credito o di debito. Ma quanti pensionati, o disoccupati, possiedono un bancomat? Oppure, quanti piccoli esercizi hanno la macchinetta per strisciare la carta di credito (in tutto il Paese se ne contano 230 mila)? Si può immaginare una vecchietta di un paesino dell’Epiro che compra tre pagnotte di pane (1 euro) e si porta il bancomat per pagare e risparmiare? Si può immaginare il ragazzino che fa il pieno di benzina, usando la carta di papà? Ma era un’idea brillante secondo Yanis Varoufakis, il quale, in un’intervista, aveva dichiarato che gli europei avevano giudicato questa proposta “perfetta”. 

Alla stessa ora, qualcuno al ministero delle Finanze aveva fatto notare che esiste una direttiva europea che non prevede alcun sconto del Fpa nel caso si pagasse con carta di credito o di debito. Possibile che i collaboratori di Varoufakis non sapessero di questa direttiva? Al netto, Varoufakis ha scritto su Twitter che è stata “la Troika interna” a rigettare la sua proposta. Sui componenti il trio non è dato sapere. Vige sempre la tattica di riversare la colpa dei propri errori su altri. Dunque, quello che è stata “venduto” come un punto di intesa tra Atene e Bruxelles si è rivelato una colossale “bufala”. E proprio poco prima del vertice di Riga e dell’incontro Merkel-Tsipras. E adesso si deve ricominciare da capo. E da ieri si imbastiscono altri scenari per nuove percentuali delle aliquote (tre?).
Ormai è una costante: una misura data per certa di giorno, alla sera viene smentita. Così vale per i possibili termini dell’accordo, per la liquidità in esaurimento, per le dichiarazioni dei ministri, tutti, a parole, “fiduciosi” in un accordo, vincolato però alle “condizioni” che pone il governo. Un dato è sicuro: il 5 giugno, giorno in cui si dovrà far fronte a un pagamento al Fmi, Atene non potrà onorare il suo debito. Cosa importa? Si è chiesto l’economista, ed ex responsabile del programma economico di Syriza, Yannis Milios, aggiungendo di essere d’accordo per un ritardo nei pagamenti dei debiti, in quanto questa mossa non avrebbe alcuna conseguenza per la permanenza della Grecia nell’euro. Su un punto è stato categorico: il governo deve smettere di tenere i piedi in due scarpe, perché questa tattica porta in un vicolo cieco. 

Con camicia a quadretti verdi, con interno del collo bianco (diciamo, un capo elegante), l’economista ha parlato nel corso di un dibattito sulla “bontà” della rottura con l’Europa. La sala era piena. Un applauso caloroso è seguito dopo l’intervento di una compagna, Sofi Papadogianni, che ha affermato: “Blocchiamo i pagamenti e chiediamo che inizi la trattativa sul debito”. Ha chiesto che le banche siano sotto controllo pubblico, che si blocchino le privatizzazioni. “Il possibile scenario, dopo queste mosse, è quello di un blocco del finanziamento della Bce. Non dobbiamo avere paura. Ci deve essere anche la preparazione per l’uscita dall’euro e dall’eurozona qualora dovesse succedere”. E ha concluso: “Non dobbiamo aver paura della gente. Dobbiamo rivolgerci a lei e parlare dello stallo nelle trattative, che cosa proponiamo, delle difficoltà ed eventualmente dei sacrifici. Ci sono momenti storici in cui il popolo deve assumersi la responsabilità di come progredire. Il movimento progressista non è andato perduto, è sufficiente, nei prossimi mesi, prendere decisioni importanti e coraggiose”. Ma il popolo non ha già espresso la sua opinione il 25 gennaio? Non ha forse chiesto a Tsipras di trattare per strappare condizioni migliori (in pratica un’austerità meno rigida) e di restare nell’euro? 

A forza di cortocircuiti, l’opinione pubblica finirà per scoppiare. Per intanto, è ormai evidente che alcune promesse elettorali saranno disattese. Cosa raccontavano Tsipras e compagni in campagna elettorale? Abbasseremo il Fpa, verrà restituita la tredicesima (per pensioni sotto i 700 euro), aumenteremo lo stipendio minimo a 751 euro, aboliremo la tassa sulla prima casa (Enfia). Il governo insiste che “non si faranno passi indietro su pensioni e stipendi (degli impiegati pubblici, ndr)”, ma la mancanza di liquidità è un dato che preoccupa l’esecutivo. Dunque, dopo l’annuncio che la tassa sulla casa resterà in vigore, ieri, il segretario politico di Syriza, ha spiegato che per la tredicesima se ne parlerà l’anno prossimo. L’abolizione della clausola “zero-deficit” per la cassa delle pensioni integrative non viene abolita, ma solo congelata. Non si sa mai. Sulle aliquote Fpa stanno ancora discutendo, l’aumento dello stipendio minimo è rimandato a tempi più floridi.  

Quando? Subito, se si adottasse il “Piano B” – ovvero la formula della felicità – che propone la “piattaforma di sinistra” che fa capo al ministro dell’Energia, Panagiotis Lafazanis, il quale, fatti alcuni calcoli, controlla almeno 20-25 deputati “syrizei” che propugnano il ritorno alla dracma. Un minuto dopo l’immissione della nuova divisa, ci sarà la corsa al cambio in nero e la gente si dividerà tra chi ha conti in euro all’estero, o euro sotto il materasso, e chi ha un modesto conto in banca per le spese correnti. Conclusione: i primi saranno dei privilegiati, i secondi saranno costretti a vivere con stipendi e pensioni da fame. E la Grecia ricorderà la Turchia degli anni Ottanta, dove l’economia duale (una per i turchi poveri  che hanno usato la valuta locale e una per chi ha utilizzato il marco o il franco o il dollaro) ha creato enormi differenze sociali. Ma è di sinistra un ritorno alla dracma?

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