RIMBORSO PENSIONI/ 500 euro “incostituzionali”

Per LUCIANO BARRA CARACCIOLO, quando una norma è dichiarata illegittima e questa ha portato a un indebito minor trasferimento, l’intera somma deve essere restituita

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Il Quirinale visto dalla Consulta (Infophoto)

“Ci saranno molti ricorsi, li vedremo, ma riteniamo la nostra linea giusta. Abbiamo fatto il massimo possibile nei vincoli di bilancio compatibili”. Sono le parole di Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, a proposito del piano dei rimborsi ai pensionati deciso dal governo dopo la sentenza della Corte costituzionale. Mentre Matteo Renzi intervenendo a Porta a Porta ha detto: “Gli italiani capiscono che non ha senso spendere 18 miliardi per ridare i soldi a tutti i pensionati, anche a chi sta abbastanza bene o bene”. Ne abbiamo parlato con Luciano Barra Caracciolo, già membro del consiglio di presidenza della giustizia amministrativa e autore del libro “Euro e (o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra Costituzione e trattati europei”.

Ritiene che il rimborso deciso dal governo rispetti la sentenza della Corte costituzionale?

La sentenza della Corte costituzionale dispiega il suo normale effetto ripristinatorio o di restituzione. Per tutte le posizioni contemplate dalla legge superiori al tetto occorrerebbe disporre il rimborso integrale. Quando una norma è dichiarata costituzionalmente illegittima e questa ha portato a un indebito minor trasferimento o a un indebito maggior tributo, l’intera somma deve essere restituita a quanti si trovano in quella posizione. La restituzione parziale è quindi contraria all’effetto naturale implicito nell’articolo 136 della Costituzione.

Quindi nel caso di ricorsi la Consulta potrebbe dichiarare illegittima la soluzione adottata da Renzi?

Questo è certo. Il diritto alla restituzione è stato affermato dalla Corte in una misura che non è stata condizionata o attenuata. In caso di ricorsi, ciò d’altra parte si rifletterà nei giudizi ordinari di fronte ai tribunali. I ricorrenti faranno valere integralmente il credito che hanno chiesto. Molto dipende da come sarà formulata la norma. Se, per esempio, si affermasse che in attuazione della sentenza della Corte si restituisce una somma inferiore a quella dovuta, che la norma è preclusiva di un maggior credito e che ogni altra pretesa non potrà essere soddisfatta, potrebbero arrivare dei nuovi ricorsi. I giudici ordinari li rimetterebbero alla Consulta, che a quel punto potrebbe giudicare come incostituzionale anche la stessa norma sulla restituzione voluta dal governo Renzi.

Che cosa ne pensa della scelta di escludere 600mila pensionati più ricchi dai rimborsi?

Quella del governo è stata una valutazione di tipo finanziario, cioè relativa alle casse dello Stato. Quando si decide di fare una norma che limita gli effetti pieni della sentenza della Corte costituzionale, uno può scrivere qualunque cosa. È ovvio che la ragione ufficiale è che la Corte costituzionale in vari altri provvedimenti citate dall’ultima sentenza aveva affermato che per certi trattamenti superiori, si poteva tenere conto di una differenza dell’incidenza. L’ultima sentenza però ha superato questo punto di vista, bocciando l’irrecuperabilità dell’indicizzazione e la generalità indiscriminata della decurtazione.

L’Italia è uno tra i Paesi con una spesa pensionistica più elevata. Quali effetti avrebbe restituire tutto a tutti?

Non è vero che l’Italia ha una spesa pensionistica più elevata della media. Questa è un’idea che nasce dal prendere in considerazione la spesa pensionistica lorda anziché quella netta. L’Italia preleva il 2,5% di Pil dalle pensioni. In Germania invece i redditi da pensione sono esenti da tasse, e quindi il 13,6% di spesa pensionistica è netto. In altri Paesi esistono inoltre delle aliquote separate, mentre in Italia il trattamento fiscale di pensioni e redditi da lavoro è identico.

 

E quindi?

Una volta sottratte le spese per l’assistenza e le entrate fiscali che derivano dalle pensioni, la nostra spesa pensionistica è al di sotto della media europea. Per un fatto contabile generale, se si calcola l’ammontare dei contributi e delle tasse pagate sulle pensioni, i trattamenti netti sono inferiori. Ne consegue che alla fine il sistema pensionistico nel suo complesso è una voce attiva dello Stato pari a circa 21 miliardi di euro. Tagliando le pensioni si riduce anche quel gettito. Allo stesso modo se cala il numero degli occupati diminuisce anche il gettito contributivo, e se una diffusa disoccupazione provoca automaticamente l’abbassarsi dei livelli salariali ci sarà anche una diminuzione di tutte queste entrate per lo Stato.

 

(Pietro Vernizzi)

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