REVERSE CHARGE/ La “cantonata” di Renzi che ci costa 700 milioni

- Walter Anedda

La Commissione europea ha detto no all’applicazione del regime Iva reverse charge alla grande distribuzione. Il Governo va a caccia di 700 milioni. Il commento di WALTER ANEDDA

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Il premier Renzi con il ministro Padoan

In un mio articolo pubblicato su queste pagine lo scorso 3 maggio paventavo il rischio concreto che alcune delle misure previste dalla Legge di stabilità in materia di Iva (reverse charge per la grande distribuzione e split payment) fossero a rischio di bocciatura da parte dell’Unione europea; ipotesi che, se verificata, avrebbe comportato la copertura del buco di bilancio con un aumento delle accise (rectius: rincaro della benzina e del gasolio), in ossequio alle clausole di salvaguardia previste dallo stesso legislatore.

Ricordo che i meccanismi di cui sopra prevedono che l’Iva addebitata sulle fatture sia versata non dal cedente o prestatore del servizio, bensì dal relativo cessionario o fruitore del servizio. Tale possibilità, proprio perché non ordinariamente prevista dalla normativa comunitaria, necessita della relativa autorizzazione da parte degli organismi sovranazionali.

Si apprende ora che la Commissione europea – organo deputato a esprimere le proprie valutazioni in ordine alla richiesta di derogare alla normativa comunitaria in tema di Iva – ha comunicato al Consiglio europeo la propria opposizione alla richiesta italiana di estendere il meccanismo di “reverse charge” alla grande distribuzione. Nulla ancora si conosce in ordine invece alle decisioni che saranno assunte sul tema dello “split payment” che, a differenza della misura ora bocciata, è già in vigore ancorché non ancora autorizzato dal Consiglio europeo.

Ora, al di là delle valutazioni in ordine alle capacità premonitrici di alcuni osservatori che, per il sol fatto di compiere analisi oggettive sui dettati normativi, vengono additati quali “gufi”, permane l’amarezza di dover ancora una volta constatare l’approccio approssimativo (per non dire superficiale) del nostro legislatore, soprattutto quando impegnato a far cassa. E infatti, leggendo quanto riportato in ordine alla comunicazione inviata dalla Commissione, il giudizio della stessa nei confronti del modo di operare del nostro Governo non è stato dei più teneri. Come commentare infatti la frase con la quale si afferma che “la procedura di ‘reverse charge’ non deve essere usata sistematicamente per mascherare la sorveglianza inadeguata delle autorità fiscali di uno Stato”?

Non solo, la Commissione, evidenziando che ogni deroga al sistema ordinario del pagamento dell’Iva deve rappresentare una misura d’emergenza, necessitata e proporzionata, pone anche il dubbio sulla sua utilità quale misura anti-evasione; anzi, sotto questo punto di vista è stato evidenziato come la stessa, in realtà, implicherebbe elevati rischi di spostamento delle frodi al settore del commercio al dettaglio e ad altri Stati.

Sul piano invece degli effetti finanziari della bocciatura, quantificati in circa 700 milioni di euro, si registrano già le prime prese di posizione dei rappresentanti del Governo volte a rassicurare l’opinione pubblica in ordine al fatto che non verranno adottate le misure di salvaguardia previste dal comma 632 dell’art. 1 della Legge di stabilità che, come detto, si concretizzerebbero in un aumento delle accise sui carburanti.

Sebbene si sia consapevoli della irrisorietà di tale importo, rapportato ai valori complessivi del bilancio dello Stato, mi si permetta comunque evidenziare che ormai le capacità di ritrovare tra le pieghe dello stesso un pari ammontare in compensazione non sarà cosa facile; né, tantomeno, è plausibile ipotizzare risparmi di spesa corrente per tali ammontari entro la data del 30 giugno (termine entro il quale il Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli dovrebbe attuare la clausola di salvaguardia).

In altri termini, “la coperta è corta”: se erano stati previsti incassi per 700 milioni dal reverse charge, tali importi – non volendo far scattare l’aumento delle accise – dovranno essere recuperati da qualche altra parte. Considerando che è stato già drenato quanto più possibile per far fronte, seppure in misura marginale, all’impegno risultante dalla recente sentenza della Corte Costituzionale in tema di pensioni, credo sia normale esprimere perplessità di fronte all’ottimismo del Governo di rendere indolore tale partita, alla quale, spero infine non debba aggiungersi – con buona pace per tutti i “gufi” – quella relativa allo split payment.

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