SPY FINANZA/ Il “cortocircuito” dei derivati sul debito italiano

- Francesco Molinari

Mentre la crisi non sembra passare, recentemente si è tornati a parlare degli strumenti finanziari derivati che sono in capo al Tesoro italiano. Il commento di FRANCESCO MOLINARI

trader_chicagoR400
Infophoto

L’utilizzo degli strumenti finanziari derivati, tornato recentemente alla ribalta coinvolgendo il gotha della governance che, a vario titolo, deve gestire il nostro ingombrante debito pubblico, rappresenta solo un riflesso di un problema molto più complesso. Non si vuole certo sminuire il fenomeno, del quale solo negli ultimi tempi si è cercato di delimitare l’estensione, non diversamente dall’allevatore sprovveduto che chiude il recinto a buoi fuggiti. E, proprio recentemente, mi è stato assegnato l’onere di fare da relatore al cosiddetto incardinamento del disegno di legge riguardante l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul dissesto del Monte dei Paschi di Siena, uno dei più gravi episodi di improvvida gestione finanziaria che ha interessato uno dei nostri ormai ex pilastri del sistema bancario, in questi giorni declassato dall’Agenzia Fitch (i cui titoli sono diventati junk). 

Proprio l’esposizione maligna di un’operazione di ristrutturazione dei derivati – denominata Alexandria – tentava di nascondere l’entità del dissesto della banca toscana, contabilizzando in diverse componenti di portafoglio (asset puramente figurativi) la suddetta operazione, omettendone una rappresentazione unitaria che consentisse di coglierne l’effettiva sostanza economica di credit default swap. Ma questa è una storia che si sta occupando di scrivere la Procura di Milano.

Gli interest rate swap sono i derivati più diffusi e, nei termini e nelle modalità che li vedrebbero normalmente usati da tutti i paesi del mondo nella gestione del debito sovrano, hanno una funzione di riduzione (hedging) del rischio finanziario legato alla fluttuazione dei tassi nel tempo. Sono strumenti che dovrebbero favorire la stabilità dei mercati finanziari, nell’ambito della funzione di cui si parla ed escludendone l’uso (speculativo) diverso da quello di cui si tratta; ciò in condizioni “normali”. Ma le condizioni attuali dei mercati non sono normali e l’Italia si trova in condizioni men che normali. E la colpa è di chi ha messo questo Paese, da Maastricht in poi proseguendo per la strada dell’unione economica e monetaria come “prius” dell’unione politica dell’Europa, in un percorso sempre più angusto, culminato nell’accettazione del “pareggio di bilancio”, simbolo del passaggio dalla condivisione alla cessione secca di sovranità. 

Una colpa, quella delle nostrane governance economico-finanziarie che si sono succedute in questi anni, le cui abilità riescono difficili da incensare a meno che non si ritengano tali quelle del mettersi a servizio (spesso riccamente remunerato) di una classe politica che brilla per miopia e che ha sempre preferito traccheggiare durante quest’interminabile crisi cercando di non scontentare i suoi più potenti sostenitori e le sue clientele di potere più selezionate, giocando con il destino del popolo italiano.

È dal 2013, a seguito della relazione del Tesoro sul debito pubblico inviata alla Corte dei Conti, che si cerca di venire a capo dei misteri della ristrutturazione degli interest rate swap che ha avuto luogo durante il 2012: la Corte ha addirittura mandato la Guardi di Finanza in via XX Settembre in cerca delle confirmation letter dei derivati in questione. L’obiettivo era quello di capire la storia e le ripercussioni sui conti pubblici di quegli strumenti di cui si è avvalsa la Gestione delle passività e del rischio di tasso e di cambio, ma senza successo. 

E allora, come oggi, a seguito delle recenti affermazioni via stampa del Direttore del Dipartimento debito pubblico al Mef – Maria Cannata – emerge, bissata dal Ministro Padoan, la scarsa trasparenza sulla gestione del debito pubblico italiano: non saranno mai resi pubblici i dettagli dei singoli contratti sui derivati conclusi dal Tesoro, in quanto potrebbero favorire la speculazione in danno dell’Italia.

Solo a febbraio, in commissione Finanze alla Camera, la Cannata rassicurava, parlando di configurazione ottimale del portafoglio delle operazioni assoggettate a clausole di risoluzione anticipata (ben nove su tredici delle quali costituite da swaption), ammonendo sui rischi di ristrutturazione (la cui entità sarebbe dovuta essere praticamente considerata alla stregua di un prestito) di quegli strumenti derivati per l’impatto negativo che avrebbe potuto avere sul debito. E invece, a fine aprile, Padoan esordisce dicendo che il suo dicastero provvederà a ristrutturare i contratti sui derivati in essere per adeguarli e renderli quindi meno costosi. Non è dato sapere il motivo di questo repentino cambio di opinione: la democrazia, in Italia, si ferma davanti alle stanze dei bottoni e non è possibile a tutti accedervi, esclusi i salvatori (dei segreti) della patria…

È stato detto che dal 2008 non sono stati più stipulati contratti derivati; una magra consolazione visto che lo sfasamento sui tassi “costa tre miliardi circa l’anno: il 3,5-3,7% del costo complessivo della gestione del debito”. Insomma, mi sembra che di fisiologico nelle modalità d’uso dei derivati non ci sia molto: manca la trasparenza ma soprattutto la consapevolezza del contesto in cui vengono gestiti. Da anni veleggiamo nella bonaccia di una crisi di sistema dove le misure straordinarie di Quantitative easing, sia americane che europee, puntano a una ripresa che si fonda su tassi d’interesse praticamente a zero: meno male che se ne sono accorti pure in via XX Settembre…

Siamo in un circolo vizioso che vede gli Stati travolti dalla crisi del debito sovrano, le banche avvinte alla sua sorte, le imprese nell’impossibilità di ottenere credito e liquidità dal sistema bancario, una domanda depressa incapace di alimentare qualsiasi – seppur timido – tentativo di offerta. E non è pensabile poter cogliere la soluzione puntando su un unico aspetto di un problema complessivo derivante, non fosse altro per il tempo che sta richiedendo il suo superamento, da una crisi di sistema.

In questi giorni il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, in audizione alla Camera ha richiamato l’attenzione sulla terribile eredità della crisi che ha subito il nostro Paese: l’aumento dell’incidenza della povertà di circa un terzo, con una percentuale delle famiglie che si trovano al di sotto della soglia di povertà salita dal 18% al 25% ovvero da 11 a 15 milioni di persone nel giro di sei anni. “Nella storia del nostro Paese – ha sottolineato – non ci sono stati episodi di questo tipo e di questa entità”. Sono questi, in prospettiva, i problemi ai quali il governo dell’economia, deve dare risposta. Una risposta che – con continuità non rimarchevole – latita nei governi degli ultimi anni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori