SPY FINANZA/ Dietro a Grecia e Podemos un nuovo ’92 per l’Italia

- Mauro Bottarelli

Ieri i mercati hanno sofferto molto sulle notizie provenienti dalla Grecia. Tuttavia, per MAURO BOTTARELLI dietro a tutto questo c’è in realtà un piano contro l’Eurozona e l’Italia

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L’Impero sta muovendo i suoi cavalli di Troia, la battaglia sta entrando nel vivo. Dopo i risultati elettorali ottenuti da Podemos in Spagna e Duda in Polonia, lo spettro delle forze anti-europeiste ieri ha fatto combinato con il sempre più possibile “Grexit” e ha affossato i listini del Vecchio Continente, spedendo il nostro spread fino al massimo da oltre 5 mesi di 153 punti base, una vera e propria impennata e di nuovo sopra la soglia psicologica del 2% di rendimento per il Btp decennale. 

Perché parlo di Impero? Ora ve lo spiego, partendo però da una domanda: a vostro modo di vedere, è possibile che solo l’acuirsi della crisi greca (e quei quattro figli di papà da centro sociale di Podemos), qualcosa con cui abbiamo a che fare da cinque anni, possa aver permesso un’ondata di panico simile sull’obbligazionario sovrano periferico? 

Partiamo da un presupposto: ieri era la giornata perfetta per un attacco speculativo o, quantomeno, per mandare un segnale, visto che i principali mercati erano chiusi per festività pubbliche. E parliamo di Stati Uniti con il loro Memorial Day ma anche di Regno Unito, Germania e Svizzera. Insomma, volumi bassi e quindi facilità di manovra, ottenendo il massimo effetto con movimenti non certo epocali. Come anticipato, poi, a questa situazione tecnica va unito l’impatto politico-psicologico del voto spagnolo e di quello polacco, entrambi in chiave anti-stabilità e quindi destinati ad amplificare il loro reale valore intrinseco. E poi, la Grecia. Qual è stata la novità da far tremare i polsi? Il 5 giugno Atene potrebbe quasi certamente non rimborsare il Fondo monetario del miliardo e 600 milioni dovuti. Sai che novità, una minaccia così l’abbiamo sentita a ogni settimana prima del rimborso nell’ultimo anno: perché ora gli strali di Tsipras dovrebbero essere diventati reali pericoli e non i soliti strepiti cui si è poi sempre trovata una soluzione, vedi emissioni a breve di debito per tamponare le falle in cassa? Mistero. 

Tanto più che proprio ieri Atene ha compiuto una parziale marcia indietro per ridurre la tensione e cercare la via di un accordo con i creditori. Il governo greco, infatti, non pensa di rimborsare il prestito del Fondo monetario internazionale a giugno in un’unica tranche, anche se l’esecutivo ellenico ha la responsabilità di rimborsare tutti i suoi impegni interni ed esterni e lo farà il prossimo mese come meglio potrà, come ha precisato il portavoce del governo ellenico, Gabriel Sakellaridis. «Sulla base dei nostri problemi di liquidità, abbiamo una necessità imperativa di raggiungere l’accordo il prima possibile. Pagheremo i nostri impegni come meglio potremo. È responsabilità del governo pagare tutti i nostri obblighi», ha chiosato. 

Una cauta precisazione giunta dopo l’affondo di domenica del ministro dell’Interno greco, Nikos Voutsis, il quale aveva detto che Atene non rimborserà nessuna delle quattro rate in scadenza a giugno al Fmi: «Le quattro rate per il Fmi valgono un miliardo e 600 milioni, questo denaro non sarà versato e non ce n’è da versare». Scusate, ma da quando su temi così sensibili un governo affida la propria posizione al ministro dell’Interno? Cosa c’entra chi gestisce l’ordine pubblico con i conti del Paese? Anomalie, come al solito. Certo, se si conoscesse il retroterra di Voutsis si capirebbe maggiormente. 

Di più, sempre ieri il portavoce di Atene ha spiegato che il suo governo «non ha chiesto un’estensione del piano di salvataggio, né ci è stata proposta», mentre è «ancora alla ricerca di un compromesso complessivo, in grado di indirizzare il peso del debito». A detta del funzionario è possibile raggiungere un accordo «in breve tempo», anche se i problemi suo tavolo restano «l’Iva, le pensioni e il mercato del lavoro». Inoltre, il portavoce esclude la possibilità di imporre un controllo dei capitali o un “haircut” della Bce sui collaterali per i prestiti alle banche e fa sapere che il governo è in grado di pagare stipendi pubblici e pensioni «a maggio». Insomma, dov’è tutto questo precipitare della crisi rispetto agli ultimi mesi, tale da giustificare spread a cannone come ieri? 

Non c’è, ma ieri era il giorno deputato alla “grande paura”: elezioni in Europa atte a spaventare lo status quo in favore di telecamera, principali mercati chiusi, liquidità limitata. Insomma, un set perfetto. Non fatevi prendere in giro, il Grexit è solo una strategia di destabilizzazione dell’Ue eterodiretta, niente più. Come può terrorizzare in questo modo un’ipotesi che organismi internazionali, governi e banche stanno studiando – più o meno segretamente con i contingency plans – da almeno tre anni? A qualcuno fa comodo questa tensione continua, a qualcuno fa comodo avere una miccia pronta per dar fuoco di nuovo all’eurozona, dovendo poi trovare soltanto l’accelerante del giorno: certamente, non fa comodo alla Grecia e ai greci ma il governo “de sinistra” non sembra accorgersene, forse perché risponde ad altri interessi. E altri padroni, che lo hanno fatto crescere e messo dove si trova, stesso destino che si sta preparando per Podemos in Spagna. 

Signori, in questi mesi l’Ue è niente più che la versione in grande e senza sangue dell’Ucraina, svegliatevi! Là usano le milizie armate, qui i desk di trading e i falsi rivoluzionari al potere: come spiegare altrimenti le continue minacce e smentite di Syriza, inutili politicamente e diplomaticamente ma strumentalmente perfette per agitare i mercati? Voglio darvi un dato e ce lo offre la Confindustria greca (Esee), fresco fresco: nel Paese, mediamente chiudono 59 imprese al giorno e si perdono 613 posti di lavoro, un dato che si sostanzia in una perdita per l’economia pari a 22,3 milioni dal Pil a causa dell’impasse tra Atene e Bruxelles. Dei governanti seri, che davvero pensano al bene del loro popolo, ingaggiano le battaglie ideologiche o cercano soluzioni, in fretta? 

Di più, sempre da dati Esee scopriamo che il 95% delle domande di prestito è respinto ogni giorno dalle banche commerciali, di fatto facendo diventare il termine liquidità non familiare al mercato: con la Bce che continua ad alzare il tetto dei finanziamenti Ela per la banche elleniche, un governo per il popolo va a avanti a minacce o media e cerca di aiutare la propria gente, riattivando il credito? E ancora, dalle 500mila unità del 2008, oggi a causa della disoccupazione di massa i greci senza un’assicurazione sanitaria sono 2,5 milioni e la spesa statale per la sanità è calata del 25% dal 2009, creando di fatto una situazione di emergenza negli ospedali. Ieri uno splendido reportage del quotidiano britannico The Independent rendeva noto che in alcuni ospedali la gente viene respinta perché non ci sono nemmeno gli strumenti per provare la pressione, sono finiti i farmaci anti-dolorifici e a un paziente di un nosocomio della capitale è stato chiesto di portarsi le lenzuola da casa. Di più, un chirurgo tirocinante del Kat, un noto ospedale di Atene, ha confermato come non ci si siano i soldi per riparare le apparecchiature mediche, né per la benzina della ambulanze, né per assumere infermiere o comprare attrezzi chirurgici necessari. Insomma, il Terzo mondo. E Tsipras che fa, gioca a fare Che Guevara contro il Batista dell’Ue?

Ma attenzione, perché anche il mitologico “popolo” con cui si riempiono la bocca i campioni del solidarismo, rimanda segnali pavloviani classici dell’ubriacatura mediatica: come ci dimostra questo grafico, infatti, nel mese di aprile di quest’anno le vendite di automobili in Grecia sono salite del 47%! I greci sono diventati ricchi di colpo? No, è la stessa sindrome verghiana della “roba” che ha colpito i russi durante il crollo del rublo, si corre in banca a ritirare e invece che mettere i soldi sotto il materasso – nel timore che domattina non siano più euro ma nuove dracme, dal valore dimezzato o peggio – si comprano automobili, accessori e beni preziosi come gioielli e oro. E se aprile si è dimostrato il picco, le registrazioni di auto nuove e usate sono cresciute costantemente negli ultimi venti mesi. 

 

Insomma, chi non può far sparire i soldi in Svizzera o a Guernsey, compra cose: a dicembre, quando furono indette le elezioni anticipate, le registrazioni mensili di auto salirono del 70%, mentre i depositi bancari scendevano in contemporanea del 15%. Si spende in “hard assets”, classico segnale socio-economico di tensioni finanziaria. Cipro ne è la riprova, visto che durante la crisi del 2013, le registrazioni di auto salirono di un terzo in 10 mesi. D’altronde, se anche il valore dell’auto si deprezza, resta il suo valore e uso produttivo, soprattutto se l’alternativa è appunto quella del materasso. 

C’è un problema però e questo spiega perché il popolo non va proprio sempre assolto nella sua incapacità di leggere la realtà: ironicamente, chi sta beneficiando di questa situazione, ovvero del collasso del sistema bancario greco attraverso le fughe di capitali verso “hard assets”? L’industria automobilistica tedesca, il demone dell’austerity, visto che come molti altri europei, anche i greci comprano marche teutoniche più di qualsiasi altro brand! Al netto di tutto questo, di cosa stiamo parlando? Il problema greco non è il debito, sul quale pagano un tasso di interesse bassissimo ma le scadenze a raffiche del rimborso, troppo ravvicinate e di importi che per un’economia normale sarebbero più che gestibili, ma che per quella disastrata greca sono eccessivamente alte e spesso pari al Pil mensile del Paese. 

Il problema è solo questo: e perché finora i mercati non sono crollati? Proprio perché sanno che il problema è solo questo, quindi risolvibilissimo, basterebbe un minimo di buona volontà: la Grecia dà l’ok a certe riforme e la Troika rivede il calendario delle scadenze, offrendo un po’ di ossigeno. E su questa ipotesi di buonsenso dell’ultimo minuto, chi investe sta basando il suo trading da mesi. Eppure, pensateci, ogni giorno c’è una variabile che mette in discussione l’investire in sicurezza sotto il porticato dell’euro: la Grecia, la crisi dei periferici, Podemos, il debito pubblico e il sistema pensionistico italiani, il Portogallo, la Scozia, adesso il referendum sull’uscita della Gran Bretagna, l’effetto Le Pen. 

Il problema è proprio questo, ovvero che c’è chi non vuole la normalizzazione della situazione e ha bisogno della Grecia come elemento destabilizzante ontologico e fisso dell’Ue, cui unire di volta in volta una delle tante varianti sopraelencate. Se davvero Matteo Renzi credesse a ciò che dice rispetto l’Europa, farebbe una cosa semplice, ovvero andrebbe a vedere il bluff dicendo “Tranquilli, il miliardo e 600 milioni che la Grecia deve al Fmi e che ora non potrà pagare, lo garantiamo noi attraverso Cassa depositi e prestiti, ora però trattiamo seriamente”. 

Lo farà? O anche lui fa parte della schiera di chi lavora per il caos nell’Ue? Lo scopriremo presto, perché sempre più voci parlano di un assalto all’Italia prima dell’estate. Forse, nel pieno del panico, gli italiani capiranno davvero chi fa i loro interessi e chi sta giocando a un nuovo 1992, questa volta in versione definitiva. Se poi mettiamo nel novero del ragionamento generale il timing di certe sentenze della Corte costituzionale… 

P.S.: Ora, datemi pure del paranoico, non c’è problema. Ricordate quando il 18 maggio scorso il membro del Consiglio direttivo della Bce, Benoit Coeure, annunciò l’aumento degli acquisti da parte della Bce, nell’ambito del programma di Qr, nei mesi di maggio e giugno per pareggiare la minore liquidità estiva di luglio e agosto? Bene, ieri la stessa Eurotower ha reso noti i dati degli acquisti di obbligazioni compiuti nella settimana conclusasi il 22 maggio scorso: sono rallentati. La Bce ha infatti comprato solo per 11,8 miliardi di euro, portando il totale a 134,2 miliardi, l’incremento minore in tre settimane. Ma come, prima si annuncia l’aumento e poi si compra meno? In compenso, a partire dal 18 maggio, ovvero dall’annuncio di Coeure, ha visto la fine la più lunga striscia di cali per il Bund dal giugno del 2012. Ma è risalita la tensione negli spread periferici, guarda caso con acquisti da “braccini” proprio nella settimana che ha portato al lunedì di bassi volumi – e DAX di Francoforte chiuso – di ieri….

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