DALLA GRECIA/ Il “tira e molla” che costa 22,3 milioni al giorno

- Sergio Coggiola

Ancora Tsipras lavora per raggiungere un accordo con i creditori, facendo i conti con il suo partito. E per la Grecia tutto questo ha anche un costo economico. Il punto di SERGIO COGGIOLA

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Alexis Tsipras (Infophoto)

L’episodio va letto come una metafora della contraddizione di Syriza? Alcuni ministri e parlamentari “Syriza” si sono presentati alla porta del club per uomini più esclusivo della capitale, “Athens Club”, fondato nel 1875 secondo il modello inglese. È il ritrovo della alta borghesia ateniese. Si mormora che nei suoi saloni si siano decisi, nei decenni passati, i destini del Paese. I “syrizei” sono stati respinti con la giustificazione che non portavano la cravatta. Strano davvero in un Paese in cui nessuno (forse pochi) rispetta e fa rispettare le regole. E poi perché hanno voluto entrare nella tana degli oligarchi? 

Syriza: partito “di lotta” o “di governo”? Per il momento non ha ancora scelto. Ma sarà costretto  a farlo quando Tsipras firmerà l’accordo. Per ora non si conosce la data precisa. Atene e Bruxelles non sono sulla stessa frequenza. Se Tsipras dichiara di “essere fiducioso” e che l’accordo “verrà sottoscritto a giorni”, dalla capitale belga, e di riflesso dalla capitale tedesca, arrivano messaggi diversi: “Siamo ancora lontani”. L’obiettivo di Atene è quello di raggiungere un “accordo unico, chiaro e completo” che preveda, afferma una fonte governativa, “obiettivi di avanzo primario più bassi per il primo anno e nessuna misura recessiva”. L’accordo, aggiunge la fonte, “includerà una riforma dell’Iva, un pacchetto di investimenti e un alleggerimento del debito nel lungo periodo”, ma “nessuna misura recessiva”. “È tempo per i creditori di prendersi le loro responsabilità nei confronti della Grecia”, ha chiosato il funzionario, secondo il quale “il problema delle divergenze tra creditori rimane” e “l’intesa sarebbe stata già chiusa se non fosse stato necessario il via libera del Fmi”. E il teutonico Schauble risponde: “Il nuovo governo dice: vogliamo mantenere l’euro, ma non vogliamo più il programma. Le due cose non stanno assieme”. E specifica: “Non si è fatto un grande progresso nelle discussioni”. 

Nessuna notizia è verificabile, neppure quella che sosteneva, due giorni fa, che il governo stava redigendo la bozza di accordo e si sta assistendo alla stessa rappresentazione vista durante i due governi precedenti: Atene che resiste, Bruxelles, Berlino e New York che premono per imporre misure di austerità. Papandreou e Samaras, nonostante le dichiarazioni bellicose, hanno ceduto. Chi non si ricorda lo scatto di orgoglio nazionale di Evangelos Venizelos (governo del socialista Papandreou), quando come ministro delle Finanze cacciò dal suo ufficio di rappresentanti della “Troika”, spiegando che le loro richieste non potevano essere accettate dal governo? Come andò a finire? Non ci fu il “lieto fine”. Atene accettò le proposte del trio. Oppure, chi non ricorda i colloqui parigini del novembre scorso, con il conservatore Samaras, che fallirono perché Atene non volle imporre ulteriori tagli? La conseguenza fu la caduta rovinosa del governo. 

Che farà Tsipras che, comunque, lotta quotidianamente per arrivare a un compromesso onorevole? Purtroppo, per lui, deve fare anche i conti con le casse vuote e con un partito piuttosto polifonico. Il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha definito Syriza un “partito non normale”.  Nel corso dell’intervista gli è stato chiesto se si fidava di Alexis Tsipras. Dopo un silenzio di 14 secondi ha risposto di sì. Facile immaginare le reazioni dei “syrizei”. Indubbiamente il clima politico non è molto favorevole per Atene.

E ad Atene il clima è di incertezza, alimentata anche da variopinte dichiarazioni di ministri e parlamentari. I quotidiani italiani hanno riportato la notizia che Yanis Varoufakis aveva lanciato la proposta di tassare le transazioni bancarie. Si sono dimenticati di aggiungere che due ore dopo il ministro smentiva se stesso con una dichiarazione a dir poco “bizantina”. Se a questa ipotesi si somma  la voce che in questo lungo fine settimana di festa poteva arrivare il “capital control”, il totale si traduce in un prelievo di 300 milioni dai conti correnti (secondo i dati, l’80% dei conti non superano i 15 mila euro). 

Il continuo dissanguamento degli istituti bancari ha fatto scattare l’allarme alla Bce, la quale ieri ha parlato dell’aumento del pericolo di default. Ancora più risalto è stato dato alla dichiarazione di un ministro, il quale domenica scorsa ha dichiarato che non c’erano i fondi per pagare il Fmi. Era una “bufala” politica usata dal ministro per creare la giusta atmosfera tra i compagni che stavano discutendo durante i lavori del Comitato Centrale. Notizia che tuttavia ha influenzato le borse. Eppure non era lo stesso Syriza che, dall’opposizione, urlava contro il governo sostenendo che certe dichiarazioni non facevano altro che portare acqua al mulino degli speculatori finanziari? “Come vedete, è sufficiente minacciare di non pagare la rata del 5 giugno al Fmi per vedere che tutti corrono”, ha affermato un orgoglioso parlamentare Syriza, Thanasis Petrakos. L’unico a correre è il suo primo ministro, i creditori per ora aspettano prima di far cadere sul tavolo della trattative il “prendere o lasciare”, mentre l’economia non solo rallenta, ma di fatto è congelata.

Lo stallo sui negoziati sta costando all’economia 22,3 milioni al giorno. È quanto denuncia la Confederazione del commercio e delle imprese elleniche (Esee), sottolineando che negli ultimi quattro mesi hanno chiuso in media ogni giorno 59 piccole imprese con la perdita di 613 posti di lavoro al giorno. Secondo uno studio della Esee, l’economia ellenica avrebbe bisogno di 25 miliardi solo per recuperare le perdite subite dal giorno in cui sono state indette le elezioni a dicembre. A fronte dell’alta percentuale di disoccupati che provengono dal settore privato, il sindacato del pubblico impiego ha deciso ieri per una fermata del lavoro (comunque retribuita)  per “la salvezza dei fondi pensioni”. La richiesta al governo è di assumersi le sue responsabilità e garantirne la sostenibilità, mediante i finanziamenti del governo e di ignorare le richieste dei creditori. Ma non solo. Si chiede al governo l’abolizione della clausola “deficit zero” per le pensioni integrative, il ripristino del 3% sugli appalti del settore pubblico a favore del loro fondo e della 13.a. e 14.a pensione. E ovviamente l’abolizione del Memorandum e la riduzione del debito. 

Gli impiegati si sono dati appuntamento di fronte al ministero del Lavoro, con il risultato che il traffico in uno dei viali più congestionati del centro di Atene ha prodotto code e ingorghi e ha fatto perdere, oltre alla pazienza, tempo e denaro.

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