DALLA GRECIA/ Il “portafoglio” che può togliere voti a Syriza

- Sergio Coggiola

Un accordo tra Grecia e creditori sembra sempre più vicino, ma non è ancora chiaro quando sarà siglato e quali contenuti avrà. Il punto da Atene di SERGIO COGGIOLA

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Alexis Tsipras (Infophoto)

Finalmente una bella notizia. Stando alle dichiarazioni del ministro Nikos Pappas, uno stretto collaboratore di Alexis Tsipras, il testo dell’accordo firmato con le “istituzioni” verrà presentato e votato in Parlamento e i parlamentari Syriza dovranno ubbidire alla disciplina del partito. Nonostante questa direttiva e in un clima di attesa, di ricatti, di ultimatum, ecco arrivare, puntuale come l’orologio del Cremlino, l’invito della sinistra-sinistra rivolto al governo a “preparare in profondità il popolo ellenico e a irrobustire il suo spirito combattivo nel caso in cui non sia possibile raggiungere nei prossimi giorni un accordo che sia in linea con il programma e i valori identitari della sinistra”. Se i creditori non indietreggiano, neppure la sinistra-sinistra indietreggia. E proprio a Mosca è volato ieri il suo capofila, Panagiotis Lafazanis a discutere di energia e di finanziamenti. Magari gli incontri non produrranno fatti concreti, ma almeno il ministro penserà di avere un asso nella manica per la sua strategia della “rottura”.  

Resta da conoscere la data in cui questo accordo verrà sottoscritto dalle parti. In questo fine settimana, come sostiene il governo? Entro la fine della prossima settimana come richiesto dall’Euro Working Group (Ewg)? A fine giugno come ha dichiarato ieri, il ministro Varoufakis? Con suprema dialettica, il ministro non ha chiarito i punti su cui Atene e Bruxelles sono ancora distanti, tantomeno sulle aliquote Fpa (Iva). Secondo Jean-Claude Juncker, le nuove aliquote dovrebbero portare nelle casse statali almeno 1,8 miliardi. “Non aggiungo altro perché un aggiornamento responsabile richiede una stampa responsabile”, e secondo lui la stampa ellenica è tutt’altro che “responsabile”, anzi gli procura “dolore”.

I nodi da sciogliere sono sempre gli stessi: aliquote del Fpa (Iva), pensioni (oggi alle casse statali costano 28 miliardi l’anno) e avanzo primario. E su questi si sono arenati le trattative con l’Ewg, il quale ha inviato un “ultimatum” al governo in cui esige che le trattative si chiudano entro venerdì prossimo e che, nel frattempo, Atene pensi a una serie di misure. A questo punto Tsipras ha rilanciato la carta della “soluzione politica”. Ha parlato con Frau Merkel e Monsieur Hollande per più di un’ora, giovedì sera, e spera in un risultato per lunedì quando sarà a Berlino per partecipare a un simposio sul futuro dell’Europa. 

Secondo fonti governative, si è creato un conflitto tra le “Istituzioni” riguardo il futuro dell’Europa. Gli europei, aggiungono, non si augurano un’uscita della Grecia dall’euro nello stesso momento in cui l’Inghilterra indirà nel 2017 un referendum sulla sua permanenza nell’Ue. A questa prospettiva, va aggiunta la considerazione del ruolo geo-politico della Grecia sia nei Balcani che nel Mediterraneo orientale. 

Si discute per un accordo “secco” che chiuda definitivamente le trattative, senza ritornare a discutere in autunno, ma si sostiene che “siamo pronti per ogni evenienza”. Il coordinatore delle trattative, il vice ministro Efklidis Tsakalotos ha detto che “un accordo sul sì a tutte le richieste non lo firmeremo”. “Per i creditori non siamo del tutto prevedibili. Questa è la grande differenza tra noi e Samaras. Per noi la rottura non è un feticcio. Lavoriamo per una buona soluzione, ma tutti sanno che le nostre condizioni sono molto chiare”. 

In effetti, Samaras si era dimostrato più morbido e prevedibile nelle trattative. Aveva firmato e fatto votare in Parlamento il Memorandum numero due. Ha varato leggi nello spirito dell’accordo, tuttavia ben poche di queste sono state applicate. Tranne un indiscriminato aumento delle tasse, i tagli a stipendi e pensioni, alcuni licenziamenti nel settore pubblico, la chiusura dell’emittente di Stato (in attivo grazie al canone), tutte le altre riforme (che erano “a costo zero” o portavano contanti nelle casse) sono rimaste lettera morta. 

E prima di lui, la stessa tattica l’aveva adottata il socialista Jorgos Papandreou. Sicuramente quelle riforme votate ma mai applicate hanno di fatto costretto il Paese a vivere in un prolungato stato di crisi economica che oggi è Tsipras a dover gestire. “Cinque anni dopo il primo programma di aiuti continuiamo a parlare di sostegno alla Grecia”, ha dichiarato il tedesco Schauble. “La lezione più importante che ci ha dato la crisi è stata, secondo me, che l’euro come moneta comune, così come l’Europa quale unione politica, funzionano soltanto quando tutti si attengono alle regole”. Da Dresda, a conclusione del G7, ha ribadito  che “le notizie positive dalla Grecia, non sono coerenti con ciò che sentiamo dalle istituzioni”.

Molti si augurano che le dichiarazioni finiscano, che si arrivi a un accordo, che la Patria sia salva, ma nel frattempo svuotano i conti bancari. Secondo i dati della Banca centrale della Grecia, dal novembre scorso a oggi sono stati ritirati 30,6 miliardi euro. Soltanto ad aprile la somma è stata di 4,9 miliardi, continuano i prelievi in questo mese e le banche dispongono oggi di circa 130 miliardi. Diminuito del 2,4% anche il totale dei prestiti a imprese e privati. Il “giorno dopo” il governo dovrà farsi carico di rimettere in piedi il Paese. 

Nel frattempo arriva l’estate, tempo dei “bagni del popolo” (espressione nata con il governo di Andreas Papandreou), con l’autunno si dovrà mettere mano al portafoglio per imposte (tante e pesanti) e gabelle. Soltanto allora si saprà quanti sono ancora dalla parte di Syriza e quanti entreranno nella schiera degli “indecisi”, in attesa di una ripresa economica. Di sicuro Tsipras dovrebbe avere del tempo, tempo che però non è compatibile con la logica di breve e brevissimo periodo che muove la speculazione finanziaria.

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