CRISI GRECIA/ Il “piano d’emergenza” che non basta per l’Italia

- Giuseppe Pennisi

Dobbiamo temere di essere trascinati da un tracollo della Grecia, da una sua uscita, più o meno volontaria, dall’eurozona? GIUSEPPE PENNISI ci aiuta a rispondere a questa domanda

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Dobbiamo temere di essere trascinati da un tracollo della Grecia, ossia un’insolvenza seguita da un’uscita (volontaria o forzata) dall’unione monetaria con implicazioni sulla stabilità finanziaria dell’Italia? L’eventuale sfaldarsi dell’eurozona farebbe accanire la speculazione nei nostri confronti? Lo spread tornerebbe a quota 500, o anche più, a ragione pure del nuovo “buco” apertosi nei conti pubblici in seguito a una sentenza della Corte Costituzionale prevedibile (e prevista da tempo da parte di tutti coloro che si intendono di diritto previdenziale)?

Nell’infuocato fine settimana, le voci della Banca centrale europea (Bce) e dei suoi accoliti hanno ribadito che non c’è nulla da temere poiché dal 2009 a oggi è stata costruito un vero e proprio “muro anti-incendio” (firewall): due pilastri dell’Unione bancaria europea (il sistema di vigilanza e il meccanismo per risolvere gravi crisi bancarie e potenziali dissesti), il Quantitative easing per rilanciare la domanda aggregata, il Piano Juncker per dar vita a un programma pluriennale di investimenti innovativi, nuove agenzie per monitorare gli andamenti finanziari.

Quindi, dovremmo dormire tra due cuscini di fronte alle minacce di Tsipras e Varoufakis di fare come il Sansone della Bibbia: affermano che l’uscita della Grecia (o la cacciata) comporterebbe il crollo dell’eurozona o almeno dei paesi meridionali più indebitati. Per tale motivo, i baci e gli abbracci tra Renzi e Tsipras ostentati ogni volta che le telecamere ne offrono il destro vorrebbero dire, secondo i greci, che il Presidente del Consiglio italiano è consapevole che il destino dell’Italia dipenderebbe, in buona misura, da scelte effettuate ad Atene.

Come spesso avviene, lo scenario più probabile sta a metà strada. Inutile, dannoso, dare eccessiva retta agli smargiassi e accarezzarli. Ingenuo, però, pensare che è stato messo in atto un meccanismo di piombo, blindato, per impedire incendi e in caso che vengano attizzati il loro diffondersi. In effetti, quello che si sta creando altro non è che un sipario anti-incendio, come quelli montati in quasi tutti i teatri negli anni Cinquanta – dal Settecento alla prima metà del Novecento i teatri venivano spesso divorati dalle fiamme. È un sipario efficace e in grado di contenere incendi nella maggior parte dei casi, ma che non ha impedito, ad esempio, che andassero a fuoco la Fenice di Venezia e il Petruzzelli di Bari.

Spieghiamo perché. Anche se dal 2009 in Europa hanno tutti imparato molto su come trattare le crisi, molti strumenti sono ancora in fase di messa a punto. Dei tre pilastri che avrebbero dovuto reggere l’unione bancaria ne funziona solo uno, il secondo (il meccanismo per risolvere i dissesti bancari) è così complesso che probabilmente non verrà mai utilizzato, il terzo (la garanzia comune sui depositi) pare abbandonato. Il Quantitative easing è appena iniziato e verosimilmente i suoi effetti si avvertiranno maggiormente nei paesi con i più alti tassi di produttività che sugli altri. Il Piano Juncker pare ancora nel grembo degli dei. Le nuove agenzie sono in fase di allattamento.

Occorre quindi rafforzare questi strumenti, ma ciò richiede tempo. Una società di ricerche tedesca, la Sintex, ritiene che la Grecia sarò fuori dall’eurozona, volente o nolente, entro i prossimi 12 mesi. In effetti, non ci sarebbe mai dovuta entrare se si fosse ascoltato il parere tecnico dell’Eurostat. Le conclusioni della Sintex sono risultato di analisi dell’azienda e di un sondaggio tra operatori finanziari. Hanno una valenza politica importante.

Con Tsipras e i suoi colleghi, occorre ora traccheggiare, non perdersi in baci e abbracci e altre scemenze. Da un lato, si guadagna tempo per rafforzare il sipario anti-incendio. Da un altro, si prepara un’uscita della Grecia meno dolorosa per tutti.



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