FINANZA E POLITICA/ Italia, un buco nel bilancio per colpa dei “furbetti” (al Governo)

- int. Nicola Rossi

Per NICOLA ROSSI, invece di introdurre tasse mascherate sotto finto nome, come da costume italiano, pensiamo a ridurre la spesa pubblica così da mettere in atto un risanamento dei conti

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Matteo Renzi (Infophoto)

«Invece di introdurre nuove tasse mascherate sotto finto nome, come da costume tipicamente italiano, pensiamo a ridurre la spesa pubblica così da mettere in atto un reale risanamento dei conti. La soluzione “furbetta” alla fine non paga e la sentenza della Consulta lo dimostra». Lo sottolinea Nicola Rossi, docente di Analisi economica presso l’Università degli studi di Roma (Tor Vergata) ed ex deputato prima del Pd e poi del Gruppo Misto. La Corte Costituzionale con una sentenza ha bocciato il congelamento degli scatti di pensione in proporzione all’inflazione che era stato deciso dal governo Monti per gli anni 2012 e 2013. L’effetto è un buco per i conti pubblici che era stato calcolato inizialmente per 4,8 miliardi di euro, poi per 10 miliardi di euro e che nell’arco di due giorni è già balzato a 11-13 miliardi.

Professore, perché è così difficile calcolare l’ammontare esatto del buco?

La cifra iniziale, cioè 4,8 miliardi, era riferita all’impatto della deindicizzazione nei due anni in cui era stata prevista, cioè il 2012 e il 2013. Se una pensione è deindicizzata per due anni, all’inizio del terzo risulta più bassa di quanto sarebbe stata altrimenti e quindi anche l’indicizzazione effettuata dal 2014 in poi avviene su una base più piccola. C’è una perdita secca per il pensionato non solo per i due anni in cui la deindicizzazione è effettivamente praticata, ma anche negli anni successivi.

Perché si è determinato il problema che ha portato alla sentenza della Consulta?

Come spesso accade, anche quando prende la forma di un governo tecnico, la politica italiana tende ad adottare soluzioni che mascherano i veri problemi. La mia convinzione è che i contratti devono essere rispettati e che il primo a doverlo fare è lo Stato. Se nemmeno il governo li rispetta, i cittadini si sentiranno legittimati a non farlo neanche loro. Se c’è un’emergenza finanziaria come quella che si è verificata nel 2011, i contratti vanno comunque rispettati. Ciò vale a maggior ragione per quelli con i pensionati, perché un anziano non è più in grado di fare fronte a un assegno più basso.

Ma quindi come si poteva fare di fronte a un’emergenza come quella del 2011?

Non dico che di fronte a un’emergenza finanziaria non si debbano colpire le persone che guadagnano di più, ma bisogna farlo chiamando le cose con il loro nome, cioè chiamando le tasse come tali. Attraverso la deindicizzazione di fatto sono state tassate tutte le pensioni di importo equivalente a tre volte il minimo. Si è fatto però il clamoroso errore di cercare di mascherare quanto è avvenuto sotto a un finto nome. Se l’avessero chiamata tassa, non avrebbero potuto farla così perché avrebbero dovuto considerare tutti i redditi al di sopra di un certo ammontare e non soltanto le pensioni. La soluzione “furbetta” che consiste nell’aggirare una norma non scritta con il sistema della deindicizzazione non ha funzionato.

Dove si trovano a questo punto i soldi necessari?

Abbiamo un debito addizionale di 10 miliardi di euro, che valgono 3 decimi di punto di Pil. Il governo dovrebbe in primo luogo dire che quella del tesoretto è stata una bufala, e poi dovrebbe cercare le risorse attraverso imposte o, come sarebbe preferibile, tagli di spesa. Invece di una spending review da 10 miliardi, sarà necessario farla da 20: ritengo che non sia un obiettivo impossibile da raggiungere. Probabilmente non si otterrà subito, ma almeno si comincia ad andare nella direzione della trasparenza, della chiarezza e di un reale risanamento dei conti.

 

Il governo a questo punto dovrà rinunciare a estendere la decontribuzione per i contratti a tutele crescenti?

Sì, in quanto ritengo che non ci siano risorse per più di 400mila occupati. L’unico risultato della decontribuzione sarà quello di avere trasformato 400mila posti di lavoro a tempo determinato in altrettanti a tempo relativamente determinato, come sono i contratti a tutele crescenti. Personalmente ritengo eccessivo aspettarsi che il Jobs Act avrebbe risolto i problemi della disoccupazione.

 

Gli 80 euro ai meno abbienti erano stati pensati per aumentare i consumi. Restituendo questi 10 miliardi ai pensionati si rischia che vadano a finire in risparmi?

Anche gli 80 euro sono finiti in risparmi. Sono stati utilizzati soprattutto per pagare i mutui, le rate di rientro dalle banche e le cartelle di Equitalia. Quando arrivano fonti di entrate straordinarie come gli 80 euro, o come potrebbe essere un domani la restituzione dei 10 miliardi ai pensionati, il primo obiettivo delle persone è quello di ridurre la portata del debito privato.

 

(Pietro Vernizzi)

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