DALLA GRECIA/ Lo “scaricabarile” che avvicina Atene al default

- Sergio Coggiola

Ancora l’accordo tra Grecia e creditori, nonostante gli annunci di Tsipras, resta lontano. E l’atteggiamento del Governo non chiaro. Il punto di SERGIO COGGIOLA

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Alexis Tsipras (Infophoto)

La linea rossa (no al taglio delle pensioni, no alla deregolamentazione dei rapporti di lavoro) del governo è la linea rossa del popolo ellenico. È la condizione indispensabile per uscire dalla crisi. Tanto trionfo si legge nel comunicato stampa emesso dopo la riunione della segreteria politica di Syriza. Che continua: “Vogliamo il popolo quale coprotagonista degli eventi, che dia battaglia e che rivendichi i suoi diritti. Vogliamo il popolo coprotagonista per quanto lo riguarda, e da esso dipende, e dipenderà, il futuro del Paese”. Spiegato, vuol dire che Syriza sta abbracciando l’ipotesi di nuove elezioni, o comunque di un referendum. 

Ma il “popolo” non si espresso tre mesi fa? Non aveva dato il suo mandato a Tsipras per negoziare condizioni finanziarie migliori senza per questo uscire dalla zona Euro? Ecco, i compagni, dopo la riunione, si sono dichiarati soddisfatti. Tra tante incertezze e cambi di direzione, questa volta il loro leader, e primo ministro, era stato chiaro: la frattura tra Bruxelles e Fmi impedisce al governo di  continuare nelle trattative. Si legge in un “non paper” della Presidenza del Consiglio, emesso poco prima che si riunisse la segreteria politica di Syriza. Una frattura che ha obbligato il governo a “non legiferare sulle riforme prima di un accordo” tra i creditori. 

In pratica, è la tesi di Atene, il problema non è la credibilità delle riforme, ma il fuoco incrociato tra Fondo monetario internazionale e Commissione Ue, ciascuno irremovibile sul suo rispettivo punto fermo, che starebbe impedendo di raggiungere un compromesso per risolvere lo stallo a pochi giorni dalla scadenza di una nuova rata dei debiti del Paese nei confronti del Fmi. Secondo quanto riferito all’agenzia Bloomberg da un esponente del governo ellenico, in particolare il Fmi non intenderebbe cedere su deregolamentazione del mercato del lavoro e pensioni, Bruxelles su surplus di bilancio e taglio del debito.

Ma facciamo alcuni passi indietro. La scorsa settimana, Tsipras aveva dichiarato che entro domenica (3 maggio) si sarebbe arrivati a un accordo. Negli stessi giorni il governo aveva redatto una lista di riforme da presentare prima al Consiglio dei ministri e poi ai tecnocrati del “Brussels Group”. La lista ai ministri non è arrivata, anzi è partita direttamente per Bruxelles. Iniziati i colloqui “positivi” per arrivare a un accordo-ponte in grado di arrivare a un’approvazione da parte dell’Eurogruppo, ecco arrivare, proprio sabato sera 2 maggio, il cambio di strategia: niente accordo-ponte, ma un accordo “new deal” per il biennio 2015-2016,  attraverso passi intermedi. Il governo, si saprà il giorno dopo leggendo i giornali, non è riuscito a trovare un compromesso al suo interno: troppi le voci discordanti. Trascorsa una giornata ecco che, l’altro ieri,  è arrivato il comunicato del governo, il quale ha preso la palla al balzo per sostenere che le trattative venivano boicottate dalla ex Troika. 

Ieri, a soffiare sul fuoco della “rottura” ha contribuito un articolo di “Avghì” (organo ufficiale di Syriza), sembra ispirato dal governo. Si legge che: “Le bugie sono finite, maggio avanza, Atene ha spiegato e i creditori lo sanno che se non ci saranno finanziamenti le prossime rate del debito non verranno pagate – e questa posizione non è un bluff. Sta a loro giocare la palla”. “Non è possibile – conclude l’articolo – che le riforme necessarie vengano bloccate dai micro-interessi tedeschi o dall’incertezza del Fmi. Non è possibile che negli ambienti del governo tedesco circolino due o tre giudizi diversi per ogni materia”.  Dunque, la colpa dell’impasse per l’avvio delle “riforme necessarie” è da imputare agli “altri”. E poi quali riforme ha implementato, finora, il governo? Nessuna di quelle previste nella “lista Varoufakis”.

Tra tante incertezze, smentite e cambi di passo, un fatto è certo: nella prossima riunione dell’Eurogruppo non si prenderà alcuna decisione sulla Grecia. Senza un messaggio “positivo” sull’andamento delle trattative, la Bce non dovrebbe agevolare il finanziamento, con emissione di nuovi Buoni del Tesoro. Dunque Atene è legata al meccanismo dell’Ela. Ma fino a quando?  Il vice primo ministro, Yannis Dragasakis, era a Francoforte per incontrare Mario Draghi. L’incontro non ha prodotto il risultato sperato da Atene che chiedeva  un alleggerimento delle pressioni della Bce. Finito il discorso del vice primo ministro, è stata la volta di Mario Draghi: “In mano ho il non paper del suo governo che parla di rottura con i creditori”. Poco prima del colloquio, infatti,  il governo aveva pubblicato il “non paper” in cui declinava ogni responsabilità sul possibile fallimento dei colloqui con in creditori. Dragasakis è rimasto di sasso. Quella dichiarazione rappresentava il fallimento della sua missione a Francoforte.

Dunque tutto ancora è in alto mare. Il 12 maggio sapremo se Atene pagherà la rata del debito al Fmi. Comincia invece a venire a galla la vera cultura politica dei dirigenti Syriza. Più si ingarbuglia la matassa delle trattative, più le posizioni si irrigidiscono e più l’anima populista-vetero-comunista di alcuni esponenti viene a galla. Si pensava che, nonostante la dura opposizione degli anni scorsi, quando il partito era un minuscolo drappello di “duri e puri”, una volta al governo avrebbe, di fronte alla prassi di governo, abbracciato le idee della social-democrazia. Niente di più errato. “Il prossimo passo dei lavoratori sarà quello di appropriarsi dei mezzi di produzione”, sostiene l’europarlamentare Manolis Glezos (il cui unico merito è stato quello di ammainare la bandiera nazista dal pennone dell’Acropoli). 

Scrive invece Yannis Milios, ex responsabile del programma economico di Syriza: “Il mandato del governo è duplice: interrompere le politica di austerità, raggiungere un accordo con i creditori per le coperture finanziarie dello Stato. Se i creditori sono indifferenti alla democrazia e alla volontà del popolo ellenico e chiedono che l’austerità continui (cioè chiedono al governo di non rispettare la volontà del popolo ellenico), allora una sola è la soluzione: non pagare i debiti”. Dichiarazioni massimaliste che preoccupano il partito comunista – quello della falce e del martello. Forse che Syriza stia erodendo la sua base elettorale?
A oggi, anche il governo si è allineato sulle posizioni estremiste e Tsipras sembra su una bicicletta: resta in piedi finché pedala. È stato così finora – o per lo meno sta gridando ai quattro venti che sta pedalando, ma in quale direzione? Alla fine la società ellenica potrebbe accorgersi che sta in sella a una “cyclette”, ma sarà forse troppo tardi, qualcuno dovrà pagare i danni arrecati.

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