SPY FINANZA/ I numeri della Cina fanno “tremare” i mercati

- Mauro Bottarelli

La situazione finanziaria in Cina non è facile e un rialzo dei tassi di interesse americani potrebbe creare più di uno scossone. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

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C’è tensione in Asia. Ieri il Nikkei, l’indice di Borsa giapponese, ha chiuso in forte ribasso per l’apprezzamento dello yen sul dollaro (le parole al riguardo, ancorché smentite, di Barack Obama al G7 in Baviera hanno subito sortito effetti concreti) e per il timore dell’aumento anticipato dei tassi da parte della Fed. Ma a dirci che l’area sta bollendo come una pentola a pressione sono altri due dati: primo, la banca britannica Hsbc, espostissima al mercato del Far East, ha annunciato qualcosa come 50mila tagli occupazionali (un posto di lavoro su cinque) per mantenere in ordine i conti (e pagare i dividendi agli azionisti), addirittura con la cessione totale delle attività in Brasile e Turchia. Secondo, ieri sono andati in ribasso anche i listini cinesi, dopo i pessimi dati sull’inflazione, rasoterra, e i prezzi della produzione alla fabbrica, ancora negativi. 

La crescita dei prezzi in Cina è rallentata al +1,2% rispetto a un anno prima, era il +1,5% ad aprile, contro una previsione del governo di un +3% quest’anno. Obiettivo piuttosto lontano, tanto che gli economisti si domandano sempre più spesso se la seconda economia del mondo stia per entrare in un periodo di deflazione. L’indice dei prezzi alla produzione a maggio è crollato del 4,6% anno su anno, copiando esattamente la situazione di aprile e andando oltre le previsioni degli esperti. I prezzi alla produzione stanno scendendo ormai da 39 mesi consecutivi, cioè dal marzo 2012, a causa di una domanda interna sempre più debole e consumi al rallentatore. Questo nonostante le continue manovre di intervento a sostegno dell’economia da parte del governo centrale e della Pboc, a dire il vero per ora limitatasi a un’operazione swap sul debito delle varie entità regionali per 1 triliardo di yuan. 

Ma c’è dell’altro che riguarda la Cina e che deve preoccupare: il mercato azionario, il quale vede lo Shanghai Composite salire del 52% da inizio anno e di più del 140% su base annua, mentre lo Shenzhen è salito del 115% da inizio anno e del 185% rispetto al giugno 2014. Insomma, le equities cinesi sono l’asset meglio performante al mondo, peccato che ormai tutti parlino chiaramente di bolla speculativa, visti entità e velocità di questo rally, completamente sconnesso dai fondamentali dell’economia, come abbiamo appena visto. Ma anche dai fondamentali di mercato, che per la Borsa sono gli utili: come si può credere a un mercato in cui i titoli salgono nella stratosfera, ma la crescita del Pil sottostante è continuamente rivista al ribasso e i profitti stanno crollando? 

Stiamo parlando di un contesto in cui il margin debt sulle equities è salito al 3% del Pil dalla scorsa estate e ora sta approcciando a quota 3,5%, un dato che batte quello statunitense che a sua volta rappresenta un record a livello globale, come ci mostra il grafico a fondo pagina. E prendendo il dato annualizzato, negli ultimi due mesi il margin debt cinese si è espanso fino al 6% del Pil! E cosa fanno le bolle? Si espandono continuamente e poi esplodono, ma quando sono così dipendenti dalla leva come le equities cinesi il rischio di un botto che mandi scossoni sistemici è quasi assicurato. 

Certo, chi è lungo sul mercato cinese (oltre ad aver fatto una vagonata di soldi) è convinto che l’inclusione dei titoli cinesi negli indici globali porterà con sé acquisti cosiddetti “istituzionali” che garantiranno la prosecuzione del rally, ma tocca ricordare che attualmente allo Shenzhen Composite la ratio di utile per azione è 66x (con un media addirittura di 108x e addirittutra il 133x del ChiNext, il Nasdaq cinese), un dato che va comparato al 75.8x raggiunto nel picco della bolla del 2008. Non manca molto, come vedete. 

Ma non basta, perché la dimostrazione che stiamo parlando veramente di una delle bolle speculative più grandi mai esistite ce la offre il primo grafico a fondo pagina, il quale ci mostra l’incredibile rally vissuto dallo scorso 13 febbraio adoggi della Jicheng Umbrella Holdings Limited alla Borsa di Hong Kong, un sobrio +2.700%! Direte voi, come minimo è un’industria farmaceutica che ha scoperto un farmaco anti-tumorale miracoloso. No, è una ditta che produce ombrelli in plastica colorati! E questa non sarebbe una bolla? Ma attenzione, perché al netto di questa follia (per tamponare in qualche modo la quale la Pboc dovrà per forza dar vita a una forma di Qe), è un altro il segnale dalla Cina di fondamentale importanza arrivato ieri e plasticamente mostrato nel secondo e terzo grafico. Il bilancio commerciale cinese è salito ancora, quasi a un dato record, a seguito del collasso dell’import e del dato quasi in linea dell’export, il quale è calato del 2,5% anno su anno, mentre le importazioni si sono schiantate del 18,1% anno su anno (quinto calo di fila): qual è il segreto nascosto dentro questo dato? Semplice, la Cina non importa più petrolio perché a quanto pare ha terminato il suo programma di re-stocking delle riserve strategiche, in atto durante l’ultimo anno grazie al crollo del costo del petrolio a livello globale e ai prezzi di favore garantitigli dall’Arabia Saudita nel commercio bilaterale. 

Ma se una gran parte del calo nell’import è relativa al prezzo, è l’entità del collasso nel volume che preoccupa davvero: si tratta del maggior calo annualizzato dal 2013 e del peggior a livello mensile dal 2010. Ora, ragionate: se l’Opec nella riunione di venerdì scorso a Vienna ha deciso di mantenere inalterata la produzione del greggio a 30 milioni di barili al giorno e questo dato ci dice che la Cina non sarà più primario player di mercato negli acquisti, visto che ha riempito le sue riserve strategiche, perché il prezzo del petrolio non è crollato per eccesso di offerta, ma anzi ieri salivano di oltre il 2% sia il Wti che il Brent? La riposta degli economisti è che con l’arrivo dell’estate si usa di più la macchina perché si va via nel weekend e poi ci si muove per le ferie, soprattutto negli Usa e in Europa. Insomma, domanda stagionale. 

Vi sembra credibile, al netto della sovra-offerta che stiamo per affrontare, con i produttori shale Usa massacrati a livelli finanziario e occupazionale, ma comunque ancora vicini al massimo della produzione? Solo per la Cina parliamo di un -11% di importazioni di petrolio nel mese di maggio a livello annualizzato: e quando arriverà settembre e la stagione estiva volgerà al termine, cosa dobbiamo aspettarci? Pensateci bene, settembre è il mese in cui tutti temono l’aumento dei tassi della Fed: uniteci uno scossone ulteriore sul prezzo del petrolio e magari un riacutizzarsi dell’instabilità politica in Medio Oriente. Non è il mix perfetto affinché gli Usa possano lastricare la strada per il loro Qe4? 

Il problema è capire a che punto sarà il prossimo settembre la bolla azionaria cinese, perché il rischio “taper” di un aumento dei tassi Usa manderà scossoni pesantissimi non solo in Asia, ma in tutti i Paesi emergenti, quindi Cina e Russia compresi. Di più, i titoli azionari dei mercati emergenti ieri sono scesi per il dodicesimo giorni di fila, la stringa di calo più lunga dal 1990, mentre l’indice Msci Emerging Markets ha portato il suo livello di perdite al 6,5% dallo scorso 22 maggio, dopo essere cresciuto dell’1,5% quest’anno e con un trade che si basa su un multiplo di utile per azione a 12 mesi di 11.8x. Non vi pare che siamo dentro in pieno a un – per ora pacifico – war game in piena regola? E che, cosa più importante, il prezzo del petrolio sia platealmente manipolato e non risponda più a logiche di domanda/offerta ma solo a esigenze geopolitiche? 

Chissà se l’Fbi, tanto solerte nel perseguire la corruzione della Fifa e a mettere nel mirino i prossimi mondiali in Russia (guarda caso) e Qatar, troverà il tempo di fare un giretto al Nymex e al Cme per vedere come funzione il mercato dei futures petroliferi da qualche mese? Chissà. 

 

 



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