FINANZA E POLITICA/ I 6 passi per uscire dalla “trappola” europea

- Stefano Cingolani

Quanto sta avvenendo nelle ultime settimane mostra un’Europa in crisi su diversi fronti. Per STEFANO CINGOLANI c’è il modo per riuscire a cambiare rotta all’Unione

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Ma che Europa è quella che uccide la mitologica madre, rifiuta chi cerca asilo, si fa guidare dal gene egoista? Davvero non sappiamo più che cosa sia questo mostro con 28 teste che si mordono a vicenda. È comprensibile che cresca la voglia di mollare la bestia al suo destino. Le elezioni in Danimarca, le ultime in ordine di tempo, hanno dimostrato anch’esse qual è lo stato d’animo oggi prevalente. Eppure dell’Europa, persino di questa Europa, non possiamo fare a meno. Chiunque si distacchi deve per forza di cose, per la legge bronzea della storia, cercare un grembo più grande e più forte nel quale rifugiarsi. 

Alexis Tsipras ovviamente non sarebbe in grado di fare da solo, qualcuno dovrà sostenerlo, ed è tentato di farsi difendere dalla Russia se l’America è troppo lontana, debole e piegata sul proprio ombelico, rimestando così le ceneri della Guerra fredda. Nessuno è un’isola, tanto meno nell’oceano globale. 

Insomma, siamo in una bella trappola: con l’Ue così com’è non andiamo avanti; senza, andiamo indietro. Domina un sentimento di impotenza ed è davvero difficile riportare tutto a una dimensione razionale. 

I quattro presidenti dell’Unione europea (presidente della Commissione, del Consiglio, della Bce e dell’Eurogruppo) presenteranno al vertice della prossima settimana i risultati delle loro riflessioni. Da quel che si sa, lanceranno la palla avanti, probabilmente troppo avanti, chiedendo un’ulteriore riduzione della sovranità nazionale a favore dell’Eurogruppo che avrebbe il potere non solo di sindacare, ma di indirizzare le politiche di bilancio. 

Passo successivo, in termini logici se non temporali, il reform compact del quale ha più volte parlato Mario Draghi, cioè un patto vincolante per realizzare alcune riforme strutturali con l’obiettivo di rafforzare il mercato unico del lavoro, del capitale, dei servizi oltre che delle merci. Dunque un balzo in una fase ulteriore di federalismo de facto senza che esista ancora un federalismo de iure, il quale richiede un governo comune. 

Dall’aria che tira non sono tempi per voli pindarici, tanto meno per revisioni pur necessarie dei trattati. Il Consiglio europeo sarà dominato dalle emergenze, ed è facile prevedere che non ci saranno soluzioni. Eppure qualcosa si potrebbe fare per evitare forzature irrealistiche e non cadere nell’impotenza. Che cosa? Proviamo a buttar giù alcune idee. 

1- La Grecia. La trattativa si è bloccata sulle riforme, perché il governo di Atene non vede quale vantaggio potrebbe avere tagliando le pensioni. L’Italia che lo ha fatto ne sta pagando adesso le ricadute politiche e sociali. Ebbene, il negoziato è stato mal impostato. L’Ue ritiene le riforme strutturali un bene in sé e non offre nulla in cambio; le riforme si giustificano da sole. Dunque, prima non ha offerto nulla. Poi si è detta disposta a ristrutturare il debito greco, che in gran parte è già stato rinviato di vent’anni. Tsipras si gioca la sua partita adesso non nel futuro e oggi come oggi non ha da offrire ai suoi elettori se non dei gesti muscolari quanto impotenti. Invece i greci hanno bisogno di lavorare, la priorità è l’occupazione. Uno scambio più proficuo, allora, potrebbe essere tra riforme e investimenti, pubblici e privati, sostenuti e garantiti dalla Ue. Come? Ci sono già strumenti, ma se ne può creare uno nuovo.

2- I quattro presidenti propongono di far nascere un Fondo monetario europeo simile al Fondo monetario internazionale. Ma è di questo che c’è bisogno? Il Fmi è nato per assistere i paesi che debbono riequilibrare la loro bilancia dei pagamenti. In realtà, nell’area euro siamo in presenza di squilibri interni a una zona monetaria integrata che potrebbero essere riassorbiti se tutti rispettassero il principio di reciprocità sul quale si basa, del resto, l’Unione. Invece, in questa fase in cui l’economia europea non cresce, serve un fondo d’investimenti che agisca come un fondo sovrano alimentato non solo dai governi, ma da risorse di vario genere, sia pubbliche sia private, incentivate con un regime fiscale favorevole e con tassi d’interesse a lungo termine stabili e bassi.

3- Il tetto del 3% al disavanzo pubblico andrebbe quanto meno congelato. Troppo rigido di per sé (ormai lo dice lo tesso Fondo monetario internazionale), è sempre più chiaro quanto sia irrealistico: si pensi che la Francia non lo ha mai rispettato. A questo punto, è meglio sospenderlo in attesa di tempi migliori e adottare un criterio diverso: il pareggio del bilancio pubblico in presenza di piena occupazione.

4- Ciò spingerebbe anche la banca centrale a usare il tasso di disoccupazione come criterio di riferimento accanto all’inflazione; ed è possibile senza rivedere il trattato istitutivo il quale parla già di stabilità monetaria e di crescita sostenibile. Da questo punto di vista, è senza dubbio interessante la proposta di un’indennità di disoccupazione europea avanzata dall’Italia. 

5- Quanto al debito, occorre distinguere tra il debito nazionale e quello estero, tenendo presente che se un Paese s’indebita con se stesso non crea gli stessi problemi alla stabilità finanziaria rispetto a chi ricorre in modo massiccio ai prestiti internazionali. Ciò in attesa che venga messa in comune, come logica vorrebbe, la quota di debito pubblico considerata fisiologica (ammettendo che abbia senso la quota del 60% del Pil). Anche questo in teoria non comporta una revisione dei trattati.

6- Abbiamo lasciato per ultima la questione più bruciante anche sul piano etico, non solo sociale e politico: l’ondata migratoria. Se ci fosse una leadership forte e razionale, dovrebbe imporre una linea di condotta comune. Angela Merkel ha parlato di rendere omogenei i codici di condotta. Ciò richiede di armonizzare, come dicono a Bruxelles, le legislazioni nazionali sull’asilo, e di distinguere in modo netto (per quel che è possibile) tra rifugiati politici (che vanno divisi tra tutti i paesi in modo equo) e migranti per ragioni economiche dei quali debbono farsi carico i singoli paesi in base alle loro capacità di accoglienza e alle loro esigenze economiche. Per questo occorrono politiche dell’impiego, non solo poliziotti; e alcuni stati, come quello italiano, sono più indietro di altri. Una soluzione buona sempre e per tutti non c’è. Nessun muro ha mai retto alle aspirazioni dell’uomo alla vita, non solo a una vita migliore. Il gene egoista non ha mai vinto checché ne dicano i neomaterialisti. Quel che si può fare è approntare misure ragionevoli: i movimenti dei popoli, proprio come le alluvioni, possono essere incanalati, ma non fermati.

Senza fughe in avanti, dunque, ma con un approccio pragmatico e proposte concrete, sarebbe possibile re-indirizzare il dibattito europeo. Ma se non si disinnesca prima la mina greca, nessuno avrà il tempo, né la voglia di ragionare. La Bce non sa dire se lunedì le banche greche riapriranno. Il governo italiano giura che noi siamo al sicuro. Incrociamo le dita e allacciamo le cinture.

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