IL CASO/ Quei 20.000 lavoratori che il Governo non sa dove mettere

- Luigi Oliveri

Nonostante il ddl Delrio sia stato approvato da tempo, ancora nulla si sa del destino dei 20.000 dipendenti delle province soppresse. LUIGI OLIVERI ci spiega perché

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Grande è la confusione delle varie riforme riguardanti la Pubblica amministrazione, per prima quella concernente le province. È passato oltre un anno dall’entrata in vigore della legge Delrio e sei mesi dall’approvazione della legge 190/2014, le due norme che regolano la riforma delle province. È sotto gli occhi di tutti, però, che la riforma non ha prodotto nessuna razionalizzazione dell’ordinamento locale, nessun risparmio, nessuna riduzione di tasse, nessun risultato percepibile. A parte quello del caos creato e della condanna certa delle province e delle stesse città metropolitane neonate al dissesto finanziario.

Tra gli effetti negativi più rimarchevoli della complessiva manovra è la circostanza che la legge 190/2014 dà 24 mesi di tempo per la ricollocazione dei circa 20.000 dipendenti provinciali soprannumerari, ma ne sono passati già sei senza che sia partito in modo efficace il delicatissimo processo di trasferimento del personale provinciale e, soprattutto, delle funzioni. In sostanza, mentre le norme della legge 190/2014 restano disapplicate e quelle della legge Delrio risultano sostanzialmente abolite proprio dalla legge 190/2014, si va a tentoni.

Quasi la metà del personale provinciale da trasferire, circa 7.500 dipendenti, opera presso i servizi per il lavoro. La circolare congiunta 1/2015 del ministero delle Riforme e del ministero degli Affari regionali, ha immaginato – senza che vi sia alcuna base legislativa – che detto personale risulti inserito in un percorso di trasferimento “dedicato”, perché destinato all’Agenzia nazionale per l’occupazione. Ma ormai tutti hanno capito quello che era già chiaro mesi fa: l’agenzia non nascerà affatto in tempi brevi. 

Prevista in termini astratti dalla legge 183/2014 (il cosiddetto Jobs Act), è stato appena approvato in prima lettura dal Governo il decreto legislativo che la deve istituire. Tuttavia, occorrerà aspettare quasi metà dell’estate perché il decreto entri in vigore. Poi, ci vorrà non meno di un anno per adottare tutti i regolamenti e decreti necessari per far sorgere l’agenzia. È, dunque, ormai quasi impossibile che il passaggio dei 7.500 dipendenti provinciali avvenga prima della scadenza del 31/12/2016, decorsa la quale sarebbero destinati alla “disponibilità”, una sorta di cassa integrazione che dura 24 mesi e conduce al licenziamento.

Il Governo, consapevole che ormai i tempi tecnici per traghettare i servizi per il lavoro e i loro dipendenti dalle province all’Agenzia non ci sono più, col cosiddetto “decreto enti locali” prova a giocare la carta dell’assegnazione delle funzioni alle regioni, nelle more della costituzione dell’Agenzia, che intanto nascerebbe limitandosi ad assorbire qualche dipendente del Ministero del lavoro, dell’Isfol e di Italia Lavoro.

Per coinvolgere le regioni, lo Stato mira ad attirarle con la sottoscrizione di apposite convenzioni di gestione dei servizi, per effetto delle quali erogherebbe una somma non superiore a 140 milioni l’anno per due anni, 70 dei quali tratti dal fondo di rotazione per la formazione professionale, a sua volta finanziato dal Fondo sociale europeo. Questo è uno dei punti debolissimi dell’idea: l’Ue vieta di utilizzare i fondi europei per pagare i servizi ordinari per il lavoro.

Inoltre, la cifra indicata non è lontanamente sufficiente a sostenere il costo del personale provinciale, che è di circa 250 milioni. Ai quali, tuttavia, sono da aggiungere altri 470 milioni circa di spese per approvvigionamenti, servizi, appalti, utenze e quanto necessita per il funzionamento dei servizi per il lavoro. Insomma, il decreto enti locali finirebbe per scaricare addosso alle regioni una nuova spesa di circa mezzo miliardo, che le regioni non hanno alcuna intenzione di accollarsi.

Sempre il decreto enti locali rivede l’idea maturata a sua volta con la circolare 1/2015 di riservare al personale dei corpi di polizia provinciale un percorso di trasferimento nelle nuove forze di polizia che dovrebbero nascere a seguito dell’entrata in vigore dei decreti di attuazione della legge delega, cosiddetta riforma Madia, all’attenzione della Camera attualmente. L’idea della circolare 1/2015 anche in questo caso appare tramontata, perché inattuabile. Per un verso, anche i tempi di attuazione della riforma Madia continuano a slittare e ben difficilmente prima dell’autunno 2015 si cominceranno a vedere i decreti attuativi, tra i quali quello della riforma delle forze dell’ordine non appare tra i prioritari (più urgente è la riforma della dirigenza pubblica). Per altro verso, in sostanza in Parlamento è già stata adottata la decisione di non far transitare la polizia provinciale nelle altre forze di polizia.

Per questo, il decreto enti locali ripiega verso un’idea diversa: il trasferimento della polizia provinciale presso i corpi di polizia municipale. Anche in questo caso, però, non mancano contraddizioni e confusione. Il trasferimento dei poliziotti provinciali resterebbe subordinato al “riordino” delle funzioni provinciali “non fondamentali”, esponendolo, dunque, a ritardi e omissioni non quantificabili. Il riordino, infatti, è di competenza delle regioni, che da mesi brillano per non volerlo affatto porre in essere.

Sotteso al trasferimento della polizia provinciale a quella municipale, poi, vi è la considerazione che le funzioni in materia di polizia ambientale e venatoria, cioè quelle che connotano la specifica professionalità della polizia provinciale, dovrebbero essere assorbite dai comuni. Si tratta, tuttavia, di una scelta palesemente grossolana e criticabile.

Le funzioni di vigilanza ambientale e venatoria sono tipicamente “di area vasta”, cioè, per meglio capirsi, sovracomunali, perché si svolgono in territori ampi, per i quali mal si conciliano gli angusti confini delle mura comunali. Se, poi, come è molto probabile che avvenga, la gran parte dei circa 3.000 poliziotti provinciali da trasferire venisse acquisita dai comuni capoluogo o di grandi dimensioni, ci sarebbe da capire come in territori urbani e industriali si possa efficacemente svolgere la funzione di salvaguardia, prevenzione e sanzione in materia ittico-venatoria e ambientale.

Alla confusione in atto si aggiunge quella delle Agenzie fiscali, che hanno dovuto fare a meno dei dirigenti cooptati tra i propri funzionari interni, a seguito della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato incostituzionali le norme con cui il Governo Monti aveva inteso salvaguardare l’illegittima prassi di assegnare incarichi dirigenziali a funzionari interni. Per risolvere, ora, la mancanza di centinaia di dirigenti, comincia a farsi strada nel Governo – con ampio ritardo – l’idea di chiamare i dirigenti delle province. Ma pare che le agenzie fiscali abbiano soprattutto necessità di dirigenti tecnici, ingegneri e architetti, cioè esattamente i dirigenti che nella gran parte sono inquadrati nelle funzioni provinciali fondamentali e, dunque, sottratti alla sovrannumerarietà e, di conseguenza, al processo di mobilità verso altre amministrazioni.

È chiaro che la ricollocazione dei dipendenti provinciali non segua un percorso di logicità e funzionalità. Nei mesi scorsi si faceva un gran parlare delle carenze di organico degli uffici giudiziari, ma della possibilità di favorire il trasferimento dei provinciali presso il ministero della Giustizia si è persa traccia. Tutto discende dal fatto che il legislatore ha imposto la sovrannumerarietà dei dipendenti delle province e sottratto a tali enti a regime 3 miliardi di spese correnti, senza aver, come logica, buon senso e corretto operare avrebbero imposto, né valutato prima quali posti fossero vacanti e da coprire nelle altre amministrazioni, né aver riservato parte delle risorse sottratte alle province al finanziamento delle funzioni e del personale provinciale, trasferito agli enti destinatari.

La conseguenza, dunque, è agire a spizzichi e bocconi, mediante toppe che confermano i buchi di una riforma, peraltro, come è facile notare, totalmente sconnessa e non coordinata con la riforma complessiva della Pa, il già citato disegno di legge delega “Madia” all’attuale attenzione della Camera.

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