DALLA GRECIA/ Le “brutte sorprese” ancora possibili per Tsipras

- Sergio Coggiola

Sembra ormai fatta: la trattativa tra Grecia e creditori è vicina a un accordo che potrebbe essere siglato oggi. Ma la partita ad Atene è solo all’inizio, spiega SERGIO COGGIOLA

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Alexis Tsipras (Infophoto)

Dopo tanti palleggi tra le due metà campo, finalmente la palla è andata in rete. Alla fine del primo tempo il risultato è: Creditori (Commissione europea, Bce e Fmi) 1, Grecia 0. Oggi, con l’Eurogruppo, inizia il secondo tempo di una partita estenuante durata cinque mesi. Cinque mesi usati dalla Grecia applicando uno stretto “catenaccio” e una lunga “melina”. Ma alla fine Atene si è arresa presentando delle proposte che avranno un peso per la società ellenica pari a 7,899  miliardi per il biennio: 2,69 per il 2015 e 5,207 per il 2016, stando ai dati presentati da Atene. Non sarà più “austerità”, ma “vita austera”, per usare un eufemismo poetico caro a Yanis Varoufakis. 

Le proposte di Atene “sono una buona base per discutere”, hanno dichiarato all’unisono i responsabili europei. Si continua a discutere, e ancora non è chiaro se sarà un accordo per un’estensione di sei mesi del programma di bailout (come propongono i creditori) o un accordo “definitivo” (come chiede Atene). Ma non è sicuro che dalla riunione di oggi dell’Eurogruppo non escano altre sgradite sorprese per Tsipras, il quale ha ammesso che le proposte hanno ben poco a che fare “con il programma elettorale di Syriza, ma sono il risultato di una dura trattativa che non lede i diritti lavorativi, non distrugge la coesione sociale e fornisce una prospettiva”. “Una proposta  – si legge nel documento – che non condanna il Paese a una dura austerità ed è una soluzione sostenibile  per l’economia, senza che vengano penalizzati i medi e bassi stipendi”.

Queste dichiarazioni sono il primo abbozzo dell’imminente campagna di persuasione  per “vendere” il probabile accordo. Il canovaccio di ieri era il seguente: “Dovevamo scegliere tra accordo e uscita dall’euro. Non si poteva agire diversamente per la ragione che il mandato elettorale ricevuto non era indirizzato alla rottura, ma alla ricerca di un accordo”. La proposta di Atene prevede una penalizzazione per tutti: salariati, pensionati, liberi professionisti e imprenditori, ma non si parla di tagli alla spesa pubblica (tranne le spese militari). Ovviamente nella proposta sono contenute altre riforme che riguardano la politica fiscale, la ristrutturazione della macchina burocratica, ecc.  

È vero che stipendi pubblici e pensioni non verranno tagliati, ma perderanno il loro potere di acquisto del’1,5% i primi e del 6% le seconde, in base all’aumento delle trattenute a favore del Sistema sanitario nazionale. Anche le pensioni integrative verranno tagliate del 3-3,5%. Alle imprese verrà aumentata dal 26% al 29% la tassa sui guadagni pre-tasse e verrà applicato un balzello straordinario pari al 12% per quelle aziende che abbiano registrato un ricavo che superi il mezzo milione di euro. Chissà quale impatto potrà avere questa misura  nella lotta alla disoccupazione. 

Poi ci sarà un aumento del Fpa (Iva) per alcuni prodotti alimentari, ma il documento riporta soltanto vaghe proposte per l’aliquota per le isole (oggi ha una riduzione del 30%). Resterà invariata le tasse sulla prima casa (altra promessa disattesa, almeno per quest’anno). Nei prossimi giorni si dovrebbe redigere  la forma definitiva del pacchetto di misure che Atene dovrà votare e applicare. Sono queste le “prior actions” prima che arrivino nuovi finanziamenti e che si discuta della ristrutturazione del debito.

Sono trascorsi cinque mesi, molti aggettivi che accompagnavano la parola “accordo” sono stati messi a riposo. La “linea rossa” è stata superata dai numeri proposti da Atene, ma ancora oggi evocata come un “successo” del governo. La “soluzione politica” non ha dato i risultati sperati perché i creditori, come da tradizione, esigono numeri e tabelle. Cinque mesi in cui l’economia ha voltato in recessione, se proprio non si è congelata in attesa di una prospettiva. In pratica, tutti i sacrifici fatti dal 2012 a oggi sono stati mortificati e si ricomincia con un altro periodo di austerità, meglio vita austera. 

C’è da chiedersi che cosa resterà di questa partita nella memoria collettiva: la riduzione del potere di acquisto, un’eguale pressione fiscale,  oppure il dato che questa volta è stata la Grecia a presentare le misure necessarie, mentre i governi precedenti hanno subito le imposizioni della Troika. Dipenderà da come il governo saprà “vendere” questi nuovi sacrifici e di come la società giudicherà l’azione di governo. Il primo banco di prova (magari confortato da sondaggi) sarà in autunno, quando arriveranno le cartelle delle tasse. Certamente il modello delle trattative è diverso, ma il risultato non cambia. 

Anzi, inizia un periodo ancora più difficile di quello che è terminato con le elezioni del 25 gennaio. Una data che ha segnato la sconfitta del populismo di destra di Antonis Samaras (l’ex primo ministro) e la nascita del populismo di sinistra di Alexis Tsipras. Entrambi hanno rifiutato le proposte degli europei e del Fmi provocando una ferita profonda nell’economia. Il primo sbaglio è stato commesso nel dicembre 2014. La Grecia allora aveva la possibilità di chiudere l’accordo e il secondo Memorandum. Le proposte di Atene (tagli di 900 milioni, mentre la Troika ne voleva per 1,5 miliardi) erano una buona base per discutere un compromesso. Ma Samaras ha preferito scegliere di iniziare le votazioni per la carica di Presidente della Repubblica, sostenendo che il governo non era in grado di controllare la sua maggioranza nel caso di una votazione di quelle misure di tagli. Ma fu anche costretto dall’intuizione che gli amici europei lo avevano “scaricato”, preferendo voltare pagina nei rapporti con Atene e sperando che il giovane Tsipras sarebbe stato un interlocutore più serio e forse più malleabile. Tsipras, da parte sua, poteva invece accettare la quinta valutazione prevista dal secondo Memorandum per poi archiviarlo. Nel frattempo ricevere i 7,2 miliardi previsti e con la garanzia della Bce emettere altri buoni del tesoro. Ma, come ebbe a dichiarare Varoufakis, “noi non chiediamo soldi”. 

Tsipras non poteva arrivare a queste decisioni tanta era ancora la narcosi delle promesse elettorali. Doveva prima fare i conti con i suoi “compagni” che per gli ulteriori cinque mesi lo hanno bombardato di proposte strampalate. Dovrà ancora fare i conti con molti di loro dalla prossima settimana, ad accordo concluso. Che sia un’estensione semestrale dell’attuale programma di bailout o un accordo definitivo, come chiede Atene, la prospettiva per molti “syrizei” non cambia. Per loro (10-13, la maggioranza è di 162 voti), sotto attacco dalle pagine di “Epochì” vicino a Tsipras che lancia accuse del tipo: siete dei “bolscevichi”, questo accordo non è “votabile”. Una voce dalla sinistra: “Le persone responsabili delle trattative si muovono all’interno di un quadro che è determinato dalla Commissione centrale del partito”. Di conseguenza, è vero che i negoziatori hanno una libertà nell’assumere decisioni, “ma ciò non dovrebbe essere interpretato come se avessero un assegno in bianco dal partito. Né ognuno di loro, né Tsipras”. 

E allora per Tsipras sarebbe un problema che soltanto le elezioni (con lista bloccata) potrebbero risolvere. E prima ancora di conoscere la versione definitiva dell’accordo, il portavoce del governo ha messo le mani avanti: “L’accordo verrà presentato al gruppo parlamentare di Syriza e ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Sicuramente senza una maggioranza parlamentare dichiarata non verrà votato”. In questo caso “la sola scelta sarà il ricorso alle urne”. Il portavoce non ha interpellato l’alleato di governo, il quale non vuole sentir parlare di elezioni (i sondaggi danno il partito dei Greci Indipendenti sotto la soglia minima). 

Comunque a breve sapremo se i “syrizei” sono più attaccati alla poltrona o ai loro principi ideologici, tuttavia gestire 35 miliardi di investimenti – promessi come una “carota” (dopo il “bastone” delle settimane scorse) – da Jean-Claude Juncker, sarebbe un buon stimolo per restare in Parlamento.

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