BANCHE E POLITICA/ Così il credito può “ritornare” in Italia (senza bad bank)

- Fabio Picciolini

Le sofferenze bancarie hanno raggiunto ormai un livello altissimo, rendendo ancora più difficoltoso il credito. FABIO PICCIOLINI ci spiega come si potrebbe intervenire

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Volendo cercare le responsabilità per cui si è arrivati a circa 200 miliardi di sofferenze bancarie e alla connessa riduzione della concessione del credito, ci scontreremmo non solo nella crisi economica che attanaglia, più che in altri paesi, l’Italia, da troppi anni, ma con molte altre concause. Ugualmente, risposte molto diverse si hanno nelle varie proposte in discussione per far ripartire il sistema bancario non gravato delle sofferenze e rilanciare la nostra economia.

Una delle risposte che alcuni danno come possibile, prendendo a riferimento quanto avvenuto in Spagna con l’intervento europeo e delle finanze pubbliche spagnole, non è più percorribile, in quanto sarebbe considerato “aiuto di Stato”, oggi non più concedibile. Argomento che deve essere tolto, quindi, dal novero delle possibilità. Secondo lo stesso principio, non può trovare spazio, la proposta di una bad bank pubblico-privata avanzata per risolvere il problema delle sofferenze “italiche”.

Le soluzioni, quindi devono essere altre. Si esclude la costituzione di una bad bank di sistema, non sembra sussistere alcun presupposto; peraltro i due più grandi operatori nazionali hanno fatto scelte diverse per “liberarsi” delle sofferenze. Possibile, forse, pensare a soluzioni di “sotto-sistema”, ovvero, con un principio solidaristico proprio di alcune banche, e in presenza o con la costituzione di uno specifico veicolo, si potrebbe prevede una soluzione, ad esempio, per le banche di credito cooperativo o per le casse di risparmio.

Salvo “invenzioni” che al momento non s’intravedono, le soluzioni sono quelle che il Governo sta approntando e che si spera possano essere presto tradotte in pratica: la riduzione dei tempi per il recupero crediti, la riduzione a un anno della deducibilità fiscale, come negli altri paesi europei (decisione assunta dal Consiglio dei ministri del 23 giugno), coinvolgimento del giudice fallimentare e di specialisti per le aziende che dovessero evidenziare forti difficoltà finanziarie, possibilità di presentazione di un piano di ristrutturazione del debito da parte di un soggetto terzo. Le ultime due soluzioni ricordano, parzialmente, la normativa introdotta con la legge 3/2012 per le società non fallibili. 

Qualunque siano le soluzioni adottate, quello che è importante è che siano prese in tempi rapidi, perché occorre ridurre a livello fisiologico le sofferenze. Dando per scontato che ciò avvenga, la domanda successiva è se ciò sia sufficiente per rilanciare il credito e ripartire con una sostenibile crescita economica.

Una risposta definitiva non si può dare, ma certamente ridurre le sofferenze bancarie, per quanto importante, rappresentando una percentuale molto alta degli impieghi, non è l’unica strada da percorrere. Le possibilità fornite dalla Banca centrale europea sia come finanziamenti, sia come riversamento di titoli, più o meno “buoni”, non sembrano essere state colte fino in fondo dal sistema bancario se ogni mese continuano a scendere gli impieghi verso imprese e famiglie.

Sarà fondamentale concedere credito utilizzando ogni possibilità concessa dalle norme, dall’organizzazione, dalle innovazioni, dallo sviluppo di nuove operatività: giuste valutazioni delle situazioni aziendali, utilizzo del rating di legalità per concedere credito a chi opera nel rispetto integrale delle regole, utilizzo di tutti gli strumenti finanziari possibili, dal microcredito ai minibond, minor utilizzo del credito a breve e uno maggiore di quello a medio-lungo termine, per consentire alle imprese di predisporre piani pluriennali di attività con una buona previsione di riuscita, assistenza, una politica dei tassi realmente differenziata da prenditore a prenditore. 

Tutte attività, insieme certamente a molte altre, pienamente possibili in quanto già previste nel “catalogo” di molte banche e con norme già scritte e applicate. Lo Stato non può chiamarsi fuori. Servono una giustizia più rapida, minori fiscalità e riforma della riscossione di tasse e tributi, leggi semplici, comprensibili e non contraddittorie, e consolidate nel tempo senza continue modifiche.

Infine, le stesse imprese e famiglie devono avere chiaro che la crisi ha cambiato tutto e tutti. Devono comprendere le opportunità di chiedere credito, la possibilità di rimanere attivi in settori merceologici ormai marginali o di nicchia.

Spero che non sia considerata retorica, ma per raggiungere risultati, che a pensarci bene, non sono assolutamente impossibili, è necessario recuperare una solidarietà e una cultura nazionale.

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