CRISI GRECIA/ Così i guai di Atene possono aumentare le tasse degli italiani

Per OSCAR GIANNINO, l’uscita contrattata della Grecia dall’euro è l’unica alternativa a una crisi sempre più grave che sta già colpendo l’Italia e che si ripercuoterà sui nostri contribuenti

06.06.2015 - int. Oscar Giannino
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Yanis Varoufakis (Infophoto)

«L’uscita contrattata della Grecia dall’euro è l’unica alternativa a una crisi sempre più grave che sta già colpendo l’Italia, e che se andiamo avanti così si ripercuoterà sui nostri contribuenti con tasse ancora più alte». «Il Governo italiano deve fare la sua parte e non aspettare il corso degli eventi». Lo evidenzia Oscar Giannino, giornalista economico, a proposito degli ultimi sviluppi del caso greco. Atene ha deciso di rimandare il pagamento dovuto al Fondo monetario a fine mese. Il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, ha auspicato un intervento risolutivo della Cancelliera tedesca, Angela Merkel. Varoufakis ha chiesto espressamente alla Merkel un “discorso della speranza” per segnare una “rottura con gli ultimi cinque anni di nuovi prestiti”.

Quanto può andare avanti questo tira e molla tra Atene e Bruxelles?

Tsipras ha vinto le elezioni a gennaio dicendo che tutto il debito pubblico greco in mano all’Europa andava sottoposto alla stessa cura cui nel 2012 si sottopose il debito in mano ai privati, cioè con un abbattimento di quasi il 60%. Personalmente non ho mai creduto che il leader di Syriza potesse cambiare idea.

Che cos’ha in mente Tsipras?

La scommessa del governo greco è che in ogni caso l’Europa non si può permettere di consentire l’uscita dall’euro a un Paese membro. Se facesse questo, l’Eurozona accetterebbe infatti di derogare all’immutabilità dell’euro in cui si entra ma non si esce.

Quali sono state finora le conseguenze di questo stallo?

Il primo risultato ottenuto dalla Grecia è stato quello di rendere manifesto il contrasto tra Fmi e Ue. Per il Fondo monetario internazionale è inutile prestare altri soldi ad Atene perché tanto non li restituirà. Per Bruxelles invece i greci alla fine accetteranno un accordo minimamente coerente con il piano dei pagamenti pluridecennali.

Chi ha ragione, il Fmi o l’Ue?

Ha ragione il Fondo monetario. La Grecia sta facendo capire in tutti i modi, malgrado i 400 miliardi di aiuti, che non intende cambiare il modello con cui Tsipras ha vinto le elezioni. Invece di dare altri aiuti e credere a programmi che poi non stanno in piedi, bisognerebbe mettere mano alla redazione di clausole per l’uscita contrattata dall’euro.

Che cosa accadrà?

La situazione della Grecia mette le grandi cancellerie europee di fronte a una scelta. L’opzione più seria dovrebbe essere quella di rinunciare all’intangibilità dell’appartenenza all’euro. Se uno vuole restare nell’unione monetaria non riconoscendosi nelle regole, è fisiologico che se ne vada. Il punto è che la Grecia con questa guida politica non riconosce un modello di perseguimento della produttività.

Quali dovrebbero essere i capisaldi di questo piano per la Grecia?

In primo luogo occorre smantellare le grandi rendite e ammettere che non si può continuare ad andare in pensione a 50 anni. Bisogna inoltre smettere di fare assunzioni pubbliche e rinunciare a pretendere che gli aiuti europei servano a introdurre un salario minimo di 250 euro superiore a quello presente nei Paesi Baltici.

 

L’Ue riuscirà a convincere la Grecia ad accettare questo piano?

No. Siccome l’Ue non accetterà di introdurre regole che consentano l’uscita dall’euro, dovrà porsi il problema di quante eccezioni garantire alla Grecia.

 

Nel caso di un default greco è a rischio anche l’Italia?

Già stiamo rischiando, perché gli effetti combinati della reverse charge, lo split payment e un maggior onere sul debito pubblico sono tutti elementi che hanno effetto sull’anno in corso. Proprio mentre la scelta del governo è di non intervenire sull’anno e rinviare la correzione alla Legge di stabilità dell’anno prossimo. Tutto ciò nel momento in cui il rendimento dei titoli tedeschi è aumentato in poche settimane dallo 0,0049% all’1%.

 

Che cosa dovrebbe fare il governo italiano?

Pensare di continuare a governare la finanza pubblica con leggi di stabilità annuali è insensato perché il monitoraggio dei conti pubblici va fatto ogni trimestre. Più rinvii l’intervento, più poi ti esponi a condizioni cui è difficile rimediare. L’Italia quindi rischia eccome, perché se si va verso condizioni di uscita contrattata della Grecia i mercati scommetteranno sul fatto che l’eccezione non riguarda soltanto Atene.

 

Gli italiani rischiano anche nuovi aumenti delle tasse?

Sì. Questi anni ci hanno dimostrato qual è l’unica soluzione di cui la politica sia capace quando si creano tensioni fortissime sulla finanza pubblica. Per tagliare la spesa ci vogliono tempi infinitamente lunghi e nel passaggio parlamentare è tutto annacquato. L’unico modo che lo Stato italiano conosce per rimettere a posto le cose è aumentare le entrate.

 

Lei mi sa dire come faremo a evitare i 16 miliardi della prima clausola di salvaguardia previsti per il 2016?

Non saprei da dove cominciare. Non lo sa nessuno perché la spending review è stata diluita per l’ennesima volta.

 

A maggior ragione, non sarebbe meglio accontentare i greci e non aggiungere altri problemi?

Dal punto di vista degli effetti a breve sull’Italia è vero, ma non dobbiamo illuderci che questo risolverà il problema perché un’unione monetaria così non regge. Tra il realismo del Fondo monetario internazionale e l’opacità velleitaria dell’Eurozona che crede di poter piegare i greci ha ragione il Fmi e ha torto Bruxelles.

 

(Pietro Vernizzi)

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