FINANZA/ Tasi, Imu, Irpef: le tasse di Renzi portano l’Italia in bancarotta

- Stefano Cingolani

La vera ripresa in Italia tarda ad arrivare. Forte è il peso delle imposte sulla domanda interna, che potrebbe innescare la crescita. L’analisi di STEFANO CINGOLANI

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Matteo Renzi (Infophoto)

La ripresa è arrivata, con essa anche le prime assunzioni in regime di Jobs Act. E, puntuali come il destino, ecco le tasse. Giugno è il mese più crudele. Di qui al 16 ci sono l’Imu, la Tasi, l’Irpef, la cedolare secca sugli affitti. E poi ci si meraviglia se gli italiani, come testimonia l’ultima indagine del Censis, tengono i soldi sotto il materasso: 211 miliardi accantonati nei sette anni di vacche magre, 36 miliardi in più solo nell’ultimo anno, per un insieme di 1.300 miliardi di euro in contanti e depositi bancari. 

“Nel complesso, le attività finanziarie delle famiglie italiane sono pari a quasi 4 mila miliardi”, sostiene il Censis, che chiama queste disponibilità “cash-to-go”. Una cifra notevole, tenuta liquida per motivi cautelativi, come direbbero gli economisti: per paura di una nuova crisi o che la farsa greca diventi tragedia. E in attesa di sempre nuove tasse da pagare. Perché quei quattromila miliardi fanno gola a chi ritiene che una bella patrimoniale sulla ricchezza finanziaria (sulla casa è stata già messa) potrebbe risolvere i nostri problemi di bilancio pubblico. Lo ha suggerito la Bundesbank e tanti lo pensano anche in Italia. 

Speriamo che non torni in ballo questa micidiale scorciatoia, perché finirebbe per aggravare la sfiducia e moltiplicare l’atteggiamento prudenziale che ha spinto a “tesaurizzare” anche gli 80 euro, almeno nella prima fase, finché non era chiaro che il governo li avrebbe confermati. È proprio in questi comportamenti, del resto, la chiave per capire perché il Paese non riesce a uscire dalla palude della stagnazione. E a suggerire dove il governo dovrebbe agire per far sì che la ripresa sia consistente e non solo una crescita da zero virgola.

La domanda interna ristagna. È vero, l’Istat ci dice che i consumi hanno cominciato a muoversi, ma sono rimasti a lungo declinanti e poi fermi; nei sette anni di crisi sono scesi di otto punti, secondo Bankitalia, in linea con la caduta del prodotto lordo: ci vorrà molto per recuperare. Anche gli investimenti hanno segnalato una live ripresa, ma “l’accumulazione di capitale da parte delle imprese è stata rallentata dalle prospettive incerte della domanda e dal permanere di ampi margini di capacità produttiva inutilizzata”. È quel che induce molti a restare scettici anche di fronte ai segnali positivi che vengono dal mercato del lavoro. 

Senza una crescita consistente e duratura, i nuovi posti di lavoro saranno in prevalenza sostituivi. È vero che un impiego stabile è meglio di uno precario (anche in termini di reddito), tuttavia per smentire i “gufi” occorre che salgano per un paio di trimestri sia il prodotto lordo sia gli gli occupati, facendo scendere il tasso di disoccupazione sotto la soglia (già critica) del 10%. E questo non potrà avvenire se non ci sarà un aumento consistente della domanda aggregata, cioè di investimenti e consumi. Entrambi, non l’uno o l’altro. Domanda interna che si aggiunge alla domanda estera, non l’una al posto dell’altra. Facili a dirsi, ma come fare?

L’Italia ha avuto una reazione “omeostatica” alla crisi, sostiene il Censis, che ne ha ammortizzato l’urto grazie al welfare pubblico (efficace soprattutto la cassa integrazione) e privato (la famiglia, i risparmi e i patrimoni). Ma adesso questo stesso atteggiamento “rende più difficile volare sulle ali della ripresa”. A meno che il governo non intervenga con misure volte a stimolare la domanda. È evidente che esse debbono passare attraverso un alleggerimento del carico tributario, a cominciare da quello sul lavoro e sulle imprese, più pesante che in altri paesi europei, e a stimoli per gli investimenti. Dunque, una politica fiscale attiva, anche se l’Ocse colloca l’Italia nella linea rossa dei paesi che non hanno margini di manovra dal lato del bilancio statale. 

Superare l’ostacolo non è facile. Bisognerebbe mettere mano alla spesa pubblica, perché finora così non è stato. Dal 2007 al 2014 si sono ridotte (e in modo drastico) solo le spese in conto capitale, mentre sono addirittura aumentate quelle correnti, in particolare i trasferimenti assistenziali, come sostiene Massimo Bordignon. E tra la spesa corrente, è cresciuta in modo particolare quella per le pensioni. Sì, nonostante il gran gridare contro i tagli e la macelleria sociale, nonostante le convinzioni della Corte costituzionale, la scabra realtà dei numeri smentisce la propaganda politica e l formalismo giuridici. Del resto, non si capirebbe altrimenti quella “omeostasi” della quale parla il Censis.

Tagliare la spesa pubblica significa comprimere la domanda interna, quindi è contraddittorio con l’obiettivo di uscire dalla crisi e sostenere la ripresa. Tuttavia farlo a scapito degli investimenti vuol dire distruggere il capitale collettivo e aumentare le tasse deprime la crescita e i redditi, al contrario di un calo parallelo delle entrate e delle uscite, in particolare quelle improduttive. Quanto grasso c’è nel voce beni e servizi è ormai noto, lo hanno stimato Giarda, Bondi, Cottarelli, chiunque abbia analizzato il bilancio pubblico; sono decine e decine di miliardi senza intaccare i servizi essenziali, eppure mai nessuno è stato autorizzato a metterci mano, come dimostra il fallimento di ogni spending review. 

Matteo Renzi dopo l’esito elettorale ha bisogno di una ripartenza. Per quel che se ne sa, non passerà attraverso una riduzione fiscale. Vuole accelerare le riforme (giustizia civile e scuola sono le due priorità), lasciando che il vento della congiuntura internazionale prima o poi gonfi anche le nostre vele. Il Censis dice che quella italiana è stata e resta una “economia in galleggiamento”. A quanto pare anche la politica economica galleggia. La nave imbarca acqua, ma non affonda. Bene. Però non naviga, non ha una direzione chiara e il fin qui baldanzoso timoniere rischia di perdere la bussola.

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