FINANZA/ Il test “di sinistra” che boccia Renzi

- Giuseppe Pennisi

La direzione del Pd, spiega GIUSEPPE PENNISI, dovrebbe essere un momento per esaminare se la politica economica del Governo Renzi è di sinistra piuttosto che di destra

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PD

È auspicabile che la direzione del Partito Democratico, convocata per valutare i risultati elettorali alle regionali, non sia un “regolamento di conti” all’interno del Pd, ma esamini con ponderazione non solamente se la politica del Governo Renzi sia sul percorso che porta a raggiungere i risultati annunciati (soprattutto sul piano economico), ma se sia “di destra” o “di sinistra”. Tema sollevato da numerosi esponenti del Pd medesimo.

Nel mondo post-ideologico è difficile sostenere se queste due categorie abbiamo ancora le connotazioni che hanno avuto nel ventesimo secolo. Tuttavia, per semplificare al massimo, si può chiamare “di sinistra” una politica particolarmente attenta all’equità tra gruppi sociali nella divisione di costi e benefici della crescita (o della stagnazione), specialmente in una fase di riassetto strutturale, e si può, invece, classificare “di destra” una politica particolarmente attenta all’accumulazione di capitale e ai relativi rendimenti.

In questo contesto, come hanno affermato, tra gli altri, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in un pamphlet del 2007, il “liberismo” è “di sinistra” se e quando porta a un’equa distribuzione dei benefici e dei costi di una politica economica tra i vari gruppi sociali. Da allievo di università americane considerate “di destra” e sulla base di numerose pubblicazioni su costi e benefici “sociali”, condivido questo punto di vista.

A mio avviso, è difficile considerare “di sinistra” la politica economica sinora condotta del Governo Renzi. Innanzitutto, per una vasta serie di determinanti, molte delle quali non attribuibili all’attuale esecutivo, negli ultimi dieci anni, l’Italia, non potendo utilizzare il tasso di cambio, ha subito una fiscal devaluation, svalutazione interna, del 30% circa (secondo stime della Commissione europea). Il costo di tale svalutazione è stato addossato quasi interamente ai pensionati (esentando in parte quelli ai livelli più bassi di reddito e di consumi), al pubblico impiego (i cui contratti non vengono rinnovati da sei anni), e ai lavoratori dipendenti in categorie non dirigenziali (sono state presentate statistiche eloquenti sulle retribuzioni dei laureati e sull’appiattimento salariale al recente festival dell’economia di Trento).

In linea con quelle che sono sempre state le “politiche della destra”, quanto meno in Europa, questa distribuzione asimmetrica dei costi e dei benefici del riassetto strutturale è stata accentuata da misure di tax and spend che gravano, tramite le addizioni regionali e comunali, ancora una volta specialmente su pensioni, pubblico impiego e lavoratori dipendenti. Le addizionali, che hanno aumentato la pressione tributaria complessiva specialmente sulle categorie menzionate, sono il frutto di non avere voluto ridurre la spesa pubblica improduttiva (ma anzi di averla aumentata), nonostante le analisi della spending review (a lungo secretate) abbiano fornito indicazioni molto specifiche su cosa fare.

Non si è agito perché, come insegna la scuola del public choice, dare seguito alle proposte, ad esempio, del gruppo guidato da Carlo Cottarelli, (come la riduzione e revisione delle tax expenditures) avrebbe colpito gruppi e categorie, forse non numerosi quanto i pensionati, il pubblico impiego e il lavoro dipendente, ma molto “rumorosi” e in grado di incidere là dove la maggioranza è più traballante. In aggiunta sono state aumentate proprio le voci di spesa pubblica scarsamente produttiva e in alcuni casi la spesa pubblica poco produttiva è stata resa del tutto improduttiva: la spesa di parte corrente continua ad aumentare (specialmente nelle voci dei consumi correnti) nonostante la riduzione della spesa per il personale. Una tattica comprensibile e giustificabile se si ha l’obiettivo legittimissimo di restare il più a lungo possibile nella “stanza dei bottoni”, ma non certo “di sinistra”.

I provvedimenti, più di impatto mediatico che di sostanza, nei confronti della fasce povere, come gli 80 euro mensili in busta paga, non toccano la vasta area dell’impiego individuale (colf, badanti, precariato) i cui livelli e i consumi sono o al di sotto della linea di povertà oppure ai margini della linea medesima. Qualcosa di analogo si può dire per i provvedimenti sul mercato del lavoro: coniugare le liberalizzazione delle tutele crescenti con tax expenditures crea una nuova categoria di “precari triennali” e un incentivo a cambiare cavalli quando il primo gruppo ha completato il triennio. Sarebbe stato maggiormente “di sinistra” un contratto a tutele crescenti senza incentivi a mutare lavoratori dopo i canonici tre anni. Ragionamenti analoghi si possono fare per la piccola riforma della scuola, ancora comunque in cantiere.

Una politica economica “di sinistra” avrebbe preso l’avvio dalle differenze settoriali di produttività nei principali settori dell’economia, perché l’aumento della produttività è la leva principale per creare benessere, principalmente per i più svantaggiati. In quasi tutti i comparti (e nella produttività multifattoriale), l’Italia ha quasi sempre la maglia nera. Uno studio fresco di stampa del Fondo monetario mostra come il comparto a più bassa produttività in Italia è quello dei servizi e che ciò deriva da quanto poco è stato fatto in materia di liberalizzazioni. Ce lo ha detto l’Ocse e ce lo ripete proprio in questi giorni il volume Liberalizzazioni: un’incompresa necessità dell’Associazione Società Libera. Liberalizzare è “di sinistra” se accompagnato da una regolazione appropriata.

Se questa analisi è corretta, l’impoverimento dei ceti medio-bassi, in parte causato da politiche che hanno posto su di loro il costo dell’aggiustamento strutturale dell’economia italiana, ricorda quello che accompagnò la fine del miracolo economico. Prepariamoci a un nuovo autunno caldo.

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