CRISI GRECIA/ Un “gioco” che ci è costato 1.000 miliardi in tre mesi

Atene non ha rimborsato il Fondo monetario internazionale. La crisi greca prosegue e, spiega GIUSEPPE DI TARANTO, in tre mesi ci è costata oltre 1.000 miliardi di euro

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Proposte, controproposte, ipotesi di incontro e l’esito ancora incerto del referendum di domenica. La crisi greca ha vissuto anche ieri un’altra giornata priva di certezze, se non una: Atene non ha rimborsato il Fondo monetario internazionale entro il 30 giugno. Intanto il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, ha dichiarato che la Grecia non intende uscire dall’Eurozona, né farsi espellere: “Ci stiamo informando e considereremo sicuramente un’ingiunzione alla Corte di giustizia europea. I trattati europei non prevedono l’uscita di un Paese dall’euro e ci rifiutiamo di accettarla. La nostra appartenenza all’Eurozona non è negoziabile”. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Di Taranto, professore di Storia della finanza e dei sistemi finanziari alla LUISS di Roma.

Professore, Atene non ha rimborsato il Fondo monetario internazionale. Cosa accadrà? Scatterà il default?

La Grecia sarà iscritta come “debitore in ritardo” da parte del Fmi e quindi avrà ancora a disposizione un paio di settimane, che possono anche essere protratte a un mese da parte dell’istituzione di Washington.

Nel frattempo ci sarà il referendum di domenica. Lei cosa ne pensa?

Credo che sia stata un’ottima scelta perché restituisce la rappresentatività elettiva ai cittadini. Non dobbiamo dimenticare, però, che già Papandreou, alla fine del 2011, aveva annunciato di voler indire un referendum sul piano di aiuti alla Grecia da 130 miliardi, che prevedeva in cambio misure all’insegna dell’austerità, con tagli alla spesa e aumento delle imposte per 28 miliardi.

E come andò a finire?

Per un accordo preso a Bruxelles, il Governo Papandreou cadde e venne nominato un esecutivo tecnico guidato da Lucas Papademos, che approvò il piano. Il referendum quindi non si tenne. Non vorrei che oggi si arrivasse a un esito simile. Mi spiego bene: oggi il problema di fondo non è il referendum, ma il tentativo di sostituire Tsipras.

Dunque il referendum non è, come dice Renzi, un “derby euro-dracma”…

A mio avviso questa alternativa è totalmente sbagliata. Semmai, è tra misure di austerità e misure per la crescita. 

Cosa pensa delle dichiarazioni di Varoufakis: è possibile evitare l’uscita della Grecia dall’euro?

Non credo che si possa “cacciare via” un Paese dall’Eurozona. Che io sappia non esiste questa possibilità. Il Trattato di Lisbona prevede che un Paese possa fare domanda per uscire dall’Unione monetaria, ma questo significa anche, e preventivamente, uscire dall’Unione europea. Se entro due anni non si ha risposta, o se si ha risposta affermativa, si esce sia dell’Ue che dall’euro. A questo punto c’è però da chiedersi perché tre paesi importanti come Regno Unito, Svezia e Danimarca sono nell’Ue, ma non nell’euro. 

Dunque potremmo ritrovarci con un Paese dell’Eurozona che risulta insolvente?

Se non si raggiunge un accordo ci sarà un Paese dell’Eurozona insolvente. Tuttavia, sono certo che l’accordo si raggiungerà.

Prima o dopo domenica?

Questa è una domanda difficile, ma credo dopo domenica, perché ormai il referendum è indetto. Vorrei però ricordare alcuni fatti.

Prego.

Nel maggio 2010 ci fu un accordo non scritto tra i paesi del Nord Europa, in particolare tra Francia e Germania, per non vendere titoli greci, proprio perché Atene era in condizioni finanziarie critiche. Tra fine 2010 e inizio 2011 la Bce fu abilitata a comprare titoli. A questo punto, prima i francesi e poi i tedeschi cominciarono a vendere all’Eurotower i titoli greci. Dopodiché nel 2012 abbiamo avuto per la prima volta la ristrutturazione del debito greco. 

 

E quindi?

Di fatto, dopo che queste nazioni si sono liberate di buona parte dei titoli greci, allora sono state d’accordo nel fare la ristrutturazione. Oggi invece non si accetta più la ristrutturazione. Inoltre, sullo spread, non solo per quello con la Grecia, la Germania tra il 2010 e il 2013 ha guadagnato 40 miliardi di euro. E c’è un altro numero importante da citare.

 

Quale?

In questi oltre tre mesi di trattative tra Europa e Grecia sono stati bruciati più di 1.000 miliardi di euro: 400 da vendite di titoli dell’Eurozona, 600 da perdita di capitalizzazione delle borse. Tutto questo gioco ci sta costando quanto il programma di Quantitative easing della Bce, che durerà fino a settembre 2016. Vale la pena, pensando oltretutto che il debito greco è di soli 340 miliardi?

 

Torniamo al referendum: crede che potrebbe diventare un precedente per altri paesi europei in difficoltà?

Potrebbe essere un precedente per quei paesi in cui l’austerità di fatto ha portato a recessioni gravissime, come in Grecia, dove il Pil dal 2010 è sceso del 25%, dove un terzo della popolazione è a rischio povertà assoluta e dove il 30% dei bambini a rischio di esclusione sociale.

 

(Lorenzo Torrisi)

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