SPY FINANZA/ Grecia, la “svendita” senza aiuti all’economia reale

- Mauro Bottarelli

Per MAURO BOTTARELLI, l’accordo raggiunto tra Grecia e creditori partita di giro tra Atene e i creditori, senza che soldi a sufficienza vengano immessi nell’economia reale

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Dunque, partiamo da un presupposto. L’accordo raggiunto è una farsa messa in atto apposta per essere respinta, quindi gli interessi che sottende sono ben più grandi del mero problema greco. Come si può pretendere che in tre giorni un Parlamento, oltretutto diviso come quello ellenico, possa dar vita a riforme che mediamente necessiterebbero di almeno due anni in qualsiasi altro Paese europeo? Inoltre, le condizioni sono drammaticamente peggiorative rispetto a quelle del cosiddetto “piano Juncker” del 26 giugno scorso, peccato che lo statista Tsipras, invece di prendersi le sue responsabilità di leader arrivando a un accordo, abbia voluto delegare il tutto al popolo greco tramite referendum e quindi abbia poi dovuto trattare su un’agenda di respingimento totale che ha portato all’irrigidimento delle posizioni di Germania e Nord Europa. 

Già, perché tocca ricordare a chi ieri parlava di strapotere tedesco nell’Ue che al fianco della Germania c’erano la Finlandia, la Polonia, l’Estonia e altri paesi ex-sovietici che negli anni hanno imposto durissime riforme ai loro popoli e che quindi ora non accettano di derogare a tutto in nome dell’emergenza. Di quale strapotere stiamo parlando? Di quello in base al quale si chiede che ad Atene spariscano privilegi insopportabili nel 2015, tra pensioni e mercato del lavoro? È questo lo strapotere? Se sì, allora vi dico che a me va benissimo, visto che il caso greco rappresenta niente più e niente meno che quanto accade con il Parlamento autonomo siciliano, un buco senza fondo di sprechi e privilegi contro cui tutti a parole si scagliano, anche quelli che contemporaneamente attaccano lo strapotere e la rigidità tedesca nell’Ue contro la Grecia: scegliete, o indignati sempre o mai, non c’è via di mezzo.

Se si è arrivati a un accordo peggiorativo e durissimo è per colpa di Tsipras e dei suoi giochetti tattici, non per colpa di Schauble. Il quale avrà certamente forzato la mano parlando di Grexit per cinque anni, ma lo ha fatto in un contesto di appeseament pericoloso, dal quale si sarebbe rischiato di uscire con un accordo al ribasso dettato dalle aperture del Fmi (il quale voleva anche la ristrutturazione del debito, tanto detenendo bond senior non pagherebbe nulla) e dai tentennamenti della Bce, la quale infatti ha mantenuto finora in vita le banche greche (le quali necessitano di una ricapitalizzazione immediata che costerà tra i 10 e i 14 miliardi di euro), arrivando però nelle ultime ore a scoperchiare il vaso di Pandora dell’uscita di Atene dall’euro, di fatto decretandone la reversibilità e facendo rimangiare a Draghi le sue stesse parole. 

È per questo che proprio domenica è andato in scena un durissimo faccia a faccia fra lo stesso governatore dell’Eurotower e Wolfgang Schauble, il quale gli avrebbe detto chiaro e tondo di non essere uno stupido come lui pensa. Non si era mai arrivati a toni simili tra il capo della Bce e il ministro delle Finanze del Paese che più conta, attraverso la Bundesbank, proprio nel capitale della Banca centrale europea: questo è il nodo vero del contendere, il rapporto tra Germania e istituzioni europee, non tra Germania e Grecia o Germania e Francia come ho letto da più parti riportando gli ultimi deliri di Varoufakis in vacanza. 

L’ho detto e lo ripeto, Syriza e la sua fulminante ascesa non mi hanno mai convinto, non so chi ci sia dietro, ma ho la certezza che la sua missione non sia quella di cambiare in meglio e più democraticamente l’Europa, ma di disarticolarla dall’interno. Insomma, un cavallo di Troia in piena regola. Non a caso, dopo il referendum, quando l’Ue ha irrigidito le sue posizioni, Tsipras non ha chiamato i millantati amici russo e cinese, ma ha chiamato Obama per cercare una mediazione: se io avessi tutta questa confidenza e solidarietà con Putin lo chiamerei e renderei nota la cosa, anche soltanto per alzare la posta e mettere in campo la variante Nato e geopolitica. Tsipras no. Non me la raccontano giusta, così come Podemos in Spagna e i Cinque Stelle in Italia: stesso schema. 

Certo, oltre 80 miliardi di piano in tre anni sono tanti, ma tra pagamenti verso le istituzioni creditrici, ricapitalizzazione del sistema bancario, riforme da mettere in atto, state certi che il problema Grecia, ammesso e non concesso che entro domani il Parlamento greco abbia dato il via libera alle riforme richieste, tornerà a bussare alla porta entro sei mesi. I mercati ieri sono risaliti, ma diciamo che non sono schizzati in alto tanto da farci capire che festeggiavano qualcosa di epocale e, soprattutto, di risolutorio e definitivo. Più di uno strategist interpellato da Class-Cnbc ha messo in chiaro fin da subito che occorre attendere e che i facili ottimismi rischiano di venire spazzati via. Insomma, l’accordo sulla Grecia c’è, ma gli investitori restano molto prudenti. 

Stando a JPMorgan Asset Management, «al momento c’è un quadro molto più sereno anche perché si è allontanato il pericolo di una Grexit. Tuttavia, siamo in una fase in cui ancora non è ben chiaro il quadro complessivo: bisogna vedere come si è raggiunto questo accordo e che impatto si avrà. Siamo infatti in una fase interlocutoria in cui dobbiamo capire bene le dinamiche e se questo accordo è sostenibile dalla Grecia. Sia per questo motivo, sia per i forti recuperi della settimana scorsa, oggi non assistiamo a una reazione euforica dei listini europei. In una fase del genere si preferisce quindi puntare un po’ più sui Paesi core e mantenersi più prudenti sugli indici che sono saliti più degli altri nelle ultime sedute, come il Ftse Mib. Comunque, dopo questo accordo le Borse europee potrebbero riprendere il loro trend rialzista: prima che ci fosse il problema della Grecia l’equity europeo era la prima scelta di molti investitori. Ora, il focus degli operatori potrebbe ritornare sull’azionario Ue anche alla luce della strada di crescita macroeconomica che ha intrapreso il Vecchio Continente». 

Sulla stessa linea IG Markets, per la quale «il mercato sta aspettando per vedere le ratifiche dell’accordo per il salvataggio della Grecia nel Parlamento greco e in quello tedesco, che non sono così scontate. Per quanto riguarda il Parlamento ellenico c’è una corrente molto intransigente all’interno di Syriza. Molti parlamentari hanno già detto che non hanno alcuna intenzione di votare per quest’accordo. Anche in Germania la scelta non sarà così facile. Anzi sarà molto difficile. I mercati sono in attesa di seguire lo sviluppo». 

Decisamente pessimista Jonathan Loynes, capo economista di Capital Economics, per il quale l’accordo raggiunto tra la Grecia e i creditori serve «solo a ritardare l’inevitabile». Visti i danni enormi provocati dalla crisi sull’economia e sul sistema finanziario negli ultimi mesi, per Loynes «è impossibile immaginare che le condizioni possano ora tornare a un livello che possa essere definito normale. I controlli di capitale rimarranno probabilmente in vigore e l’austerità aggiuntiva indebolirà ulteriormente l’economia». In sostanza, l’uscita della Grecia dalla zona euro è stata per il momento scongiurata, «ma a meno che il nuovo accordo non preveda una sostanziale ristrutturazione del debito greco, cosa improbabile, il futuro di Atene all’interno dell’Eurozona resta in forte dubbio». 

Durissimo poi il giudizio di Marc Oswald, strategist di Adm Investor Services: l’accordo raggiunto tra la Grecia e i creditori internazionali dimostra che «la democrazia nell’Eurozona è completamente e assolutamente morta». I contorni dell’accordo sono «infinitamente peggiori» di quelli respinti dal popolo ellenico nel recente referendum e quanto accaduto stamattina (ieri, ndr) dimostra che i creditori vogliono distruggere completamente l’economia greca: «Si può affermare con certezza che questo accordo è sicuramente peggiore del Trattato di Versailles del 1919», è la conclusione un po’ apocalittica e fuori contesto di Oswald. E comunque ripeto, chi ha voluto giocare al “gioco del pollo” e alla fine si è è ritrovato lui a essere il primo che salta dall’auto in corsa per paura di schiantarsi? Tsipras, quindi il popolo greco se la prenda con lui, visto che oltre ad aver completamente sbagliato strategia, ha pure disatteso il risultato del referendum, prendendo doppiamente in giro i suoi connazionali. Un capolavoro da vero statista. 

E se per Bank of America, «l’uscita dall’eurozona da oggi è ufficialmente qualcosa che può essere usato come minaccia per coloro i quali non si comportando “alla tedesca”» e «gli ultimi sei mesi hanno reso palese la debolezza dell’impianto di governance europeo, un qualcosa che si riverbererà per mesi e anni nel futuro», a tutti sembra sfuggire un dettaglio del piano presentato e accettato dalla delegazione greca. Una delle parti più dure dell’accordo, infatti, non è quella che impone il ritorno ad Atene dell’odiata troika, bensì quello che vedrà il debito pubblico greco abbassato di 50 miliardi di euro attraverso il trasferimento di assets ellenici in un fondo di liquidazione gestito dall’Ue, attraverso il quale Atene cederà circa il 25% del suo Pil (e della sua sovranità residua) direttamente a Bruxelles. 

E quali sono questi assets? Ovviamente i più lucrativi, come aeroporti, aeroplani, infrastrutture e certamente alcune banche, fino al raggiungimento di quota 50 miliardi di euro. Insomma, le banche prima verranno ricapitalizzate con soldi Ue e poi la stessa Ue le potrà mettere sul mercato, così facendo si intende abbassare lo stock di debito sovrano greco e la sua ratio sul Pil. Insomma, si vende il Paese a pezzi per ripagare i creditori, tramutando anche questo terzo salvataggio in una partita di giro tra Atene e i creditori, senza che soldi a sufficienza vengano immessi nell’economia reale. 

Inoltre, questo piano di privatizzazione non è una cosa nuova, ma fu presentato nel 2011 guarda caso dal Fmi. Peccato che come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, subito dopo si scoprì che era una bufala totale, tanto che lo stesso Fondo monetario lo definì «irrealistico». Sapete quanto si otterrebbe dal fondo di privatizzazione per la ricapitalizzazione delle banche elleniche, al fine di renderle solvibili e quindi vendibili? 2 miliardi entro il 2018, quando ne servono 10-14 subito, oggi! Insomma, si continuerà a farle campare con i soldi Ela, verranno ricapitalizzate con parte dell’esborso Ue del nuovo piano e poi si cercherà di venderle. Una partita di giro, assoluta e assurda. 

Preparatevi a ritrovare il “caso greco” su giornali e teleschermi entro pochi mesi, se anche Atene riuscirà a varare le riforme lampo e otterrà gli 80 miliardi. I tedeschi saranno anche inflessibili, ma chi esce peggio da questa farsa, spiace dirlo, è proprio la Bce di Mario Draghi. 

E attenzione, perché se ieri la Grecia ha mancato un altro rimborso nei confronti del Fmi per 450 milioni di euro a causa delle casse vuote, oggi va a scadenza il cosiddetto “Samurai bond” denominato in yen che la Grecia ha emesso nel 1995 per un controvalore di 160 milioni di euro. Il problema è che a differenza delle mancate scadenze verso il Fmi, le quali innescano solo tecnicamente un evento di credito, un mancato pagamento di questo bond potrebbe innescare una cascata cross-default.

Per Ryosuke Kaneko, analista del credito presso la Mizuho Securities, terza banca giapponese, «se non verrà pagato, ci sarà contagio su altri bond pubblici, visto che i partecipanti del mercato potrebbero cominciare a concentrarsi sul “Samurai bond” come detonatore». Non è né chiaro, né automatico che un eventuale cross-default vada a impattare anche sulle detenzioni obbligazionarie greche della Bce ma visto l’andamento del prezzo del bond in 24 ore, come ci mostra l’ultimo grafico, diciamo che il mercato non scommette troppo su un pagamento da parte di Atene. Attenzione, 160 milioni di maturity obbligazionaria potrebbero vanificare in un solo giorno mesi di trattative e oltre 80 miliardi di nuovo piano di aiuti. Altro che accordo.

 



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