FINANZA E POLITICA/ Arrigo: dopo la Grecia, una “spada di Damocle” sull’Italia

- int. Ugo Arrigo

Per UGO ARRIGO, le riforme adottate da Renzi non sono sufficienti a impedire che l’Italia finisca sul banco degli imputati come la Grecia, perché finora non si sono tradotte in crescita

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Il premier Renzi con il ministro Padoan

«Le riforme adottate da Renzi non sono sufficienti a impedire che l’Italia finisca sul banco degli imputati come la Grecia. Finora le misure dell’esecutivo non si sono tradotte in crescita, e sono inoltre state concepite a prescindere da un disegno organico». Lo sottolinea Ugo Arrigo, professore di Finanza pubblica all’Università di Milano-Bicocca. Chiuso il capitolo dell’accordo tra Atene e Bruxelles, la prossima partita che attende il nostro esecutivo in campo economico è quella relativa alla Legge di stabilità 2016. Il premier, che vorrebbe maggiori margini di flessibilità, non a caso ha ricordato che “il cancelliere Schroeder, per fare la riforma del mercato del lavoro, ci mise un anno e mezzo e sforò il vincolo del 3%. E nessuno ebbe da ridire”.

Professore, la strada per la Legge di stabilità sarà in discesa o in salita?

In primo luogo bisogna vedere se ci sarà o meno una crescita economica effettiva, tale da favorire la situazione della finanza pubblica italiana. Se la crescita effettiva sarà più alta del previsto, allora ci sarà spazio per provvedimenti di politica economica e per un’attenuazione della fiscalità. Se invece la crescita economica effettiva sarà più bassa di quella prevista, anche gli introiti fiscali saranno inferiori e quindi sarà necessario intervenire con degli aggiustamenti.

In che modo è possibile intervenire per riattivare la crescita?

I margini di manovra da questo punto di vista sono pressoché inesistenti. Siamo arrivati al punto di avere una pressione fiscale talmente elevata da impedire qualsiasi spazio di crescita economica.

Quindi sarà una Legge di stabilità di pura conservazione dell’esistente?

Sì, sarà una manovra di conservazione degli equilibri esistenti, dove questi ci siano, o di equilibri che tendono a venire meno a causa di una minore crescita effettiva. E quindi la massima ambizione sarà quella di mantenere lo status quo.

Dopo l’accordo sulla Grecia, la Legge di stabilità italiana diventa più facile o più difficile?

Una prima ipotesi è che dal momento che il problema greco è stato stabilizzato, avremo meno difficoltà anche in Italia. La seconda linea interpretativa è che il problema greco è stato messo in stand-by, ma i Paesi che sono problematici anche se un po’ meno di Atene poi potrebbero diventare il centro dell’attenzione. I problemi del principale “candidato” per destabilizzare l’Europa sono stati messi temporaneamente nel “freezer”. Bisogna ora vedere se sarà così anche per gli altri potenziali “candidati”. Non so quale sia la risposta, ma la seconda ipotesi va tenuta in considerazione.

È di ieri intanto la notizia che il debito pubblico italiano ha raggiunto i 2.200 miliardi di euro…

In Europa il rapporto debito/Pil dell’Italia è secondo soltanto a quello della Grecia, e lo stesso vale per la nostra spesa pensionistica rispetto al Pil. In più abbiamo una Pubblica amministrazione che non funziona. Con le sue riforme Renzi ha creato molto fumo, ma poi tutto ciò si dovrebbero tradurre in sostanza, cioè in una Pa che funziona e in un’economia che cresce. Se questi risultati non arrivano, non si può escludere che Bruxelles inizi a interessarsi dell’Italia che è il Paese più simile alla Grecia.

 

Con quali conseguenze?

Il debito pubblico italiano in termini assoluti ha una dimensione multipla rispetto a quello della Grecia, e quindi se si creassero nuove tensioni sullo spread queste ultime non sarebbero facilmente risolvibili. Non possiamo illuderci che il Quantitative easing della Bce elimini per sempre i rischi legati allo spread.

 

Renzi però continua a ribadire che l’Italia ha fatto e continuerà a fare le riforme…

Finora il governo ha messo molta carne al fuoco su diversi fronti. A mancare però è un disegno organico. Le riforme dovrebbero essere concatenate e coerenti tra di loro, in modo da portare da una condizione attuale non soddisfacente a una futura in cui le cose funzionano. Ciò che non vedo è una serie di riforme orientate a una performance ben precisa. Potrebbe essere il segno del fatto che l’esecutivo, nell’adottare i singoli provvedimenti, li ha concepiti settore per settore ma senza una visione organica.

 

(Pietro Vernizzi)

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