SPY FINANZA/ Il default che spaventa gli Usa più della Grecia

- Mauro Bottarelli

Puerto Rico rischia il fallimento, con conseguenze per alcuni investitori americani. E con dichiarazioni “pericolose” del suo Governatore, come spiega MAURO BOTTARELLI

Trader_Bandiera_UsaR439
Infophoto

Scusate ma devo prendermi un giorno di pausa, non ce la faccio proprio più a stare dietro alla pantomima greca. Ormai siamo al ridicolo, il concetto stesso di ultimatum è stato spazzato via dai 3492 Eurogruppi che si sono tenuti nelle ultime settimane (infatti si è passati alle teleconferenze, altrimenti con quello che si spendeva in aerei e hotel si ripianava il debito di Atene), corredati da proposte e contro-proposte inviate e rispedite al mittente. Per un giorno, stop. Ma nemmeno troppo. Perché persi come siamo nel delirio greco e nelle sue baruffe elleniche di goldoniana memoria, rischiamo di non accorgerci che a fronte di un default possibile, un altro è già in atto e rischia di diventare – se domenica al referendum vincessero i “no” – un pericoloso precedente per molti Stati indebitati, con proprio la Grecia in testa. 

Da lunedì, infatti, giorno dei crolli borsistici, il debito di Puerto Rico è «non pagabile» e il governatore del Paese, Alejandro Garcia Padilla, parlando alla televisione di Stato ha detto parole molto chiare ai suoi creditori. Eccole, messe in fila: «Puerto Rico sta cercando di raggiungere una moratoria negoziata, ma i pagamenti del debito subiranno posticipazioni di anni. La situazione economica è estremamente difficile, il carico di debito non permetterà alla nostra Isola di superare la recessione. Per questo abbiamo bisogno di un piano di completa ristrutturazione e di termini migliori per il pagamento del debiti, a tal fine cerchiamo un accordo sulle riforme fiscali entro il 30 agosto prossimo». Poi, la bomba atomica: «I detentori di bond condividono responsabilità per il debito di Puerto Rico e quindi devono fare dei sacrifici». 

Dopo questo, quanto ci metterà l’Isola caraibica a superare nuovamente la Grecia, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina? E, soprattutto, guardando al secondo grafico, il devastato bond portoricano a 20 anni quanto ci metterà a raggiungere area (handle, in gergo tecnico) 50 o meno? Insomma, dopo il “Grexit” greco e il “Brexit” britannico, ecco un altro neologismo da mandare a mente, il “Prexit”. 

Di quanto stiamo parlando? Il debito pubblico di Puerto Rico è di 72 miliardi di dollari, circa la metà di quello della California ma con un decimo della popolazione, come ci mostra il terzo grafico. Il problema è che l’Isola è un commonwealth, ovvero una confederazione, quindi non ha l’opzione della bancarotta – come ad esempio ha una municipalità come Detroit, fallita qualche mese fa sotto il peso disfunzionale del sistema pensionistico – e un possibile default lascerebbe il Paese, i suoi creditori ma anche i suoi residenti in un limbo legale che potrebbe richiedere anni per essere risolto, esattamente come la crisi del debito greco. 

A fronte di una politica economica interna che sta dibattendo di un budget da 9,8 miliardi di dollari che contempli 674 milioni di dollari in tagli e ne accantoni 1,5 miliardi proprio per il servizio del debito, a Washington (Puerto Ricco è territorio Usa) il buon Pedilla preme per ottenere una legislazione che permetta alle aziende pubbliche dell’Isola, come l’autorità sull’elettricità e quella sull’acqua, di dichiarare bancarotta, visto che su 72 miliardi di dollari in bonds, circa 25 miliardi sono stati emessi da aziende statali. E a Washington stanno prendendo la cosa molto seriamente, visto che gli investitori Usa rischiano di perdere parecchio dal default dell’Isola, mentre di fatto quello greco non li sfiorerebbe. 

La ragione è semplice, i bond di Puerto Rico sono tradati sul mercato dei bond municipali Usa, mentre il debito di Atene è per gran parte in mano a Bce e Fmi. E nonostante non ci siano cifre certe, visto che gli hedge funds sono molto riservati rispetto alle proprie detenzioni, stando a calcoli della Height Securities, circa il 60% dei bond di Puerto Rico è in mano a investitori tradizionali del comparto muni-bond e il rimanente 40% o poco meno a fondi speculativi. Un azzardo, perché l’Isola è denominata “America’s Greece” proprio perché le sue obbligazioni hanno rating “spazzatura”, quindi ad altissimo rendimento ma anche ad altissimo rischio di perdite per default. 

Il fatto è che i tassi a zero imposti dalle politiche di stimolo delle Banche centrali, come vi ho detto molte volte, spostano gli investitori verso asset più a rischio alla disperata ricerca di rendimento e i bond portoricani, essendo emessi sul mercato municipale Usa, hanno anche l’ulteriore appeal di essere esentasse, divenendo agli occhi dei cercatori di profitto come un cesto di ciliegie per un bambino. Peccato che l’eccesso di emissioni abbia portato la bolla del debito a livelli insostenibili ed eccoci all’amaro, quanto scontato, epilogo. E infatti qualcuno a Washington aveva avvisato sui rischi sistemici e oggi preme perché sia concessa l’opzione del chapter 11, la bancarotta, anche al governo centrale dell’Isola, onde evitare il caso. 

E se il governatore di New York City ha paragonato la situazione debitoria di Puerto Rico a quella della fallita Detroit, le cose stanno diversamente. E ci sono già le prime vittime, ovvero la Assured Guarantee e la Mbia, due assicuratori di obbligazioni le cui azioni sono crollate lunedì dopo l’annuncio televisivo di Pedilla, portando al downgrade di entrambe a livello “hold” e registrando in chiusura di contrattazioni rispettivamente il -13% e -23%. Il gruppo di accounting Btig stima che i due gruppi detengano oltre 10,5 miliardi di esposizione lorda al debito di Puerto Rico e molti analisti temono che il loro crollo sia solo l’inizio di una crisi del debito più ampia. 

A fronte del taglio del rating dell’Isola da CCC+ a CCC- da parte di Standard&Poor’s, l’esperto obbligazionario di Societe Generale negli Usa, Larry McDonald, ritiene che «il problema che stiamo affrontando è quello di politici che prendono a prestito denaro dai mercati di capitale senza essere completamente a conoscenza della sostenibilità e dello stato delle loro finanze». Per McDonald, ora, il rischio è quello di una richiesta di tassi maggiori dal mercato come premio di rischio o addirittura l’esclusione di alcuni entità statali dal finanziamento stesso sui mercati di capitali, cosa accaduta alla Grecia. Il tutto, generando ulteriore tensione in un mercato del reddito fisso già oggi molto volatile e pericoloso. 

E per Mbia e Assured i guai sono davvero seri, tanto più che avevano già rischiato il collasso per la loro esposizione al mercato immobiliare subprime nel 2008 e ora un’altra crisi del debito potrebbe risultare fatale, tanto che il valore del titolo Mbia ha già rotto il livello di supporto e, quindi, se entrasse in area 6 dollari ad azione (lì a un soffio) potrebbe facilmente arrivare ai minimi post-2008 di circa 3 dollari. E con la sell-off di lunedì, entrambi i gruppi sono andati in rosso da inizio anno come performance borsistica. Per carità, nulla di sistemico per il mondo, ma c’è l’effetto psicologico e soprattutto di emulazione da parte di altri governi indebitati che potrebbero essere tentati di seguire la medesima strada di Puerto Rico per risolvere i loro guai.

Ecco infatti il passaggio del discorso televisivo di Pedilla che potrebbe tentare uno Tsipras magari ringalluzzito da una possibile – quanto improbabile – vittoria del “No” domenica: «Se i creditori non vorranno sedersi al tavolo, sarà peggio per loro. Ciò che accadrà è che la nostra economia peggiorerà ancora e avremo ancora meno soldi per ripagarli. Si sparerebbero su un piede, agendo così. La mia amministrazione sta facendo di tutto per non fare default ma dobbiamo far crescere l’economia, altrimenti entreremo in una spirale mortale». 

E a chi gli chiedesse cosa pensasse degli hedge funds che stanno disperatamente iniettando più capitali a Puerto Rico per evitare di writedowns sulle loro detenzioni obbligazionarie in caso di default, Pedilla ha risposto così: «Servirebbe solo a prendere tempo, a calciare in avanti la lattina. Io non sto calciando avanti la lattina». Cosa seguirà al default, l’uscita di Puerto Rico dalla cosiddetta dollar-zona? E l’Ucraina, il Venezuela, la Grecia e le altre nazioni indebitate del mondo quanto attenderanno prima di seguire l’esempio di Pedilla nella speranza di approdare nel nirvana keynesiano e irresponsabile del “non pago”? 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori