OLTRE IL 3%/ Ecco perché l’Europa dira di sì a Renzi

- Giuseppe Sabella

Matteo Renzi è pronto a dare vita all’annunciato taglio delle tasse e dovrà sforare il 3% del deficit/Pil, ma ha buoni argomenti per convincere l’Ue, dice GIUSEPPE SABELLA

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Matteo Renzi (Infophoto)

Matteo Renzi ha deciso di dare agli italiani un grande argomento di cui discutere tutta l’estate. Del resto, è cosa nota: l’Italia è Paese di statisti e di allenatori di calcio mancati. Insieme al calciomercato e al calcio d’agosto, ecco l’argomento principe per i politologi: le tasse. Sotto l’ombrellone – nonostante la crisi – le chiacchiere sono assicurate.

Non sorprende più, oramai, che la chiacchiera da spiaggia coinvolga anche i politici. Il Pd, memore della grande massima di Tommaso Padoa Schioppa (“Le tasse sono una cosa bellissima”), è in parte rimasto senza parole: “Ma come, non siamo noi il partito delle tasse?”. Gli oppositori oscillano tra il sentirsi derubati di un’idea (“noi lo avevamo proposto per primi!”, dice Romani) e l’accusare il premier della solita propaganda: “Renzi ancora una volta ci prende in giro!” accusa Salvini. Sorprende invece il coro dei commentatori economici che si accoda agli oppositori renziani: “Renzi bluffa, tagliare le tasse non si può!”.

In qualsiasi Paese dove la politica e la pubblica opinione sono qualcosa di meno equestre, la reazione sarebbe stata una sola: quella di fare pressione per il taglio della spesa, perché ciò è indispensabile a prescindere e funzionale all’obiettivo. E invece no, meglio remare, persino, contro i propri interessi. Viene a questo punto il sospetto che siano tutti d’accordo con Padoa Schioppa.

La verità è che Renzi non sta bluffando. L’esecutivo ha un piano su cui si fonda ciò che dice il premier, il quale – non soffrendo di timidezza – lo ha annunciato, forse un po’ precocemente; ma Renzi è sicuro di portare a casa il risultato. Al di là del fatto che è nelle sue intenzioni iniziare seriamente un processo di spending review da cui non può esimersi (secondo le ultime stime di Bankitalia, il debito pubblico ha toccato a maggio i 2218,2 miliardi di euro, aumentando in un solo mese di 23,4 miliardi e dall’inizio dell’anno di 83,3 miliardi, +3,9%), la riforma fiscale non poggerà sul taglio della spesa. Il lavoro di Cottarelli a qualcosa sarà servito, ma il taglio delle tasse sarà possibile soltanto grazie a uno sforamento del deficit.

Nonostante Renzi lo abbia escluso – in questo momento non poteva dire diversamente – Roma si appresta a chiedere a Bruxelles di poter sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil (al momento siamo attorno al 2,6%). Perché Renzi è così sicuro di avere l’assenso dell’Europa? Perché è consapevole del fatto che a Bruxelles sono convinti che l’Italia stia facendo buone riforme, in particolare quella del lavoro; e che, soprattutto, ciò coincida con alcune circostanze favorevoli: il trend dell’occupazione rispetto allo scorso anno è positivo, sia in termini quantitativi che qualitativi; l’erogazione di credito cresce; crescono gli investimenti esteri; la produzione industriale è in ripresa e con essa le esportazioni. In poche parole, l’economia italiana dà da tempo segnali di tenuta.

Si considerino anche due fattori esterni: in primis, dopo il caso greco, l’Europa davanti a proposte serie di riforma sarà meno rigida sui vincoli di bilancio; in secondo luogo, la stessa operazione – come abbiamo più volte raccontato – è riuscita in Spagna: in virtù di un taglio consistente della pressione fiscale, il rapporto deficit/Pil era salito al 5,5% ma oggi è al 4,5% e la Spagna è l’economia che nell’ultimo anno ha avuto la performance migliore, anche per effetto di questo taglio. Chi ironizza sul caso spagnolo, dovrebbe ricordare che nel 2012 Madrid è stata a un passo dal default.

È più che probabile che il premier abbia voluto annunciare ora la riforma del fisco per ragioni di consenso politico. Tuttavia, va quantomeno portato a termine il Jobs Act, in particolare nella parte riguardante politiche attive e Agenzia nazionale del lavoro. Ma questo è un punto che passa dalla revisione della riforma del Titolo V della Costituzione che ha conferito le deleghe del lavoro alle regioni. A parte qualche caso virtuoso, che va preservato, il disastro di Garanzia Giovani è la prova che nella maggior parte dei casi ciò ha prodotto poco ed è costato molto.

In sintesi, gli italiani seri, quelli che parlano poco e lavorano molto, dissentono da Padoa Schioppa; non è detto che siano renziani, ma vogliono pagare meno tasse. Agli altri lasciano volentieri le chiacchiere.

Twitter @sabella_thinkin

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