SPY FINANZA/ Dalla Francia all’Australia, le nuove “mine” sui mercati

- Mauro Bottarelli

Al di là della Grecia, dice MAURO BOTTARELLI, nel mondo sono molti i Paesi che stanno affrontando o stanno per affrontare situazioni di sostenibilità molto complesse

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Vi siete mai chiesti perché Francois Hollande abbia sempre difeso così strenuamente la permanenza della Grecia nell’Ue, arrivando a una posizione di contrasto quasi senza precedenti con lo storico alleato tedesco? E come mai, non più tardi di domenica, sempre l’inquilino dell’Eliseo ha parlato chiaramente di maggior condivisione all’interno dell’eurozona, evocando gli Stati Uniti d’Europa, ovvero fiscalità e mutualizzazione del debito? Perché è un europeista convinto? No, ce lo spiega in prima istanza il primo grafico a fondo pagina, il quale ci mostra che mentre il Fmi parla di insostenibilità del debito greco – con una ratio che supererà a breve il Rubicone del 200% e con i 7,2 miliardi del nuovo prestito già virtualmente finiti con i pagamenti di lunedì a FMI, Bce e altri creditori – se si vanno a vedere le liabilities governative nette, come ha fatto Societe Generale, quella ratio sta avvicinandosi a larghe falcate verso quota 1000%. Ma sempre utilizzando questo indicatore, scopriamo che gli Usa sono di poco sopra quota 500%, mentre chi ha il mal di testa peggiore è proprio la Francia, le cui promesse verso creditori e pensionati sono 5 volte maggiori del suo Pil! Insomma, Parigi non ha detto “no” ad altra austerity nei confronti di Atene per amore di giustizia e del popolo ellenico, lo ha fatto nel suo interesse, perché conti alla mano sa di poter essere il prossimo nella linea del fuoco e sa di essere troppo grande per fallire ma forse anche per essere salvata. 

Le dinamiche di debito francesi e la loro sostenibilità sono infatti più che questionabili e utilizzando la matrice del grafico di prima, scopriamo che a livello di cosiddette “unfunded liabilities” come percentuale del Pil, quelli messi peggio non siamo noi italiani e la Spagna, ma gli Stati Uniti e la Francia, con terzo outsider proprio la maestrina Germania. Qui non stiamo parlando di ratio tra debito governativo a bilancio contro introiti, ciò che ci metterebbe in cima alla lista, bensì di un computo totale che contempli anche le liabilities fuori bilancio, le quali però stanno cominciando a pesare sulla spesa corrente di pari passo con il rapido invecchiamento della popolazione. Una combinazione di inflazione, default sulle pensioni e spesa sanitaria, unite a contrazioni fiscali sono lo scenario di sviluppo potenzialmente più probabile per la Francia, la quale rispetto ad altri big con rischi connessi alle dinamiche di debito, ha munizioni molto limitate. 

Usa e Regno Unito hanno infatti la leva monetaria e possono stampare e svalutare, mentre dentro l’eurozona non resta che il combinato austerity-riforme, il quale da solo ha quasi ammazzato un bebè come la Grecia, figuriamoci un corpaccione come quello francese. La Germania, dal canto suo, ha molti assets esteri accumulati grazie agli enormi surplus di conto corrente che le abbiamo lasciato creare con i quali può far fronte a spese senza finanziamento e off-balance, visto che parliamo di assets pari al 50% del Pil tedesco. Mentre la Francia non solo non ha un firewall di finanziamento extra di queste dimensioni, ma è debitore netto, a vario titolo, per un controvalore pari al 20% del suo Pil. D’altronde il secondo e il terzo grafico ci mostrano cosa sia stato in grado di creare il governo Hollande in questi anni, ovvero un aumento costante della disoccupazione nascosto sotto il tappeto dei rialzi azionari e l’abbassamento degli spread garantiti dalla Bce e dalla Fed a livello globale. 

Come vedete, a maggio di quest’anno i disoccupati francesi sono cresciuti di un altro 0,5%, pari a 16.200 unità, e hanno raggiunto la cifra record assoluta da 3,522 milioni, 10mila persone più delle previsioni. Addirittura, la lettura di maggio è stata l’ottantesima di fila che ha visto crescere il numero dei senza lavoro!

Ma non pensiate che la Francia sia l’unica grande nazione con dei seri guai potenziali che ne minano la stabilità, perché qualcuno già parla riferendosi all’Australia come “la Grecia dell’Asia”. Lo scorso mese, per fare un esempio, Gina Renehart, la donna più ricca del Paese e matriarca della dinastia mineraria Hancock di Perth, ha stupito i suoi dipendenti, chiedendo loro un taglio salariale del 10% per evitare tagli occupazionali in futuro. La Renehart, divenuta miliardaria grazie alle miniere di ferro, ha infatti visto le sue fortune vacillare e non poco dopo il collasso del prezzo delle materie prime cominciato lo scorso anno, si parla di perdite pari a 11 miliardi di dollari su un patrimonio stimato solo tre anni fa in circa 30 miliardi. E lo stato di salute economica della Rinehart rispecchia fedelmente quello del Paese, per anni un Eldorado grazie alla sua ricchezza di commodities come oro, ferro e carbone. 

Durante gli anni del boom del cosiddetto “super-ciclo” delle materie prime, quando la Cina comprava qualsiasi cosa si estraesse in Australia senza essere sazia, l’economia del Paese superò quella della potenza petrolifera saudita, tanto che mentre il mondo pativa gli effetti a cascata della crisi finanziaria globale, l’Australia grazie al suo legame con la Cina, apparve immune da ogni contagio, con piena occupazione e un netto surplus commerciale. Ora però il collasso del prezzi di ferro e carbone, unito al netta ridimensionamento degli investimenti da parte delle grandi compagnie minerarie internazionali, hanno mostrato al mondo la vera vulnerabilità del Paese: come l’Arabia Saudita che sta bruciando le sue riserve estere per far fronte al calo del prezzo del petrolio, così l’Australia sta affrontando un collasso degli introiti da export. 

Dati recentemente rivisti rispetto al mese di aprile mostrano che il deficit commerciale australiano verso il resto del mondo è schizzato al record di circa 2,5 miliardi di dollari e il gap tra il valore di import ed export è destinato ad aumentare visto che il valore delle più importanti risorse australiane ha raggiunto i minimi da anni. Il ferro sta tradando a circa 50 dollari a tonnellata, contro il picco dei 180 dollari per tonnellata del 2011, mentre il carbone per uso termico viaggia a circa 60 dollari a tonnellata contro i 150 dollari di quattro anni fa. Per un’economia che nel 2013 dipendeva da queste risorse per il 65% del suo commercio totale in beni e servizi, questo crollo drammatico dei prezzi è impossibile da assorbire senza che crei seri danni, tanto che il governo per mantenere il livello di spesa pubblica sta aumentando il proprio livello di indebitamento. 

Per il famoso economista australiano Stephen Koukoulas, il recente aumento del debito estero porta con sé un’escalation di rischi per le future generazioni, tanto da evocare la metafora della “Grecia d’Asia”, con la Cina come banchiere di ultima istanza invece dell’Ue. Alla fine del primo trimestre di quest’anno, il debito estero netto australiano era salito al record di 995 miliardi di dollari, il 60% del Pil: certo, non è il 175% della Grecia, ma resta un livello insostenibile, soprattutto se gli si consentirà di crescere ancora per far fronte al calo del prezzo delle commodities e quindi delle entrate. 

Il governo di Canberra e la Reserve Bank of Australia hanno scommesso che la svalutazione del dollaro avrebbe garantito un effetto offset rispetto al calo dell’attività del comparto minerario, ma finora questa dinamica non si è sostanziata in modo rilevante o, almeno, pari alle attese. Insomma, l’Australia appare come una di quelle economie da petrodollari del Medio Oriente, peccato che non possa contare su ampie riserve valutarie estere per tamponare l’effetto del crollo dei prezzi delle materie prime e debba continuare a indebitarsi per mantenere gli standard cui si era abituata durante il super-ciclo. 

E che dire del Canada, altro Paese che nell’immaginario collettivo viene descritto come un avamposto di benessere? Beh, c’è da dire che quando a fine dello scorso anno il governatore della Bank of Canada, Stephen Poloz, avvertì del fatto che il primo trimestre del 2015 sarebbe stato “atroce” non stava scherzando, visto che il 15 luglio scorso l’istituto che presiede ha tagliato le stime di crescita per l’anno in corso dall’1,9% all’1,1% e quelle del secondo trimestre addirittura dall’1,8% a -0,5%. Insomma, la soglia della recessione. Di più, sottolineando «rischi al ribasso per l’inflazione», la Bank of Canada ha tagliato il tasso di riferimento all’0,5%, dopo un primo ribasso operato a gennaio dall’1% allo 0,75%: insomma, anche Ottawa si sta uniformando alla moda mondiale dei tassi a zero. E ancora, gli investimenti legati a gas e petrolio caleranno del 40% quest’anno e le proiezioni vedono il dollaro canadese a 80 centesimi su quello statunitense: detto fatto, dopo la comunicazione di queste decisioni, il cross tra la valuta Usa e quella canadese (che ha perso il 20% rispetto al biglietto verde da inizio anno) esplose al massimo da sei anni. Il volume di export di metalli e prodotti di loro derivazione è sceso del 7%, quello dei minerali del 9% e i volumi di consumo energetico del 6,5%: infine, il deficit commerciale si è espanso a 3,3 miliardi di dollari e per la prima volta dal 1990, in maggio il Canada aveva un deficit commerciale con gli Usa. 

Come vedete, nel silenzio dei media troppo impegnati a fare campagna elettorale e demagogia sul caso greco, nel mondo sono molti e di ben altre dimensioni i Paesi che stanno affrontando o stanno per affrontare situazioni di sostenibilità molto complesse e delicate, legate sì a dinamiche di ciclo come quelle delle commodities, ma tutte riconducibili a un unico peccato originale. Quello del mal-investment frutto del denaro a pioggia delle Banche centrali attraverso i loro infiniti cicli di Qe e programmi di stimolo monetario: ora cominciamo a vedere il prodotto, tra non molto ci toccherà pagarne il conto. Salatissimo. E sarà di nuovo recessione globale, ma in contesto molto più debole a livello macro di quello del 2008, con un carico di debito privato e pubblico globale enormemente più grande e, soprattutto, con le Banche centrali ormai senza munizioni, se non i tassi in negativo del 3-5%. Keynes sarebbe deliziato. 

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