SPY FINANZA/ La Russia minacciata da una “palla di neve”

- Mauro Bottarelli

Il nuovo calo del petrolio, combinato con una situazione non facile delle regioni, spiega MAURO BOTTARELLI, mette a rischio la salute finanziaria ed economica della Russia

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Vladimir Putin (Infophoto)

Per un’economia che vive e muore in base ai prezzi del petrolio, l’ulteriore calo delle valutazioni – il Wti statunitense addirittura sotto i 50 dollari al barile – potrebbe significare che la Russia resterà in recessione anche per il prossimo anno, dando vita al ciclo temporale più lungo in venti anni. Il primo tonfo dell’economia russa dal 2009 sembrava essere arrivato alla sua fine, con il petrolio che aveva riguadagnato il 40% dai minimi di gennaio, ma le dinamiche delle ultime settimane, legate a fattori come produzione e riserve ma anche all’accordo con l’Iran, stanno cominciando a porre questioni serie sulle rassicurazioni del governo di ritorno alla crescita già nel 2016 e sul rischio di un’ulteriore contrazione del budget, destinato ad ampliare il deficit già ai massimi da 5 anni. 

Con le elezioni parlamentari fissate per il settembre del prossimo anno, Vladimir Putin ha giocato da subito la carta dell’ottimismo, sancendo che il peggio della crisi economica era ormai alle spalle, nonostante calcoli di Ing Bank stimino un breakeven fiscale a 80 dollari al barile affinché il budget russo sia bilanciato. Tanto che la stessa Banca centrale di Mosca ha detto chiaramente che il Paese rischia un contrazione economica biennale se i prezzi del petrolio rimarranno a 60 dollari per tutto il 2016. Per Dmitry Polevoy, economista all’Ing a Mosca, «la Russia affronterà una recessione o almeno una stagnazione il prossimo anno, penso che saranno necessari ulteriori tagli alla spesa, lo spostamento in avanti di alcune spese militari e l’utilizzo di quanto rimasto nelle riserve», già scese da quasi 600 miliardi a circa 350 per contrastare l’attacco speculativo al rublo di inizio anno.

E proprio per la difesa della valuta e per le sanzioni legate alla vicenda ucraina, il governo ha già tagliato il budget del 10% e fatto ricorso a uno dei propri fondi sovrani, il Reserve Fund, per tamponare le perdite. In caso il prezzo del petrolio non risalga, per Polevoy è probabile che Mosca dovrà attingere risorse anche al suo secondo fondo sovrano, il National Wellbeing Fund. Stando allo stress test più estremo posto in essere dalla Banca centrale, ovvero petrolio a 40 dollari al barile e contrazione economica del 7%, 187 banche russe andrebbero incontro ad ammanchi di capitale pari a 0,6 triliardi di rubli (circa 11 miliardi di dollari) e la percentuale delle sofferenze raddoppierebbe, al 17,7% del totale. 

Inoltre, se quella dinamica a 40 dollari rimanesse, l’economia russa andrebbe in contrazione per il terzo anno di fila nel 2017. Le previsioni del governo vedono la crescita fissata al 2,8% quest’anno, dopo averla vista al ribasso dal 3% e al 2,3% per il 2016, il tutto a fronte di una crescita media del 7% durante i primi due mandati presidenziali di Putin tra il 2000 e il 2008. Per Tatiana Orlova, capo economista per la Russia di Royal Bank of Scotland a Londra, «un altro shock petrolifero potrebbe esacerbare o prolungare la recessione. Anche se ci aspettiamo che l’economia russa crescerà di un modesto 0,5% nel 2016, pensiamo che l’economia rimarrà in recessione per tutto il prossimo anno, se il prezzo medio del Brent resterà sotto i 60 dollari». 

Stando all’ultimo report di Moody’s, «per la Russia un sostenuto, ulteriore calo del prezzo del petrolio potrebbe facilmente indebolire il rublo e minare la ripresa dell’economia e delle finanze pubbliche, visto che tra il 17% e il 25% del Pil nazionale è legato al comparto energetico». La bozza di budget per il prossimo anno presentata dal governo vede l’area degli Urali con una media di 60 dollari al barile, ma, contemporaneamente, punta ad abbassare il deficit al 2,4% del Pil contro il 3,7% proiettato per quest’anno ma il report di Sberbank, la prima banca del Paese, pubblicato lunedì scorso smorza l’ottimismo, parlando di una media per gli Urali di 55 dollari al barile per il 2016, un qualcosa che porterebbe a un ulteriore calo dei consumi. Per questo, l’analista di Sberbank, Julia Tsepliaeva, sentenzia che «un’uscita dalla recessione è spostata in avanti al 2017». 

E che il momento sia particolarmente delicato per certi equilibri ce lo conferma anche un’altra notizia proveniente dalla Russia, alle prese anche con un grattacapo da 42 miliardi di dollari legato al debito locale e alle sanzioni occidentali. Come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, i bond municipali russi hanno ricominciato a salire, oggi al massimo da sei settimane, a causa delle crisi debitorie di alcune regioni, tra cui la Chukotka, Belgorod e tre aree a nord del Caucaso, dove le ratio debito/entrate sono al 100%, per la Chukotka addirittura al 140%. Questa impennata debitoria è figlia legittima di un decreto del 2012 con il quale Vladimir Putin aumentava la spesa sociale, atto che ha contribuito al raddoppio del carico debitorio in 80 regioni del Paese fino a 2,4 triloni di rubli (42 miliardi di dollari) e sul quale si dovrà operare roll entro i prossimi due, tre anni, come ci mostra il secondo grafico. 

Ora, con le sanzioni legate al caso ucraino che inibiscono i governi locali dal finanziamento sui mercati di capitale, la situazione delle finanze municipali sta tramutandosi nella proverbiale palla di neve, visto che si ricorre sempre più spesso a finanziamenti bancari molto costosi per garantire la spesa sociale. Per Moody’s, le richieste di ulteriore finanziamento saliranno del 25% quest’anno, spinte dalla spesa per sanità, educazione e utilities. Standard&Poor’s parla già di «possibile incremento dei default», visto che già nel primo trimestre un governo regionale ha ritardato un pagamento legato al capitale di un prestito bancario. E il rischio è duplice. 

Primo, il default di una regione molto grande potrebbe bloccare o almeno complicare l’accesso al mercato anche al ministero delle Finanze stesso e, secondo, se si attenderà a intervenire in aiuto alle regioni, il debito potrebbe crescere ancora e portare con sé rischi maggiori di default. A oggi le amministrazione locali hanno un deficit di 625 miliardi di rubli, su del 42% dall’anno scorso e stando a dati dell’Alta Scuola di Economia di Mosca, 75 regioni le scorso anno avevano un gap di budget. 

E a dispetto delle riserve russe, fiaccate dalla difesa del rublo di inizio anno ma ancora in grado di tamponare rischi simili, anche la Banca centrale russa pare nervosa: “Dato l’alto carico di debito, l’accesso a fonti di finanziamento di mercato potrebbe essere parzialmente chiuso per alcune regioni. Inoltre, queste regioni potrebbero avere difficoltà a rifinanziare il debito esistente, perché le banche stanno cominciando a diventare più selettive nell’assegnazione dei criteri di rischio legato alle amministrazioni locali”. 

Se per caso la Fed gioca la carta folle del rialzo dei tassi anticipato, svelando la strategicità tutta politica della mossa, il mondo potrebbe diventare davvero un posto pericoloso.

 

 



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