FINANZA/ Così l’Austria “spaventa” l’Europa più della Grecia

- Giovanni Passali

La Grecia si prepara a votare, anche se, spiega GIOVANNI PASSALI, non ha capito che con l’euro non può non esserci austerità. E in Austria si va verso un referendum importante

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Quanto vado ripetendo ormai da oltre cinque anni sta diventando di pubblico dominio. Però cinque anni non sono passati invano, poiché ora tutto è peggiorato e tante sofferenze delle popolazioni potevano essere risparmiate o fortemente attenuate. Il riferimento a cinque anni fa è importante non solo per quanto in passato ho avuto occasione di dire, ma soprattutto perché i dati parlano chiaro. Cinque anni fa l’esposizione degli Stati con la Grecia era semplicemente pari a zero, mentre quella di diversi investitori privati europei e diverse banche era pari a qualche miliardo o diverse decine di miliardi a seconda dei singoli casi. Oggi invece l’esposizione di investitori e banche è pressoché azzerata, mentre il debito della Grecia è stato preso in carico dagli Stati, grazie ai diversi fondi di protezione (che non proteggono nulla) architettati in questi anni da Draghi e compagni.

Questo è il risultato oggettivo di questi anni: il debito fatto da soggetti privati è stato spostato nelle tasche degli Stati, cioè di noi tutti. E questo accadeva mentre il debito stesso inevitabilmente si ingrossava. Infatti, come già spiegato in altri articoli, quando il debito è di fatto impagabile, l’unica formula è quello di tenerlo in piedi con nuovi debiti, di pari importo. Ma gli interessi nel frattempo nessuno li paga e quindi vanno ad ingrossare il debito. E gli interessi non si pagano proprio perché c’è la crisi. Questa è la formula suicida dell’austerità. Ma questa è la formula dell’euro stesso, poiché l’euro è divenuto per sua natura la moneta straniera per tutti, quindi ciascuno si è indebitato (per tentare di crescere) con una moneta di cui nessuno aveva la proprietà (e la gestione).

Cinque anni fa potevo serenamente (cioè senza tema di sbagliare) affermare che la Grecia sarebbe fallita perché già era in atto il meccanismo perverso che avrebbe inesorabilmente portato al fallimento. E aggiungo, come già detto nel passato, che a rimetterci le penne sono sempre i più deboli (alla faccia della presunta solidarietà e quindi di uno dei principi della Dottrina sociale della Chiesa); quindi dopo la Grecia toccherà al prossimo: forse il Portogallo? Poi la Spagna? Poi la Francia? O forse prima noi?

Alla fine, questi sono dettagli folcloristici, rispetto al disastro di miseria e sofferenze che aspettano tutti i popoli europei. A meno che… A meno che si prenda coscienza del problema e si esca dalla moneta unica. Qui finora sono sorte due grosse difficoltà. La prima è quella di riconoscere la vastità del problema e comprendere che le manovre di austerità tentano invano di mettere a posto i conti, ma non fanno che peggiorare la situazione (perché il tempo passa e gli interessi fanno crescere i debiti). Ora stiamo avanzando in questa fase, anche si vi sono ancora fortissime resistenze, perché ormai in tanti dicono che bisogna smetterla con l’austerità (ha cominciato Monti, ma il campione di oggi è Renzi, almeno in Italia), ma non hanno di fatto alcuna proposta diversa. L’unico ritornello noto è quello delle riforme da fare, senza mai specificare o spiegare perché una riforma dovrebbe provocare la crescita.

La seconda grossa difficoltà, e qui siamo ancora molto indietro, è comprendere che austerità e moneta unica sono due facce della stessa medaglia. Impossibile oggi staccare l’una dall’altra, poiché, proprio a causa della moneta unica, cioè che favorisce un popolo inevitabilmente svantaggia l’altro. E l’austerità diffusa in Europa è benzina per i motori dei più forti, quindi soprattutto aziende e banche tedesche. Che vincono non perché siano i più bravi (a volte lo sono), ma perché sono i più grossi. E questo accade (ed è accaduto) sia dentro le regole e le leggi, sia fuori la legge. Sono noti i fatti di corruzione di funzionari greci, tramite i quali lo Stato greco ha sottoscritto onerosissimi contratti di forniture militari del tutto inutili.

La difficoltà di comprendere la non separabilità tra politiche di austerità e moneta unica ha permesso al partito greco di Syriza di presentarsi proponendo un programma con promesse di fine dell’austerità senza però prevedere l’uscita dalla moneta unica. Una contraddizione in termini, come dire di volere l’acqua asciutta! Nonostante ciò, con tale programma Syriza ha vinto le elezioni.

Nella confusione generale, in questi ultimi giorni si è verificato qualcosa di completamente antidemocratico e da più parti si è alzato un coro di giubilo per il ritrovato rispetto della democrazia. Mi riferisco al referendum col quale Syriza si appresta per chiedere al popolo greco se accettare il piano di austerità proposto dalla Unione europea. Un piano che Syriza stesso definisce inaccettabile perché contrario al bene comune greco e contrario ai principi europei.

Ma proprio qui sta il nocciolo che è il contrario della democrazia. I principi costituzionali di ogni Paese non sono nella disponibilità degli atti democratici, né di una qualsiasi consultazione referendaria. Quindi abbiamo un doppio paradosso, quello di una consultazione che pretende di distinguere tra austerità e moneta unica (questa volta, mi duole dirlo, occorre dare ragione alla Merkel, se è vero che ha dichiarato che quello greco è un referendum sull’euro) e quello di una consultazione che è la negazione dei moderni principi costituzionali.

Da questa situazione sembra che l’Unione europea uscirà vincitrice, almeno finché Syriza manterrà la posizione di non uscire dall’euro. E qui paradossalmente la situazione peggiore potrebbe essere quella di una vittoria dei NO al referendum, perché allora non si capisce su quali basi potranno inventarsi un accordo con l’Ue. Ma vedrete che un accordo lo troveranno, poiché in questi anni hanno già mostrato una discreta fantasia nel trovare formule e sigle che in sostanza non risolvono nulla. E se poi vincessero i SI, allora Tsipras sarebbe praticamente costretto alle dimissioni.

Ci dobbiamo aspettare allora un semplice nulla di fatto? Penso proprio di no, poiché il sistema è frattale e il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Cosa c’entrano i frattali con i coperchi? C’entrano, perché i frattali ci dicono che il sistema (economico, politico, fate voi) favorisce gli eccessi e la mancanza di coperchi fa in modo che succeda il pasticcio che nessuno si aspetta. E già sta succedendo, perché un fantasma si aggira per l’Europa e questo fantasma si chiama Austria.

Cosa sta accadendo in Austria? Sta accadendo che un gruppo di privati cittadini, senza alcun appoggio di qualsiasi partito, si è messo in moto per ottenere, secondo le leggi austriache, una proposta di legge popolare (da far discutere in parlamento) oppure un referendum per far uscire l’Austria dall’Unione europea, non solo dalla moneta unica.

Le motivazioni che sono dietro a questa richiesta sono dovute sia all’euro (gli austriaci non se la passano così male, ma si sono accorti di essere contributori e di non ricevere abbastanza fondi), sia al trattato Ttip di prossima approvazione da parte dei commissari Ue. Il trattato Ttip che sta per essere firmato tra Ue e Usa, permetterà alle aziende Usa di poter citare in giudizio (in arbitrato internazionale) i singoli stati laddove la legislazione locale impedirà alle aziende Usa di perseguire i loro obiettivi di profitto. In altre parole, se negli Usa gli alimenti Ogm vengono permessi, poi le aziende Usa pretenderanno di poterle esportare anche qui da noi in barba alle leggi europee e nazionali.

Questi trattati sono attualmente discussi e concordati a porte chiuse tra i funzionari autorizzati e di questo non parla nessuno in Europa, tranne pochissimi blog o siti di informazione (come questo). In ogni caso in Austria i cittadini si sono organizzati e stanno sfruttando le leggi locali per uscire dall’Unione europea. A gennaio è partita la raccolta di firme per poter fare la proposta alla Corte Costituzionale e poter ottenere il permesso per la vera raccolta di firme. Hanno raccolto le diecimila firme necessarie senza difficoltà. Ora dal 24 giugno al 1 luglio c’è stata la vera raccolta di firme, il cui obiettivo era quello di raggiungere le centomila firme per poter chiedere direttamente il referendum senza chiedere l’approvazione del parlamento. Questo è un passaggio delicato perché nessun partito ha dato l’appoggio a questa richiesta e quindi si temeva giustamente che in Parlamento la richiesta fosse affossata.

Ma gli organizzatori hanno ottenuto un successo straordinario, considerata l’ostilità dei partiti e il completo silenzio dei media nazionali. Con il solo passaparola hanno raccolto oltre 261mila firme. Ora il referendum si deve tenere, c’è poco da fare. L’Europa scricchiola da tutte le parti. Occorre prenderne atto e iniziare a muoverci anche noi, prima che l’edificio crolli improvvisamente. Meglio essere vivi e spalare le macerie dopo, piuttosto che rimanerci sotto.

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