POST-REFERENDUM/ Il no della Grecia porta l’Italia “fuori” dall’Europa

- Stefano Cingolani

La crisi dell’eurozona dopo il no greco è politica e politica dovrà essere la sua soluzione, se si riesce a trovarla. STEFANO CINGOLANI ci aiuta a capire le conseguenze del voto di Atene

tsipras_europaR439
Alexis Tsipras (Infophoto)

La politica al primo posto. La crisi dell’eurozona dopo il no greco è politica e politica dovrà essere la sua soluzione, se si riesce a trovarla. Si è detto e ridetto che la moneta unica non doveva essere lasciata nelle mani dei tecnici e degli eurocrati, ebbene è arrivato il momento di trarne le conseguenze. Si è espresso il popolo greco e il risultato non lascia dubbi, anche se va ben interpretato e bisogna valutarne le conseguenze. Per il valore che ha assunto e per il suo impatto anche emotivo, sembra proprio un rifiuto non solo alle singole proposte della trojka, ma all’architrave stesso sul quale si regge la moneta unica.

Tsipras ha detto che il mandato ricevuto dal voto popolare non è per una rottura, ma per un accordo più giusto che comprenda anche una ristrutturazione, cioè un taglio, del debito. Dunque, in realtà, ha rilanciato. Non sarà facile riprendere il negoziato. Da Bruxelles si parla addirittura di aiuti umanitari, il che vuol dire non è una faccenda che si risolva in 48 ore come s’illude il governo greco. Le dimissioni di Varoufakis, pronto a incassare i vantaggi del proprio successo mediatico e politico, non basteranno.

A questo punto, dunque, il futuro dell’euro e della stessa Ue è nelle mani dei leader politici europei e dei loro elettori. Vedremo che cosa diranno questa sera Angela Merkel e François Hollande. E vedremo quali carte daranno al vertice straordinario convocato per domani. Ma la scelta dei greci è destinata ad avere ripercussioni politiche nei diversi paesi, Italia compresa.

In Germania la tentazione è di far pagare alla Merkel quella che è una sua chiara sconfitta. Sigmar Gabriel, vice cancelliere e capo della Spd (il partito socialdemocratico umiliato dai successi della Cancelliera), ha detto che i greci hanno bruciato gli ultimi ponti, tagliando così la via di un’altra trattativa. La Bundesbank farà sentire ancor più alta la sua voce e già va dicendo che si può aprire un buco nel bilancio che ricadrà sulle tasche dei contribuenti tedeschi. Ma quel che più conta è la posizione di Schäuble convinto che questa sia l’occasione per costruire una moneta più solida e coesa con chi ci sta, cioè con chi ne accetta le regole, tra le quali quella riduzione della sovranità fiscale della quale la trattativa greca è stata una sorta di antipasto.

In Francia, Marine Le Pen cavalca anche i marxisti greci pur di portare il suo affondo neo-nazionalista e anti-europeo. Hollande, dopo aver parlato di una Europa della crescita e non dell’austerità si è accodato alla Germania. È arrivato il momento di dimostrare di che pasta è fatto, se è un bignè, come finora si è mostrato, o un tiramisù.

Gli intransigenti a oltranza, dagli olandesi ai finlandesi, fanno i gradassi per conto dei tedeschi e non hanno nessuna vera autonomia. Ossi duri sono i paesi dell’est, anch’essi sotto influenza tedesca (il Lebensraum esiste sul piano economico). Quanto alla Spagna, storicamente è sempre stata al fianco della Germania, fin dalla Prima guerra mondiale. Lo stesso vale per l’Irlanda, spesso in funzione anti-britannica.

Resta l’Italia e per Matteo Renzi si apre un sentiero pieno di spine. La brigata Kalimera ha un valore folkloristico, ma nasconde una corrente forte e trasversale, il partito del no è ampio anche in Italia, mette insieme destra e sinistra e, soprattutto, raccoglie un fronte ampio anti-Renzi. Il governo italiano è rimasto ai margini della partita e lo resta ancora, come dimostra il duetto Merkel-Hollande. Dopo aver mostrato comprensione per Tsipras, nel momento chiave ha scelto la Germania. Non poteva fare altrimenti, ma anche perché, nonostante le parole, non ha ricette diverse e l’Italia, checché se ne dica, resta un vaso di coccio, anzi il più grande e fragile vaso di coccio.

La situazione economica non è affatto rassicurante. I mercati metteranno alla prova la tenuta dei buoni del tesoro. Il debito continua a salire. La crescita resta ben sotto l’1%. Con un’inflazione anch’essa sotto il punto non si raggiunge nemmeno tecnicamente il livello che consente di ridurre il rapporto debito/Pil. Non solo. Se ricomincia il balletto dello spread, c’è un chiaro rischio che saltino le variabili chiave sulle quali è stato costruito il Def, il Documento di economia e finanza, che fissa le linee guida della politica economica.

E in Grecia? Comincia a questo punto una crisi bancaria che richiede ingenti iniezioni di moneta. E si apre uno scenario che ha all’orizzonte l’uscita dall’euro che molti danno per scontata tra le grandi banche d’affari e anche da parte della Russia, che a questo punto cavalca la situazione anche per vendicarsi delle sanzioni. 

Dal punto di vista formale non si sa come uscire dalla moneta unica. In realtà, basta far mancare i soldi per pagare le pensioni e i salari, ma sarebbe un calcio nel sedere che costringerebbe la banca centrale greca a stampare una moneta parallela anche senza il permesso del sistema delle banche centrali che regola l’euro. C’è l’idea di un doppio regime monetario, ma sarebbe la prova generale per la nuova dracma. Il modello Cipro, cioè un fallimento governato, richiede un accordo sulla politica fiscale, proprio quello al quale il referendum greco ha detto no.

Così, prende corpo la Grexit. In tal caso, l’unione monetaria non è più irreversibile al contrario di quel che ha proclamato lo stesso Draghi. E l’intera Ue cambia non solo forma, ma sostanza. Si era detto che fu un errore credere che l’unione monetaria sarebbe stata il primo passo verso l’unione politica. Vero. Il percorso logico (e storico) avrebbe dovuto essere quello contrario. Come negli Stati Uniti. Alla prova dei fatti, la fine dell’unione monetaria segnerà la fine di ogni sogno federale. L’Unione europea sarà un grande mercato, e forse un’area di sicurezza (l’Ucraina e l’ondata di rifugiati rimettono in discussione anche questo). Niente più.

A meno che non prenda corpo la vecchia idea di un nocciolo duro franco-tedesco al quale vengano associati alcuni paesi che hanno già fatto i compiti a casa, pronti a compiere il salto verso una maggiore integrazione delle politiche economiche, anzi delle politiche nazionali tout court. Proprio come vorrebbe Schäuble. Un’unione ristretta che nasce dalla crisi. Se è un’altra illusione lo capiremo nei prossimi giorni. Quel che sembra chiaro è che l’Italia, oggi come oggi, non ha i titoli per farne parte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori