SPY FINANZA/ Il “botto” della Cina fa più paura della Grecia

- Mauro Bottarelli

Mentre l’Europa è preoccupata da quel che accade in Grecia, gli occhi dei mercati sono puntati anche sulla Cina, che è in grande difficoltà. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

Trader_Cina_Shangai_BorsaR439
Infophoto

Cosa vi avevo detto la scorsa settimana? Non preoccupatevi per la Grecia. E lo confermo. Certo, ieri i mercati hanno patito, ma non c’è stato l’armageddon che qualcuno si attendeva, sintomo che l’azzardo ellenico è stato prezzato come bluff (Milano è calata pesantemente, ma con la banche piene di sofferenze come sono le nostre è normale che ciò che in Germania vale -1% da noi sia subito prezzato a -3%). Perché tale è. Al netto della retorica stomachevole del trionfo della democrazia e della sovranità (mi spiace, ma non prendo lezioni di alcun genere da chi, come Varoufakis, definisce «criminale» chi gli presta i soldi per non fallire), cos’hanno ottenuto i greci? Nulla. Oggi vedremo se l’Eurogruppo prenderà in esame le nuove proposte che ieri Tsipras ha anticipato ad Angela Merkel in una telefonata informale, ma da Berlino l’irridigimento è stato immediato: nessuna nuova trattativa, non ci sono le condizioni. 

Ovviamente non sarà così, ma bisogna vedere su quali basi si comincerà a trattare. E poi, che trionfo è quello che vede i vincitori costretti a una pantomima come quella messa in scena da Yanis Varoufakis, dimessosi nonostante la vittoria del “no” per «favorire le trattative»: ma come, mostri i muscoli e poi sacrifichi il tuo bomber in nome dall’appeasement? Io i vincitori li ho sempre visti in maniera diversa. Bisognava indire un referendum (tra l’altro viziato da brogli sudamericani, da quanto circola in Grecia) per far uscire di scena Varoufakis, atto che in molti già chiedevano da tempo? Bisognava offrirgli la passerella da eroe responsabile? Patetico. Perché proprio l’ex ministro delle Finanze, forse in ossequio alla “teoria dei giochi” che tanto ama, è stato il peggior doppiogiochista dell’intera situazione, visto che casualmente domenica pomeriggio ha inviato un messaggio nemmeno troppo in codice ai creditori attraverso Ambrose Evans-Pritchard, il famoso responsabile economico del Daily Telegraph, garantendosi eco immediata. 

Cosa diceva? Che la Grecia avrebbe potuto emettere Iou, ovvero dei pagherò sullo stile di quelli utilizzati nella California post-default e che, se tirata per i capelli, potrebbe arrivare a nazionalizzare le banche e a stampare euro. Un’idiozia sesquipedale. Per un semplice motivo. Nello statuto della Bce, infatti, si dice chiaramente che le varie Banche centrali dell’eurozona stampano euro per una quota parte prestabilita e si assumono i costi di questa operazione: l’ammontare deve tenere conto delle esigenze nazionali, dei casi di picchi emergenziali e viene di fatto elaborato dalla Bce in base a calcoli su dati forniti dalla Banca nazionale in questione. 

Bene, sapete quanto può stampare la Banca centrale greca in banconote di vario taglia quest’anno, in totale? Ce lo dice il primo grafico a fondo pagina, 12 miliardi di euro: ovvero, al netto delle scadenze del prestiti in arrivo (3,6 miliardi solo alla Bce il 20 luglio) e di quelle già saltate, non arriverebbero a metà settembre. Il solito bluff di Varoufakis, il solito atteggiamento mariuolo e levantino. Il problema è un altro e ce lo mostra il secondo grafico, ovvero che al netto del fatto che la strada degli Iou sarebbe l’unica percorribile, occorrerebbe trovare un nuovo nome perché, guarda caso, nei computer delle sale trading è già presente la “nuova dracma – post euro”, denominata XGD: come dire, se anche uscite dall’eurozona, non cogliete di sorpresa proprio nessuno. O, almeno, certamente non chi di lavoro fa soldi per sé e per gli altri. Tanto più che al netto degli spread, il mercato obbligazionario sovrano greco è morto, non ha trading: quindi, provassero a fare una bella asta a breve termine per finanziarsi e vediamo quanti acquirenti troveranno e a quali prezzi. 

Quindi, al netto della retorica, a cosa è servito “contrattualmente” il referendum di domenica a Tsipras, se comunque ha dovuto lo stesso sacrificare Varoufakis nella speranza di riavviare le trattative? Pensate che uno come Schaeuble si faccia impressionare da teatrini di questo genere e consenta la cancellazione di parte del debito, senza colpo ferire? Pensate che la Bce potrà andare avanti senza limiti a fornire soldi alle banche greche tramite l’Ela, fondi senza i quali quegli istituti fallirebbero entro la giornata essendo totalmente insolventi (anche questo colpa della Merkel, forse?)? Qualcuno vede nell’apertura fatta ieri dal capo del Fmi, Christine Lagarde, una diretta conseguenza del referendum greco, ma alla fine cosa ha detto? Nulla, che il Fmi è pronto ad aiutare Atene se lo chiederà, ma non ha certo detto senza chiedere niente in cambio: al netto degli irrigidimenti, resta la solita posizione. Ovvero, vi aiutiamo, ma voi alzate l’Iva e riformate il sistema pensionistico, quel mostro mitologico che vede la fiscalità generale farsi carico del 43% delle spese, di fatto rendendo strutturalmente insostenibile l’intera struttura. 

Inoltre, il capo economista del Fmi, Olivier Blanchard, non aveva chiesto la luna ad Atene, semplicemente che i trasferimenti statali al sistema pensionistico scendessero dell’1% rispetto al Pil, ovvero passassero da essere il 16% del totale al 15%. Ma Varoufakis ha sempre detto no ed ecco che siamo arrivati al muro contro muro. Il nuovo ministro delle Finanze, già capo proprio della delegazione ellenica alla Commissione Ue, sarà più ragionevole? Bene, ma comunque sia Tsipras avrà perso se alzerà l’Iva e riformerà le pensioni, questo nonostante il suo 61% di “no” al referendum che ha bocciato proprio queste stesse misure. È una pantomima, tragica e ridicola insieme. 

È altro a preoccuparmi, cari lettori, non un Paese di 10 milioni di abitanti che gioca a Davide e Golia per non onorare i debiti che ha contratto: è la Cina e il suo mercato azionario in correzione del 30% dai massimi dello scorso 12 giugno, come vi dicevo in tempi non sospetti e mentre la grande stampa glorificava il rally del Dragone (mentre io vi dicevo di starne alla larga). Mentre gli occhi del mondo erano fissi sull’esito del referendum in Grecia, infatti, in Cina i vertici del sistema hanno deciso di effettuare un programma di sostegno alla liquidità senza precedenti. 

Per la prima volta nella storia del Paese, la Pboc (la Banca centrale) ha stabilito che presterà denaro non alle banche, ma alla China Securities Finance Corp., che fa capo alla società di controllo della Borsa. Quest’ultima potrà prestare a sua volta denaro ai broker, che a loro volta lo presteranno agli investitori finali per acquistare azioni. Un meccanismo che gli americani chiamano “margin-financing”, già noto in Cina perché ha causato il picco di acquisti nella prima metà dell’anno e considerato dal mondo finanziario molto pericoloso. Avete capito, la Banca centrale ora è di fatto sottoscrittore di tutto il trading sul margine del mercato cinese, una bolla da 8,1 triliardi di capitalizzazione che però ne ha già bruciati 3 in tre settimane e non fatevi ingannare dal +2,4% dello Shanghai Composite di lunedì, è una sconfitta a fronte di una mossa simile del governo e soprattutto era partito nella notte a +8%, salvo pareggiare tutti i guadagni in poche ore e finendo anche in negativo. 

Volatilità da paura e schizofrenia, si vende appena rimbalza, si compra sui cali ma poi si rivende: chi vincerà la guerra di nervi? È una vera e propria bomba atomica, per disinnescare la quale Pechino potrà fare una cosa sola, dar vita come le altre Banche centrali a un Qe in piena regola. Caricando però il mondo di ulteriore liquidità fantasma per non far crollare del tutto i corsi, ma aumentando anche lo stock di debito e l’azzardo morale degli investitori, un enorme schema Ponzi globale su cui pende la spada di Damocle dell’aumento dei tassi della Fed a settembre (a questo punto se lo fanno o sono pazzi o criminali). Questi sono i guai seri di cui la stampa dovrebbe occuparsi, non il teatrino della Grecia.

 

P.S.: Game over Grecia. Ieri sera la Bce ha mantenuto a 89 miliardi di euro il tetto dei fondi di emergenza per le banche greche ma ha abbassato la valutazione del collaterale ellenico a garanzia dei prestiti Ela. Quindi, come vi ho detto qualche giorno fa, o si fa l’accordo in fretta (e certamene non alle condizioni unilaterali di Tsipras) o partono gli haircuts sui depositi bancari in stile cipriota. E perché lo hanno fatto? Perché la Bce è brutta e cattiva e si diverte a torturare i greci? No, il 10 aprile 2014 la Grecia tornava sul mercato, emettendo un bond a 5 anni. Per tutti la crisi era finita. Solo venerdì scorso quel bond prezzava 71 centesimi sul dollaro, oggi 45,69 centesimi, come ci mostra il grafico qui sotto.  E siccome la Bce, come il Fmi, è stracarica di quella carta igienica, non può che abbassarne il valore come collaterale.

Complimentoni, valeva proprio la pena di spendere i soldi – che non hanno – per un referendum, il cui esito solo 24 ore dopo ha risultati tangibili pari a zero a livello di potere negoziale. Ah, quasi mi scordavo: nel mio articolo ieri vi ho spiegato le ragioni per le quali il calo del prezzo del petrolio è uno sviluppo difficilmente evitabile e proprio ieri pomeriggio di ieri il Wti aveva perso oltre 3 dollari – o il 6% – a un’ora dalla chiusura delle contrattazioni ed era entrato in area 53 dollari, il calo intraday maggiore da febbraio (e il terzo più grandi da anni), arrivando a un livello che non si vedeva dallo scorso inizio di aprile.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori