SPY FINANZA/ I fallimenti in arrivo per Brasile e Arabia Saudita

- Mauro Bottarelli

La Grecia non è un caso isolato: ci sono altri paesi, anche più illustri e ricchi, in serie difficoltà finanziarie e a rischio default. Ce ne parla MAURO BOTTARELLI

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La scorsa settimana Puerto Rico ha fatto default su un bond governativo, del quale ha ripagato solo l’1%. È successo qualcosa? Zero, il mondo dove si abbaia tanto ma si morde poco è fatto così, d’altronde con i paese guida che a loro volta annegano nel debito è dura fare la morale agli altri e comportarsi in linea con le minacce formali. La Grecia, si sa, avrebbe dovuto fallire tempo fa, ma è stata mantenuta artificialmente in vita da due fonti, i piani di salvataggio dei creditori e la liquidità d’emergenza della Bce, senza i quali ci avrebbe detto addio almeno tre anni fa. Ma dando un’occhiata al rischio implicito di default rispecchiato dai prezzi dei bond governativi o dal loro hedge inverso, ovvero i credit default swaps, scopriamo che sono altri – e non pochi – i paesi che sono sull’orlo del fallimento, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina.

Il Venezuela non è contemplato per un motivo semplice, è già andato: a dicembre del 2014 il suo cds tradava a “soli” 2300 punti base, ma oggi è a un pelo dai 5mila punti base, sintomo di default virtualmente garantito. Insomma, dopo Venezuela e Grecia, quali sono i dieci paesi più a rischio in base al dato dei cds? Eccoli: Ucraina, Pakistan, Egitto, Cipro, Russia, Brasile, Kazakistan, Turchia, Sudafrica e Vietnam. Certo, sono solo proiezioni finanziarie, visto che gli Stati Uniti sono quarti nella classifica dei meno a rischio, nonostante il debito pubblico ormai fuori controllo e la bolla finanziaria (i primi tre sono Germania, Svizzera e Svezia), ma comunque è un dato a cui far attenzione, anche soltanto per il grado di instabilità sociale e potenziali rischi estremistici di alcuni di quei paesi in precarie condizioni finanziarie.

Di più, il Brasile addirittura l’anno prossimo dovrà ospitare le Olimpiadi! Perché, dunque, silenziosamente, i cds sono riesplosi ai livello post-crisi di Lehman Brothers? Partiamo proprio dal Brasile, visto che la scorsa settimana l’Associated Press ha stupito il mondo con un reportage la cui frase più forte era questa: «Gli atleti che parteciperanno ai Giochi il prossimo anno gareggeranno in acque così contaminate da feci umane da rischiare di ammalarsi seriamente o rendere impossibile competere». Non male come prospettiva. Il problema è uno solo: i mercati emergenti non sono più tali per tre fattori, ovvero il rallentamento cinese, il ciclo ribassista delle commodities ormai a livello del 2008 e il rischio di rialzo dei tassi della Fed, essendo fortemente indebitati in dollari.

Il problema è che i governi centro-americani, ad esempio, non hanno nemmeno considerato l’ipotesi di tagliare i tassi per riattivare la crescita, a fronte di prezzi di petrolio, rame e altri materiali raw letteralmente collassati. Ecco, quindi, questa dinamica, come ci mostra il secondo grafico: le valute di molti Paesi stanno collassando e nell’area andina l’inflazione è già oggi ben al di sopra dei target prefissati. Un Paese come il Cile, dove la scorsa settimana il presidente della Banca centrale, Rodrigo Vergara, ha dichiarato che «un taglio dei tassi non è nemmeno da prendere in considerazione», il crollo del peso sta accelerando la salita dei prezzi, oltretutto in una nazione che è il primo esportatore al mondo di rame, il cui prezzo è crollato del 26% dallo scorso anno.

Insomma, la questione è seria perché in quei paesi i banchieri centrali sono paralizzati tra la Scilla del “non posso tagliare i tassi per favorire la crescita” e la Cariddi del “non posso alzare i tassi per bloccare l’inflazione”: il combinato peggiore per nazioni che si basano sull’esportazione di materie prime in un ciclo ribassista dopo il super-rally degli scorsi anni. Basti pensare che le valute delle nazioni in via di sviluppo sono scese ai livelli minimi dal 1999 e i bonds denominati in queste monete hanno bruciato cinque anni di guadagni, come ci mostra il grafico a fondo pagina.

Per Morgan Stanley è il Brasile l’epicentro di quanto sta accadendo nei mercati in via di sviluppo, pagando il prezzo a tre criticità: credito, leverage cinese e politica espansiva Usa che sta per finire, un combinato che ha alzato il livello del rischio e che «appare soltanto a metà del suo ciclo». Subito dopo ecco Turchia e Sudafrica, seguiti dall’Indonesia e da grandi esportatori di commodities come Russia e Colombia. Il problema ulteriore è capire se il trend negativo a livello commerciale sia ciclico, ovvero legato al crollo dei prezzi delle commodities o strutturale ed endemico: i volumi del commercio globale, infatti, a parte una breve ripresa nel 2010, dall’inizio della crisi finanziaria a oggi sono scesi ben al di sotto dei livelli degli anni Novanta e dei primi anni Duemila. Inoltre, il commercio non è più un driver dell’economia globale, visto che un dollaro di trade oggi garantisce la metà dell’aumento di produzione globale di quanto non abbia fatto tra il 1986 e il 2000, stando a dati della Banca Mondiale. Per i mercati emergenti, storicamente dipendenti dall’export, la sfida è quindi doppia.

Insomma, il problema è chiaro: se la crisi del commercio non è ciclica e quindi andiamo incontro a un periodo prolungato di bassa domanda per i prodotti che i mercati emergenti esportano e su cui basano la loro economia, in molti potrebbero perdere lo status di emergente ed essere riclassificati come mercati di frontiera, facendo il paio con molte nazioni africane. Come verrà gestita, però, questa eventuale transizione al ribasso a livello sociale, visto che proprio l’export a cannone degli ultimi anni aveva elevato gli standard di vita media in quei paesi?

E una vittima eccellente di questa dinamica potrebbe essere la ricca Arabia Saudita, visto che se il mercato dei futures petroliferi resta un buon indicatore, Riyad sarà in guai seri entro due anni e potrebbe entrare in una crisi strutturale entro la fine di questa decade. Il prezzo per il contratto futures per il crude Usa consegna dicembre 2020 è infatti a quota 62,05 dollari, un livello che implicitamente ci parla di un drastico cambio di rotta nel mercato delle commodities energetiche e di medio termine. Insomma, quando lo scorso novembre l’Opec a guida saudita ha giocato l’azzardo di non supportare i prezzi tagliando la produzione, ha compiuto un grosso errore, esattamente come l’aver giudicato male i break-even e i livelli produttivi cui sarebbe potuto arrivare il comparto shale Usa se messo sotto stress.

Il contesto è duro: lo studio di consulenza Wood-Mackenzie stime che le principali compagnie di gas e petrolio abbiano già tagliato 46 progetti di grandi dimensioni, spostando in avanti investimenti per 200 miliardi di dollari. I costi della trivellazione sono troppo alti in Arabia Saudita, inoltre, mentre negli Usa nonostante gli impianti siano scesi a 664 dai 1608 dello scorso ottobre, la produzione è ancora ai massimi da 43 anni a 9,6 barili al giorno.

 

Certo, finora i produttori Usa hanno goduto di contratti di hedging che hanno mantenuto il prezzo del barile a circa 85-90 dollari, mentre tra ottobre e fine anno quella copertura finirà e sarò negoziabile in area 65 al massimo, ma se per caso il petrolio dovesse raggiungere quel prezzo anche sul mercato, tutti gli impianti attualmente chiusi nei vari bacini statunitensi potranno riaprire immediatamente e essere operativi, inondando di altro petrolio il mondo. Basti dire che solo il giacimento Permian Basin in Texas potrebbe produrre sul lungo termine 5-6 milioni di barili al giorno, più del gigantesco impianto saudita di Ghawar, il più grande del mondo.

Le entrate governative saudite dipendono al 90% dal petrolio e già dai tempi delle primavere arabe gli outflows di capitali sono saliti di molto, raggiungendo l’8% del Pil annuale prima del crollo del prezzo del petrolio e quindi si sono bruciate riserve valutarie estere per stare a galla. Dal picco di 737 miliardi di dollari dell’agosto 2014, le riserve sono scese a 672 a maggio di quest’anno e stanno calando al ritmo di 12 miliardi al mese: il deficit fiscale, insomma, viene coperto dollaro dopo dollaro dalle riserve. Le quali non sono poi così grandi, visto il sistema di cambio fisso del Paese, tanto che Kuwait, Qatar e Abu Dhabi hanno il triplo delle riserve saudite pro-capite: insomma, il cuscinetto di difesa, con questi prezzi al barile, è di meno di due anni.

Non a caso, lo scorso febbraio Standard&Poor’s ha rivisto a “negativo” l’outlook del Paese, visto che l’economia saudita «non è diversificata ed è vulnerabile a un netto e sostenuto calo dei prezzi del petrolio». Oltretutto, Riyad non ha mai adottato la politica norvegese di ottimizzazione, ovvero utilizzare un fondo sovrano per riciclare i petrodollari, ma ha utilizzato gli introiti del greggio come un salvadanaio per il ministero delle Finanze. Perché? Perché la spesa sociale è l’unico collante che tiene insieme un regime wahabita medievale in tempi di fermento violento della minoranza sciita della provincia orientale, di attacchi dell’Isis e dei contraccolpi dell’invasione dello Yemen. Di più, la spesa diplomatica è ciò che sostiene la sfera di influenza saudita in un Medio Oriente che sta vivendo la sua versione della Guerra dei Trent’anni e paga il prezzo di primavere eterodirette che hanno portato solo maggiore instabilità politica, Egitto e Libia in testa.

Insomma, le criticità non mancano. La visione politica per affrontarle in tempo, mi pare di sì. 

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