SPY FINANZA/ I “giochini” delle banche d’affari sull’oro

- Mauro Bottarelli

Mentre la Banca centrale cinese ha deciso di svalutare lo yuan sul dollaro, il prezzo dell’oro si è mosso in maniera abbastanza particolare. Ce ne parla MAURO BOTTARELLI

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La scossa che ci si attendeva da Pechino per far ripartire l’economia è arrivata. La Banca centrale cinese ieri ha svalutato lo yuan di circa il 2% rispetto alla cosiddetta parità centrale sulla valuta statunitense, portandola a 6,2298 yuan contro dollaro, rispetto ai 6,1162 di lunedì. Si tratta del valore base per stabilire la banda d’oscillazione del 2% concessa da Pechino alla propria valuta: «Le condizioni dell’economia e della finanza internazionale sono complesse. Il dollaro si rafforza, mentre l’euro e lo yen si indeboliscono. Allo stesso tempo i mercati emergenti stanno affrontando pressioni al ribasso, mentre assistiamo all’aumento della volatilità sul flusso internazionale di capitali», ha spiegato un portavoce della Pboc, aggiungendo che la misura ha anche lo scopo di portare il tasso di cambio a un livello più orientato al mercato. Balle, devono solo tamponare il disastro borsistico e cercare di innescare un po’ di crescita in un’economia che è in rallentamento, pesante, in tutte le sue componenti macro, come ci mostra il diagramma a fondo pagina. 

Ma non è della Cina che vi voglio parlare, vi ho tediato anche troppo con questo argomento in passato: Pechino e le sue mosse disperate mi servono solo per attualizzare il mio tema di oggi, ovvero l’oro e le sue dinamiche come canarino nella miniera di carbone della prossima crisi. In risposta alla mossa della Pboc, infatti, dopo un iniziale e inspiegabile calo, il prezzo all’oncia è ovviamente salito, a 1.113,5, un +0,8% secco. E in attesa che la Banca per i regolamenti internazionali venda un po’ di futures per schiacciare la valutazione al ribasso, un domanda: cos’era già successo lunedì al prezzo dell’oro e all’argento, prima che la Cina svalutasse? C’è forse un’altra e più interessante dinamica già in atto? 

Partiamo dai due grafici a fondo pagina per contestualizzare la situazione: come vedete, la posizione netta aggregata degli hedge fund sull’oro non è mai stata così short nella storia, mentre i cosiddetti “Commercial Hedgers” stanno detenendo la più bassa posizione corta netta nei futures aurei dal lancio del bull market nel 2001. Ora, qualche altra precisazione: nel mercato futures è di fondamentale importanza il Cot report, un rapporto che viene pubblicato settimanalmente in versione gratuita il venerdì su questo sito e dettaglia il posizionamento long/short sul mercato dei futures dei “commercial” o “commercail hedgers” e dei “non commercial”: i primi sono per esempio le grandi banche d’affari che operano sul mercato dei futures con scopo di copertura, mentre i secondi sono soggetti, come ad esempio gli hedge funds, che operano sul mercato per puro scopo speculativo. 

E ora che avete qualche elemento valutativo maggiore, vediamo di tornare lunedì: com’è possibile che in un contesto simile l’oro sia tornato a 1100 dollari l’oncia e l’argento sia risalito sopra quota 15 dollari? Un motivo potrebbe essere questo, ovvero stando al dato mensile aggiornato della Banca centrale cinese, le detenzioni di luglio sono a quota 1682,71 tonnellate metriche, ovvero più 24,38 tonnellate rispetto a giugno o un aumento dell’1,5%: insomma, il gigante cinese sta continuando a comprare oro fisico. Perché? Lo vedremo più tardi. 

Ora passiamo all’argento, il cui prezzo è giù del 7,1% da inizio anno e la dinamica è stata accelerata dal rafforzamento del dollaro in attesa di un aumento dei tassi da parte della Fed: a livello mondiale, la domanda è calata del 4% nel 2014, calo giustificato in gran parte dal -19,5% della domanda per investimento. Eppure gli Etf sull’argento non hanno visto grosse liquidazioni lo scorso anno, visto che le detenzioni sono salite di 1,4 milioni di once, chiudendo l’anno a livello record di 636 milioni di once. I primi due fattori elencati hanno guidato il calo del 19,9% del prezzo dell’argento lo scorso anno, ma come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, la produzione di questo metallo sempre nel 2014 è salita del 5%, aumentando la pressione sui prezzi. Perché le miniere hanno prodotto più argento in una dinamica di prezzo in calo? Circa il 75% dell’argento da miniera è un cosiddetto by-product dell’oro, quindi chi produce continua a farlo senza guardare il prezzo. Inoltre, i primari produttori di argento hanno tagliato i costi a partire dal picco del 2012 e, soprattutto, con il mercato al rialzo dal 2001 al 2011, sempre più miniere erano state aperte e nessuno ora intende chiudere un nuova miniera anche se perde soldi, visto che dal mercato arrivano indicazioni rialziste come quelle di lunedì. 

Bene ora entriamo nella carne viva del tema: sono solo gli acquisti cinesi a far alzare i prezzi o ci sono altre dinamiche in atto? Guardate il secondo e il terzo grafico, i quali ci mostrano due cose. Il primo è il cosiddetto indice “Greed&Fear” della Cnn, ovvero un barometro che ci mostra il sentiment imperante sul mercato al momento, una sorta di tracciatore in tempo reale. Bene, come vedete, siamo a livello di “paura estrema” e questa valutazione è identica per sei delle sette componenti dell’indice: guarda caso domanda di beni rifugio, profondità del prezzo dei titoli, domanda di bond ad alto rendimento, forza del prezzo dei titoli, opzioni put e call e market momentum. Ma qual è l’unica voce rimasta con valutazione “neutrale”? Paradossalmente, il Vix, ovvero l’indicatore ufficiale della volatilità e quindi dei timori del mercato, come mostra plasticamente il secondo grafico. 

Chi ha ragione, quindi? Gli insiders che leggono quelle sottocomponenti tecniche, oltre che i dati macro o la narrativa ufficiale che vede solo tramonti e placidi laghi alpini all’orizzonte? Ed ecco poi la seconda dinamica molto interessante, ovvero la differenza tra oro di carta e oro fisico di cui vi ho parlato la scorsa settimana e la necessità per le banche d’affari con grandi esposizioni ai derivati sui metalli preziosi di mantenere artificialmente basso il loro prezzo. Nell’articolo della scorsa settimana vi facevo notare il crollo del cosiddetto “registered gold”, ovvero quello disponibile alla consegna fisica, al Comex, a fronte anche della riclassificazione nella voce “eligible”, ovvero non disponibile alla consegna, di 25.386 once. Insomma, come mostra il quarto grafico, la ratio di copertura era di 124 once di open interest per ogni oncia fisica! Insomma, roba da rischio di default in caso di consegne di massa: ma, come altre volte nella storia, non è stato così. 

 

 

 

 

Al netto di un ratio di consegna fisica di solo il 5% dei volumi trattati, il Comex infatti due giorni dopo la pubblicazione di quel dato shock era di nuovo salva, come ci mostra l’ultimo grafico: in una sola notte, l’oro “eligible” è salito del 78%, passando da 362mila once a 643mila, di conseguenza portando l’oro disponibile per consegna fuori dalle secche dei minimi storici! Miracolo, in America oltre a stampare banconote, riescono anche a moltiplicare l’oro! No, quel dato non è frutto di nuovo oro nei caveau del Comex, bensi del fatto che JP Morgan ha riclassificato 276mila once di oro da “eligible” a “registered”! Insomma, l’ennesima partita di giro, l’ennesimo giochino delle banche d’affari ma la dinamica è chiara: il mondo reale, quello che compra oro fisico sa che le prospettive macro sono già oggi tali da giustificare un’esplosione del prezzo e la finanza può solo continuare con i suoi giochini cercando di sopprimerlo artificialmente con giochi delle tre carte come quello che vi ho appena fatto notare. 

Non ci credete? L’indice della Cnn non vi basta e credete fortemente al Vix ai minimi storici? Bene, primo sappiate che i futures del Vix sono ampiamente manipolabili al ribasso, come tutti gli altri d’altronde e che attraverso il suo programma per le Banche centrali, il Cme non solo consente a queste ultime di comprare futures, ovvero di operare direttamente sul mercato, ma garantisce loro anche uno sconto sulle commissioni! Secondo, sempre lunedì lo Shanghai Composite ha chiuso le contrattazioni a +4,93%: cos’era successo nel fine settimana per giustificare un balzo simile? Durante il weekend in Cina erano stati diffusi i dati sull’export, in calo dell’8,3% rispetto a luglio dello scorso anno e sui prezzi alla produzione, in flessione del 5,4%, ai minimi da sei anni: insomma, l’economia cinese, l’unico driver degli ultimi anni, sta grippando, come ci dimostrano anche i prezzi delle commodities e come vi dicevo a inizio articolo. 

Insomma, come a Wall Street, si festeggiano i brutti dati perché significano giocoforza altro stimolo statale all’economia, altro metadone per gli indici. E ieri si è cominciato con la svalutazione shock. Ecco perché, forse, l’oro è salito già da lunedì: attenzione alle sue dinamiche, a volte parlano molto più di quanto sembri davvero. 

 



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