SPY FINANZA/ Sui mercati si accende “l’allarme Usa”

- Mauro Bottarelli

Nell’ultimo periodo i capitali hanno cominciato a lasciare il mercato Usa. Per MAURO BOTTARELLI si tratta di un segnale preoccupante che non lascia presagire nulla di buono

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Nonostante il minimo ritracciamento di venerdì, il prezzo del petrolio ha ormai toccato il minimo da sei anni e mezzo, sotto quota 42 dollari al barile, solo tre dollari dai minimi da oltre 11 anni. Un chiaro segnale che il combinato di rallentamento economico cinese e sovra-offerta a livello globale sta peggiorando, con l’incognita dell’Iran che potrebbe tornare a pompare ai ritmi massimi se l’accordo sul nucleare verrà implementato. Non solo l’oro nero si è mosso in territorio ribassista in luglio, ma i principali produttori stanno preparandosi per il peggio e quindi per un prolungato periodo di prezzi bassi, dopo che la produzione Usa ha viaggiato a circa 100 milioni di barili al di sopra della media stagionale a 5 anni.

E attenzione, perché come vi dico sempre, il petrolio non è solo una commodity, visto il suo elevatissimo grado di finanziarizzazione è infatti un’arma geofinanziaria di enorme potenza e a New York i traders dei futures stanno già puntando area 39 dollari al barile. Per Goldman Sachs la sovra-offerta di greggio a livello globale sta viaggiando a 2 milioni di barili al giorno e gli stoccaggi saranno riempiti entro l’autunno, mentre il capo analista della Confluence Investment Management, Bill O’Grady, ritiene che «il mercato del petrolio resterà pesantemente sotto pressione per i prossimi due, tre mesi. Non vedo alcuna fine di questo trend, almeno fino a quando la domanda stagionale non risalirà». Solo a livello di stoccaggio, globalmente, parliamo di qualcosa come 220 milioni di barili. La stessa International Energy Agency ritiene che la saturazione del mercato resisterà fino a tutto il 2016, come ci mostrano i primi due grafici a fondo pagina, ma se le sanzioni contro Teheran saranno anche solo alleggerite, si può parlare tranquillamente della prima metà del 2017, stando all’ultimo report.

Inoltre, la chiusura inaspettata di unità di raffinazione in New Jersey e Indiana fanno intravedere la prospettiva di minor fornitura di carburante verso New York e Chicago, con le unità di distillazione che sono rimaste al livello record di 17,3 milioni di barili al giorno nelle due settimane conclusesi il 7 agosto. Insomma, il rischio è quello che il calo fisiologico stagionale acuisca il trend, visto che alcuni analisti vedono le prospettive scendere a 15,6 milioni di barili al giorno entro la fine di ottobre e con parecchie raffinerie che tra non molto andranno in periodo di manutenzione.

Il terzo grafico ci dice anche altro, ovvero che la situazione è ancora peggiore se vista attraverso la lente temporale, visto che l’estate – con la gente in vacanza utilizzando l’auto – è storicamente la stagione picco per il petrolio. I futures sul Wti statunitense hanno perso il 30% dall’inizio di giugno, quasi il peggior calo in assoluto da quando i contratti sul greggio hanno cominciato a tradare nel 1983, peggio anche dell’estate del 2008, di quella della crisi asiatica del 1998 e dell’ultima saturazione globale nel 1986. Addirittura, il calo è superiore a quello del 2011, quando il petrolio scese del 21% durante l’estate perché gli Usa e altri grandi Paesi importatori misero sul mercato 60 milioni di barili dalle riserve strategiche per tamponare il crollo dell’export libico dovuto alla rivolta contro il regime di Gheddafi.

I Paesi Opec, d’altronde, stanno pompando al massimo, così come gli Usa nonostante il collasso dei prezzi (alcuni produttori shale del giacimento di Bakken hanno talmente strizzato margini e costi da essere operativi anche a 25 dollari al barile), quindi la saturazione non solo non è terminata, ma rischia di aumentare. Tanto che Gary Shilling, presidente della Shilling Company, ha azzardato che il petrolio potrebbe arrivare anche in area 10-20 dollari al barile «se l’Opec deciderà di non tagliare la produzione e invece dichiarerà una guerra dei prezzi contro i produttori concorrenti per mantenete la sua quota di mercato».

E qualcun’altro azzarda scenari apocalittici, ovvero Jeff Gundlahc, a detta del quale «se il petrolio scenderà in area 40 dollari e romperà quel livello, allora qualcosa di molto brutto succederà al mondo e non solo all’economia. Le conseguenze geopolitiche potrebbero essere terrificanti». E la correlazione storica rappresentata nel grafico a fondo pagina pare dargli ragione, visto che rapidi e grandi movimenti in entrambe i sensi del prezzo del petrolio sono stati correlati a significative crisi economiche e geopolitiche in tutto il mondo. Il problema è che oggi, a causa del quantitativo enorme di denaro immesso nel sistema dalle banche centrali, i flussi monetari sono più veloci che mai e tutto è più strettamente correlato proprio a quel flusso.

Ma attenzione, perché sul finire della scorsa settimana un altro indicatore di rischio ha rimandato chiari segnali di allarme, questa volta legato al mercato obbligazionario Usa ma con stretta correlazione a quello azionario. I credit traders, infatti, sono noti per suonare la campanella prima che i titoli azionari realizzino che c’è un problema e venerdì hanno reso noto che la scorsa settimana gli investitori hanno ritirato 1,1 miliardi di dollari dai fondi obbligazionari investment-grade, il prelievo più grande da 2013, stando a dati raccolti da Well Fargo. Le obbligazioni di aziende denominate in dollari di tutti i ratings hanno perso il 2,3% dalla fine di gennaio, mentre l’indice Standard&Poor’s ha guadagnato il 5,7%: «Il credito è il segnale di avvertimento a cui tutti stanno guardando, è stato infatti un ottimo indicatore per gli ultimi 15 anni», ha dichiarato Jim Bianco, fondatore della Bianco Research di Chicago.

Gli acquirenti di bond sono infatti poco invogliati a comprare carta che offre rendimenti ai minimi storici, 3,4%, in un momento in cui le compagnie stanno sempre di più utilizzando i propri introiti per acquisizioni, buybacks e pagamento di dividendi. Inoltre, incombe il probabile rialzo dei tassi della Fed, il primo dal 2006, con il quale si porrebbe fine a un periodo senza precedenti di politica monetaria di stimolo che ha soppresso i costi del credito. Come conseguenza, gli investitori in bond corporate chiedono di più come compensazione al rischio, per l’esattezza 1,64 punti percentuali sopra il tasso benchmark della Fed per detenere obbligazioni investment grade, il livello più alto toccato dal luglio 2013.

Di più, si tratta del premio più grande relativamente a un misuratore della volatilità equity dal 6 marzo del 2008, casualmente 10 giorni prima che Bear Stearns andasse a zampe all’aria e venisse comprata per 2 dollari ad azione da JP Morgan! E il rischio è che ancora una volta, proprio come nel 2008, il mercato azionario sia troppo compiacente verso i segnali di rischio rispetto al credit market, all’epoca lo fu verso i subprime e sappiamo come andò a finire, una crisi finanziaria a livello globale.

 

Insomma, non sto per dirvi che c’è la certezza di un 2008 in versione 2.0 nell’immediato, ma bisogna essere molto attenti a questo indicatore, su tutte le asset-classes, perché quanto sta accadendo nel credit market dell’investment-grade è davvero molto inusuale e anomalo. Il problema, però, diventa strutturale per il mercato azionario, perché stando a dati della Lipper Keon del fine settimana, anche i fondi focalizzati sull’azionario statunitense hanno visto un outflows di 1,5 miliardi di dollari, la quarta settimana di ritiri di fila, mentre i fondi azionari focalizzati su mercati che non siano quello americano hanno registrato un inflow di 2,4 miliardi di dollari, la quarta settimana di fila.

Insomma, i timori sono concentrati sull’America. E sapete perché? Perché chi sa operare, ha visto la struttura stessa del mercato di quest’ultimo anno e sa che l’unico driver dei rialzi, Fed a parte, sono stati i buybacks, peccato che ora i soldi scappano via dai fondi e anche dalle banche d’affari e si prosciuga la liquidità necessaria per finanziare il riacquisto di proprie azioni al fine di tenere alte le quotazioni, abbassare il flottante e pagare dividendi e bonus.

Insomma, il sistema – anzi, lo schema Ponzi – sta grippando. Tanto più che sta svanendo anche l’appetito per il rendimento, visto che i fondi equity income ha subito outflow per 9 delle ultime 10 settimane, 300 milioni solo l’ultima. Attenzione a non sottovalutare questo combinato. 

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